I “500 scienziati” e la bufala dell’emergenza climatica che “non esiste”

Rilanciata anche dai media italiani la lettera dei 500 scienziati e accademici che si ostinano a negare l’esistenza di una crisi ambientale.

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In questi giorni molte testate e siti web d’informazione in Italia hanno rilanciato la notizia dei 500 scienziati che negano l’esistenza di una crisi climatica.

Il loro pensiero si riassume nella lettera indirizzata al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, alla vigilia del vertice di New York dedicato ai cambiamenti climatici.

“There is no climate emergency” è l’inizio, con caratteri ben evidenziati in grassetto e più grandi rispetto al corpo principale del testo, del documento firmato da 14 ambasciatori dell’European Climate Declaration, tra cui l’italiano Alberto Prestininzi, docente di Geologia applicata presso l’Università La Sapienza di Roma.

Il primo firmatario è l’olandese Guus Berkhout, ex professore di geofisica alla Delft University of Technology dal 1976 al 2007; Berkhout ha iniziato la sua carriera nell’industria petrolifera lavorando per Shell negli anni ’60 ed è il co-fondatore di un’organizzazione che punta a smentire i presupposti dell’emergenza climatica, Climate Intelligence Foundation (Clintel).

È stato il quotidiano britannico online The Independent, il 6 settembre, a parlare di una campagna orchestrata da centinaia di esponenti clima-scettici (professori, lobbisti, politici) volta a bloccare ogni impegno internazionale per costruire un’economia a zero emissioni di CO2 entro il 2050.

Nell’articolo si citava una lettera che sarebbe stata inviata all’ONU prima del Climate Action Summit di New York; il quotidiano a sua volta rimandava al sito inglese di giornalismo investigativo DeSmog, che per primo aveva ottenuto il documento.

Poi la lettera è sbarcata anche in Italia.

Gli argomenti sono quelli classici di chi nega apertamente la relazione tra attività umane e surriscaldamento globale: ad esempio, si sostiene che il clima della Terra è cambiato più volte da quando esiste il nostro pianeta, con periodi più caldi e più freddi causati da fattori naturali.

Ma questa tesi è stata smontata da un recente studio dove si spiega che per la prima volta nella storia un periodo eccezionalmente caldo sta interessando tutta la superficie terrestre nello stesso momento, con temperature medie globali mai così alte da 2.000 anni, al contrario di quanto avveniva in passato con picchi di caldo o freddo che si verificavano in tempi differenti e in diverse zone geografiche.

In altre parole: nelle altre epoche non c’è mai stato un surriscaldamento o raffreddamento “globale”.

Per parlare di global warming c’è voluta la rivoluzione industriale con l’utilizzo massiccio di combustibili fossili, che ha fatto aumentare velocemente la concentrazione di gas-serra nell’atmosfera.

Poi nella lettera si afferma che i modelli climatici attuali sono inadeguati e che il Pianeta si sta scaldando meno del previsto; inoltre, i firmatari dichiarano che manca un’evidenza statistica tra il cambiamento climatico e l’intensificarsi degli eventi “estremi” come uragani, ondate di calore, inondazioni e così via.

Non resta che supporre che questi professori, scienziati, lobbisti, abbiano ignorato gli ultimi rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organismo dell’Onu che studia l’evoluzione del clima), del programma ambientale delle Nazioni Unite, di università, istituzioni, centri meteorologici, tutti concordi nel sostenere che l’emergenza climatica esiste ed è in pieno svolgimento (vedi anche qui).

Certamente ci sono diverse incertezze e incognite nei modelli climatici.

Ad esempio, molti dubbi restano su come la Terra “risponderà” alle sempre più elevate concentrazioni di CO2 nell’atmosfera: rimandiamo a questo articolo per approfondire il dibattito su un futuro “Pianeta-serra”.

Il punto poi è che la lettera firmata da Berkhout e dai suoi colleghi omette di argomentare sotto il profilo scientifico l’affermazione secondo cui non c’è alcuna emergenza climatica.

Dove sono i dati, i rapporti statistici, i grafici, gli studi che dovrebbero farci buttare nel cestino le migliaia di pagine finora scritte dalla comunità scientifica internazionale in tema di surriscaldamento globale?

Quando si parla di cambiamento climatico di fronte a coloro, a dispetto delle evidenze, che ancora sostengono che il contributo dell’uomo sia “scientificamente controverso” si è soliti citare uno studio della letteratura scientifica del 2013 pubblicato su Environmental Research Letter: Quantifying the consensus on anthropogenic global warming in the scientific literature, di John Cook et al.

Quel lavoro mostrava che il 97-98% delle pubblicazioni scientifiche sull’argomento concludono che il climate change è reale ed è legato alle emissioni antropogeniche di gas serra.

Una successiva ricerca sulla scienza del clima, pubblicata nel 2017 su Theoretical and Applied Climatology, va oltre, esaminando proprio quel 2% degli studi di climatologia che non confermano la tesi del riscaldamento globale dovuto alle attività umane e, in particolare, quello 0,4% che la nega esplicitamente.

La pubblicazione (di cui avevamo parlato qui) si intitola Learning from mistakes in climate research e il team di ricercatori che la firma ha fatto le pulci a 38 studi di questo tipo, ricontrollando le assunzioni di base e rifacendo i calcoli.  Il risultato è molto interessante.

Ognuna di quelle analisi contiene almeno un errore – nelle assunzioni, nella metodologia o nell’interpretazione dei risultati – che, una volta corretto, porta a risultati in linea con quelli del resto della comunità scientifica”, cioè di quel 97% delle pubblicazioni che conferma che è in atto un grave cambiamento climatico dovuto alla CO2 e agli altri gas immessi in atmosfera dall’uomo, spiega una delle autrici, Katharine Hayhoe della Texas Tech University.

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