Articolo pubblicato sul n.1/2020 della rivista bimestrale QualEnergia

Piace l’immagine di Joseph Stiglitz della crisi climatica come la Terza Guerra mondiale che richiede una risposta paragonabile a quella degli alleati alla minaccia della Germania nazista.

Piace agli attivisti della lotta contro la catastrofe climatica perché il Premio Nobel per l’economia utilizza la mobilitazione degli Stati Uniti negli anni Quaranta per dimostrare la rapidità e profondità con la quale l’economia americana era in grado di convertirsi dalla produzione di automobili, lavatrici e aspirapolveri a quella di aerei militari, carri armati e maschere antigas. Se si è riusciti allora, deve essere possibile anche oggi attuare una trasformazione dall’economia fossile a quella decarbonizzata.

L’immagine è forte, ma purtroppo erronea. Per quanto plausibile porta sulla strada sbagliata. Suggerisce un’equivalenza tra l’aggressione di Hitler e della Wehrmacht per creare un impero globale fascista con gli effetti devastanti dell’intensificazione di un clima che cambia.

Un paragone sbagliato anche per quanto riguarda la percezione degli attori. Roosevelt e altri leader delle democrazie occidentali mobilitavano i loro popoli con appelli contro il pericolo fascista. Il presidente americano riuscì a superare con le sue “chiacchierate al caminetto” un atteggiamento isolazionista me,ntre Churchill ricevette la fiducia unanime del parlamento promettendo «Blood, Toil, Tears and Sweat».

Dall’attuale presidente degli Stati Uniti non si è sentito qualcosa che ricordi gli appelli appassionati del suo predecessore di difendere il Paese e di dichiarare guerra ai cambiamenti climatici. Anzi.

Lo stesso vale per il suo collega britannico e i due si trovano in buona compagnia; nonostante Greta Thunberg la classe dirigente globale non considera il clima una priorità.

La discrepanza abissale tra il sostegno a parole della lotta al cambiamento climatico e le azioni del tutto inadeguate per affrontare l’emergenza ha a che vedere con il carattere del nemico.

Nella Seconda Guerra mondiale la minaccia era un nemico ben identificato, gli Unni, barbari colpevoli di crimini orrendi. Nella Terza Guerra mondiale di Stiglitz il nemico è in casa. «We have met the enemy and he is us».

I cittadini e le cittadine dei Paesi ricchi occidentali insieme alle classi medie e i ricchi dei Paesi emergenti sono la forza propellente per la catastrofe climatica: la classe media globale. Si cerca di mobilitare il sostegno di questo gruppo per sconfiggere il “nemico” con la promessa di un benessere ecologico per tutti in una società capace di futuro. Una trasformazione del settore produttivo sotto il segno del Green New Deal manterrà il riscaldamento globale sotto i 2 °C.

La vita, così la promessa, continuerà come prima, se non sarà addirittura meglio perché le automobili elettriche saranno senza emissioni, nasceranno tanti nuovi posti di lavoro più stabili e ben retribuiti, la crescita qualitativa prenderà il posto di quella quantitativa. Non convince.

Pochi credono in una risposta alla crisi climatica efficace e all’altezza del problema senza cambiamenti consistenti nello stile di vita. E hanno ragione. Già il New Deal non ha funzionato negli Stati Uniti, perché il Green New Deal europeo dovrebbe funzionare adesso?

Certo, la trasformazione profonda verso un futuro sostenibile richiederà una “Green Economy”, però dovrà essere un’economia del meno di cui si intravede ancora molto poco.

In questa lotta non ci sarà una vittoria finale, nel caso migliore andrà avanti un processo lento ed eterogeneo di conversione ecologica, nel caso peggiore il caos climatico diventerà una nuova, falsa normalità.

L’articolo è stato pubblicato sul n.1/2020 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “La guerra del clima”