Quando l’evoluzione tecnologica è più veloce di quella delle competenze

Senza tecnici, installatori e nuove competenze la transizione energetica rischia di rallentare, anche con la disponibilità di tecnologie e investimenti. Dal report del Joint Research Centre.

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Senza una forza lavoro adeguatamente qualificata, la transizione verso sistemi energetici più puliti ed efficienti rischia di rallentare, anche quando tecnologie e risorse finanziarie saebbero disponibili.

È una delle indicazioni che emerge dal report del Joint Research Centre “A pathway to Europe’s Competitiveness: The clean transition” (allegato in fondo), che analizza in modo ampio la transizione pulita dell’Unione europea, con attenzione anche al comparto energetico.

Per ciascun ambito politico il rapporto individua difficoltà e fattori abilitanti che influenzano il ritmo della transizione, ricavando informazioni utili a decisori pubblici e operatori impegnati nella definizione di strategie.

Il rapporto, oltre ad analizzare gli aspetti tecnologici, dedica un capitolo anche alla carenza di competenze adeguate alle nuove tecnologie: un tema che, non a caso, ritorna spesso anche negli approfondimenti della rubrica “La formazione energetica in Italia di QualEnergia.it.

Dai lavori “brown” a quelli “green”

Secondo il report del JRC, la carenza di competenze è uno dei principali ostacoli allo sviluppo delle tecnologie rinnovabili e all’efficienza energetica. Tra le cause emerge un forte disallineamento, in particolare tra una diffusione delle tecnologie che procede spedita rispetto alla capacità dei sistemi formativi e professionali di preparare lavoratori qualificati.

Questo squilibrio ha effetti rilevanti, rallentando i progetti, aumentando i costi e rendendo più difficile il raggiungimento degli obiettivi energetici e climatici.

Nel fotovoltaico, ad esempio, l’obiettivo di triplicare la capacità installata entro il 2030 si scontra non solo con iter autorizzativi complessi, ma anche con la mancanza di installatori e tecnici specializzati. Il risultato è un rallentamento nella diffusione degli impianti e forti differenze tra Stati membri.

Una situazione analoga si riscontra nella riqualificazione degli edifici, uno dei settori più critici. Qui la scarsità di manodopera qualificata si somma a costi elevati e complessità tecniche, rendendo difficile accelerare il tasso di ristrutturazione del patrimonio edilizio, particolarmente energivoro.

Nel report, quindi, si sottolinea la necessità di sviluppare competenze specifiche, soprattutto per interventi avanzati come quelli sugli edifici a energia quasi zero.

Nei comparti più innovativi (come batterie e sistemi energetici avanzati) il problema riguarda anche la qualità delle competenze, che devono evolvere insieme alle tecnologie. Si tratta di un aspetto decisivo per la competitività industriale europea che dipende proprio dalla capacità di sviluppare e mantenere filiere strategiche.

Il quadro è reso più complesso dalle differenze tra Paesi e regioni all’interno dell’Ue, che rischiano di ampliare le disuguaglianze, e da fattori demografici come l’invecchiamento della forza lavoro.

A questo si aggiunga la scarsa attrattività di alcune professioni tecniche, che continuano a faticare nel ricambio generazionale.

In aumento gli occupati nelle tecnologie pulite

Tuttavia l’occupazione nelle tecnologie di cui stiamo parlando cresce più rapidamente rispetto al resto dell’economia.

Secondo il JRC, oggi il settore impiega oltre 2 milioni di persone nell’Ue, soprattutto nell’ambito delle fonti rinnovabili (includendo pompe di calore, solare, eolico, ecc.) e nella manifattura delle tecnologie.

Ma per raggiungere gli obiettivi questa forza lavoro dovrà aumentare, e non di poco. Già oggi il 15% delle imprese attive nella produzione di apparecchiature elettriche segnala la carenza di personale come principale limite alla produzione.

Le figure più richieste sono tecnici, installatori e manutentori: il rapporto stima che circa il 75% dei nuovi posti di lavoro legati alla transizione riguarderà proprio questi profili.

Allo stesso tempo, il settore deve affrontare una doppia difficoltà: l’invecchiamento degli addetti e la trasformazione delle competenze richieste, sempre più legate alla digitalizzazione.

Persistono inoltre squilibri di genere, soprattutto nelle discipline STEM, che riducono ulteriormente il bacino di competenze disponibili.

Secondo la Commissione europea, molti Stati membri non hanno ancora definito strategie e risorse adeguate per colmare questi divari, anche in relazione al Net-Zero Industry Act, il Regolamento Ue sull’industria a zero emissioni nette.

Gli investimenti necessari nello sviluppo di nuove competenze sono stimati tra 1,7 e 4 miliardi di euro, mentre l’attuazione del piano REPowerEU potrebbe generare fino a un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030.

Una parte delle competenze può essere trasferita dai settori fossili, ma serviranno programmi di formazione mirati, sistemi di certificazione comuni e meccanismi di riconoscimento tra Paesi.

Più complesso, invece, colmare la carenza di profili altamente qualificati, che richiedono tempi di formazione più lunghi.

Coinvolgere il sistema educativo-formativo

Secondo il JRC, colmare il divario tra domanda e offerta di exepertise richiede un intervento deciso sui sistemi di istruzione e formazione.

A livello europeo esistono già strumenti di riferimento, come il quadro GreenComp, che definisce le competenze chiave per la sostenibilità, e programmi di finanziamento come FSE+, Erasmus+ e Garanzia Giovani, che sostengono formazione e riqualificazione. Anche gli investimenti nelle infrastrutture scolastiche vanno in questa direzione.

Ma non si parla solo di mera formazione tecnica. Il report infatti insiste anche sulla necessità di integrare la “sostenibilità” nei percorsi educativi fin dalle prime fasi, combinando istruzione formale e non formale (vedi anche: Educazione energetica: perché e come va insegnata prima dell’università).

Altro aspetto interessante sollevato dagli autori del report è il coinvolgimento degli insegnanti. L’analisi Eurydice spiega che, nonostante la sostenibilità sia già presente nei curricula di tutti gli Stati membri, è necessario rafforzare la formazione degli insegnanti, molti dei quali mostrano interesse verso l’argomento ma hanno bisogno di un maggiore supporto (vedi anche: Educazione energetica: con la School of Energy lezioni su rinnovabili, dati e AI).

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