Idroelettrico, tre risposte al problema siccità

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Poca acqua tra Centro-Sud e Nord-Est. Occorre investire 15 mld € ma il nodo concessioni frena. Manutenzioni straordinarie, multifunzionalità energetica e innovazione tecnologica possono aiutare.

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L’idroelettrico è un settore che viaggia a velocità molto differenti in base alla zona geografica di riferimento.

Poche regioni del Nord trainano la produzione nazionale, giunta a un incoraggiante +109% confrontando la forbice gennaio-aprile 2024 con lo stesso periodo del 2023.

Allo stesso tempo, però, gli impianti in un’ampia fetta del Paese sono in profonda difficoltà a causa della siccità e i mesi più caldi devono ancora arrivare.

Un’indicazione in tal senso arriva da un report GlobalData, secondo il quale “la grave siccità nel 2022 ha avuto un impatto significativo sul mercato energetico italiano, poiché la produzione idroelettrica è diminuita da 31,2 TWh nel 2021 a 13,7 TWh nel 2022”, un anno record per la mancanza di acqua dal 1800, preso come riferimento nel settore. Come vedremo nel dettaglio più in basso, i dati sulle riserve idriche 2023-2024 non hanno invertito il trend in diverse aree del Centro-Sud.

Se la “danza della pioggia” non è certo la soluzione a cui votarsi, la prima cosa da fare sarebbe investire nelle manutenzioni ordinarie e straordinarie che permetterebbero, ad esempio, di eliminare i sedimenti sui fondali dei bacini e aumentare la capacità d’invaso quando l’acqua è disponibile.

Inoltre, si può puntare sulla multifunzionalità energetica degli invasi, in questo caso guardando anche a quelli più piccoli e distribuiti a servizio dei consorzi di bonifica, introducendo tecnologie come il fotovoltaico flottante e il mini-idro dove possibile.

I grandi investimenti, però, al momento sono rallentati dall’impasse che si è creata sul tema del rinnovo per le concessioni idroelettriche.

La milestone M1C2-6 del Pnrr, infatti, impone lo svolgimento delle gare eliminando progressivamente il rinnovo dei contratti in essere. Gli attuali concessionari sono così disincentivati a spendere, non avendo certezza sui ritorni e sui rimborsi in caso di mancato rinnovo della concessione (da questo punto di vista, la lunga storia delle gare gas in Italia può insegnare molto sul tema).

Il Governo italiano, dal canto suo, ha avviato un’interlocuzione con la Commissione europea per provare a trovare una soluzione, ma la fase elettorale non ha certo accelerato il processo.

Ed è proprio il fattore tempo a giocare un ruolo primario: il 67% dei grandi impianti risale a prima del 1960; sostanzialmente, sta invecchiando e ha bisogno di cure. Allo stesso tempo i dati sulla siccità peggiorano di anno in anno. Vediamo più nel dettaglio, con il contributo di alcuni stakeholder del settore, quali sono le prospettive.

Servono manutenzioni e 15 mld € di investimenti

“È vero! Abbiamo un’Italia divisa”, secondo Paolo Taglioli, direttore generale di Assoidroelettrica. Nel Nord-Ovest, in parte della Lombardia e del Veneto e nella zona più settentrionale della Toscana “ha nevicato in inverno, successivamente sono arrivate le piogge e dunque si sono create le riserve per l’idroelettrico”.

Fin qui tutto bene, si direbbe, anche perché dove si produce di più è concentrato il maggior numero di impianti, ma tutto ciò non è rassicurante, secondo Taglioli. Nel resto del Paese “ci sono situazioni di difficoltà dal moderato all’estremo”. Marche e Abruzzo sono le realtà peggiori, con dati in calo dalla metà del 2018, “e ricordo che sul Gran Sasso abbiamo dei siti idroelettrici importanti”.

Sicilia, Calabria, Molise, Basilicata e Campania, dove è stato annunciato un significativo progetto sui pompaggi idro, “seguono lo stesso trend” negativo e in alcuni casi “assistiamo a un disastro”.

Nel breve termine si aspetta di capire cosa porteranno con sé i mesi più caldi dell’anno “in termini di scioglimento dei ghiacciai”, ma secondo il d.g. servirebbero comunque “tra i 10 e i 15 miliardi di euro in manutenzioni che oggi sono bloccati per il tema concessioni”.

