La Spagna e la sua “Ferrari” del gas che le fa buttare milioni di euro

Eccesso di capacità produttiva rispetto ai consumi reali, impianti congelati, investimenti sbagliati: nel paese iberico tanti problemi per le infrastrutture del gas.

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Attenzione a investire troppo nel gas: c’è il rischio che i conti vadano fuori controllo.

La “lezione” arriva dalla Spagna ed è un campanello d’allarme anche per l’Italia, che proprio in questi mesi pare sempre più intenzionata a incrementare la potenza installata nel gas per sostituire il carbone e per partecipare al mercato della capacità (capacity market).

Con tutto il corollario di polemiche lanciate dagli operatori delle rinnovabili: il governo, secondo loro, dovrebbe assegnare un ruolo più importante all’eolico, al fotovoltaico, agli accumuli e alla generazione distribuita con piccoli impianti residenziali-commerciali per de-carbonizzare il mix elettrico.

Del quadro iberico parla un recente articolo dell’agenzia EurActiv, che a sua volta cita un’inchiesta del quotidiano online spagnolo eldiario.

La Spagna, si legge nell’inchiesta, ha costruito una “Ferrari” del gas: un sistema del gas troppo “lussuoso” progettato per rispondere a una domanda di combustibile che non ha mai visto la luce, tanto che molte infrastrutture sono ampiamente sottoutilizzate e alcune addirittura “ibernate”, sperando in una crescita futura dei consumi che però difficilmente, stando alle proiezioni attuali, potrà avverarsi.

In Spagna c’è il maggior numero di terminali di gassificazione in Europa, ben 7, mentre Italia e Gran Bretagna ne possiedono tre a testa, e la Francia ne conta quattro.

Peccato che tutti quei terminali nel decennio 2008-2018 abbiano funzionato in media al 22% della loro piena capacità; e c’è un impianto, El Musel a Gijón, gestito da Enagás, costato quasi 400 milioni di euro, che non è mai diventato operativo.

In pochi anni, si legge poi nel servizio pubblicato da eldiario, il paese ha investito massicciamente per costruire decine di nuove centrali a ciclo combinato per produrre energia elettrica; ora ne possiede più di 50, al terzo posto assoluto in Europa.

Solo Italia e Gran Bretagna hanno ancora più centrali termoelettriche di questo tipo.

Però negli ultimi sette anni i cicli combinati spagnoli hanno “lavorato” mediamente sotto il 17% della loro capacità, a causa di un eccesso di offerta rispetto alla domanda effettiva di gas.

Nel 2019 la situazione è leggermente migliorata, grazie a una combinazione di fattori: prezzi bassi del gas, stop quasi totale della produzione di energia con il carbone, scarsa disponibilità degli impianti idroelettrici dovuta alle condizioni meteorologiche sfavorevoli (bassa piovosità).

Ma anche così, finora il parco termoelettrico spagnolo nel 2019 ha lavorato in media al 24% del suo potenziale complessivo.

C’è quindi una sovraccapacità produttiva notevole che fa parlare di una “bolla del gas”.

E le difficoltà per il combustibile fossile, spiega l’inchiesta del quotidiano spagnolo, aumenteranno con la continua espansione delle fonti rinnovabili, dei sistemi per accumulare energia, delle comunità energetiche basate sull’autoconsumo collettivo di elettricità solare-eolica.

Insomma la Sp,agna ha esagerato col gas, con stime errate sull’evoluzione dei consumi e sulla concorrenza delle altre fonti di generazione elettrica rinnovabile.

Tanto che oggi il 40% delle bollette pagate dai consumatori finali serve a mantenere in vita l’intero sistema delle infrastrutture per il gas, anche quelle inutili, poco utilizzate o congelate.

Il terminale di El Musel, da solo, secondo le stime riportate da eldiario, costerà 23,6 milioni di euro nel 2019 per conservare il suo stato di ibernazione operativa.

In Spagna le bollette finali del gas per i clienti domestici, tasse incluse, sono le quarte più care d’Europa.

Più di 100 milioni di euro nel 2019 saranno scaricati sulle tariffe gas pagate dalle famiglie spagnole, per via del deficit accumulato negli ultimi anni dalle infrastrutture sovradimensionate e antieconomiche.

In pratica, si vedono già le conseguenze dei rischi finanziari associati alle fonti fossili, i cosiddetti “stranded asset” (letteralmente: beni incagliati) cioè quei beni e servizi che non sono più adeguati alle condizioni prevalenti del mercato.

In definitiva, l’esempio spagnolo ricorda nuovamente quanto sia urgente riflettere con attenzione sul ruolo futuro da assegnare al gas per la transizione energetica: il troppo gas può ritardare la diffusione delle rinnovabili e rischia di allontanare gli obiettivi per la riduzione delle emissioni. Noi, in Italia, ad esempio dovremmo cominciare a riflettere seriamente su quanto si vorrebbe fare in Sardegna, dove il gas sarebbe una scelta fuori tempo e inutile.

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