La multifunzionalità energetica e il Piano invasi

Uno dei problemi che si innesca con il susseguirsi prolungato di periodi siccitosi è la sostanziale “difficoltà a garantire tutti gli usi finali della risorsa”, che entrano in una sorta di concorrenza, come ci spiega Massimo Gargano, d.g. di Anbi.

Questa associazione, che rappresenta i consorzi di bonifica e irrigazione, ha proposto con Coldiretti un Piano invasi per creare entro il 2030 diecimila accumuli artificiali di acqua piovana (oggi trattenuta sul territorio nazionale per circa l’11%), di grandezza piccola o media.

Si tratta di infrastrutture multifunzionali perché, oltre a garantire un +60% di risorse meteoriche all’irrigazione, offrono servizi ambientali (come la laminazione delle piene nei fiumi o la fitodepurazione) oltre che energetici.

In quest’ultimo caso si stima la possibilità di inserire nei bacini circa 337 impianti fotovoltaici galleggianti, per una copertura massima ammessa su ogni sito del 30% di superfice. Inoltre, sono previste 76 centrali idroelettriche proporzionate al bacino, che sfruttano la forza di caduta dell’acqua nei dislivelli di altezza.

“Il Piano invasi ha raccolto subito grande apprezzamento da tutti gli stakeholder”, sottolinea Gargano, ma al momento non ha trovato copertura finanziaria perché “il Pnrr prevede solo fondi alle ristrutturazioni, mentre qui si propongono nuovi impianti”. Dunque, l’auspicio è di attingere a fondi Fsc e al Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico.

Intanto, “seicento progetti sono immediatamente cantierabili” se trovassero la copertura finanziaria. “I soli consorzi di bonifica non possono realizzare queste opere scaricando i costi sui loro contribuenti”.

Il cambiamento climatico avanza e fa sentire i suoi effetti anche sulla generazione idroelettrica, come abbiamo visto fino a ora; quali sono i livelli delle risorse idriche nazionali?

Secondo le informazioni gentilmente fornite da Anbi a QualEnergia.it, il già accennato 2022 è stato l’anno più siccitoso dal 1800 per il nostro Paese, con un deficit del 40% sulle risorse idriche al Nord e del 30% nel resto della Penisola.

Si tratta di un andamento proseguito fino ad aprile 2023, soprattutto in quel Settentrione ad alto tasso in impianti idroelettrici.

Nei mesi successivi sono stati registrati eventi meteorologici estremi di senso opposto, come bombe d’acqua, inondazioni ed esondazioni, che ricaricano le falde e gli invasi “ma fanno anche danni alle infrastrutture”, ricorda Gargano, inclusi impianti Fer e reti.

“Per il Mezzogiorno e in misura minore per l’Italia centrale, la fine dell’estate 2023 ha rappresentato l’inizio di un periodo di grande sofferenza idrica che perdura fino a oggi e potrebbe peggiorare con i mesi caldi del 2024”, spiega l’Anbi, che pubblica settimanalmente un Osservatorio sul problema.

Proprio nell’ultima edizione è stata lanciata un’allerta: “Al Centro-Sud è un’estate di sofferenza idrica!”. Tra le situazioni peggiori si segnala la Sicilia, tornata ai livelli del 2022 con una soglia media degli invasi scesa al valore critico di 453 mm.

Un approccio tecnologico al problema

L’esperienza italiana non è la sola: siccità e idroelettrico vivono le stesse problematiche in tutto il mondo e la soluzione di fondo è inevitabilmente la lotta al cambiamento climatico.

L’innovazione tecnologica, intanto, può fare la sua parte, come sottolinea l’International Electrotechnical Commission, ente globale di normazione tecnica.

Secondo il presidente della relativa commissione sulle turbine idrauliche, Pierre Maruzewski, “è importante modernizzare gli impianti idroelettrici più vecchi. Le turbine, ad esempio, si sono evolute molto negli ultimi anni e possono essere adattate a diversi flussi d’acqua e funzionare a velocità variabili”.

Il tutto con l’ausilio di “sensori e microprocessori che sono sempre più performanti ogni anno che passa”.

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