Il fotovoltaico un giorno illuminerà le nostre case dallo spazio?

Potrebbe farlo con un progetto faraonico targato Cina, una super installazione di pannelli in orbita geostazionaria intorno alla Terra, per produrre energia inesauribile 24 ore su 24, senza le interruzioni dovute alle ore di buio notturno, al passaggio delle nubi, ai cambiamenti meteorologici e stagionali che invece influenzano il rendimento degli impianti solari sulla terraferma.

A rilanciare il fotovoltaico spaziale su vastissima scala sono stati i cinesi, in un recente articolo pubblicato su Science and Technology Daily, il quotidiano scientifico ufficiale del ministero cinese della Scienza e della Tecnologia, poi ripreso da diverse testate online della stampa internazionale.

L’idea di per sé non è nuova: se ne discute da anni in vari paesi, ad esempio negli Stati Uniti con il programma fotovoltaico spaziale del California Institute of Technology (Caltech) e in Giappone attraverso le ricerche dell’agenzia per l’esplorazione aerospaziale (Jaxa, Japan Aerospace Exploration Agency).

In Cina si parla, in sostanza, di una grandissima stazione solare da diversi GW di potenza, posta a 36.000 km di distanza dalla Terra. L’energia elettrica sarebbe convertita in un fascio di microonde inviato a una stazione ricevente sulla superficie terrestre, dove queste microonde sarebbero riconvertite in elettricità da immettere nella rete.

Semplice, no? Insomma…

Un’idea del genere riprende il concetto di generare tantissima energia in un luogo concentrato per poi trasmetterla su lunghe distanze verso i centri di maggiore consumo (industrie, città): era l’idea, ad esempio, di Desertec, il super progetto a trazione europea che immaginava di realizzare immensi impianti solari nei deserti africani, la cui elettricità sarebbe stata distribuita fino al vecchio continente con nuovi elettrodotti di altissima capacità.

Ma quella visione così centralizzata del modo di produrre energia era evaporata tra mille incertezze su costi, tempi e fattibilità tecnica di un simile scenario (vedi anche QualEnergia.it).

Certo che a Pechino le ambizioni non mancano.

In tema di corsa allo spazio, la Cina ha appena “conquistato” la faccia nascosta della Luna, depositandovi con successo il lander Chang’e-4 nell’ambito di un più vasto programma di esplorazione spaziale intorno al satellite naturale della Terra.

Pechino sta cercando così di colmare il divario nelle tecnologie spaziali che la divide dai paesi occidentali.

Nel fotovoltaico, quello terrestre, è già diventata leader globale: per capacità produttiva di pannelli, per potenza totale installata, per la crescita annuale in termini assoluti delle nuove installazioni.

E in tema di lancio di grandi iniziative, la Cina non è seconda a nessuno, come conferma quella di realizzare una nuova Via della Seta (One Belt One Road Initiative) con una serie di mega infrastrutture commerciali, energetiche e dei trasporti tra Oriente e Occidente.

Allora come bisogna definire il progetto della stazione fotovoltaica spaziale? Realistico, megalomane, fantascientifico, irrealizzabile?

Stando all’articolo cinese riportato dalla stampa internazionale, le prime fasi sperimentali del lavoro che dovrebbe portare al super impianto FV nello spazio sono già iniziate a Chongqing.

Gli scienziati puntano a costruire un impianto dimostrativo di minori dimensioni da collocare nella stratosfera entro il 2025, per poi sviluppare dopo il 2030 un sistema pilota più grande (la scala è quella dei MW) arrivando infine a piazzare nello spazio una stazione da almeno 1 GW intorno al 2050.

Non è dato sapere con precisione, al momento, come gli esperti cinesi intendano risolvere i numerosi problemi tecnici e logistici di una simile impresa: come portare lassù migliaia di tonnellate di materiali per un parco fotovoltaico orbitale di enormi proporzioni?

Come montare i diversi elementi?

Nell’articolo si parla di utilizzare i robot e la stampa 3D direttamente nello spazio. Vedremo: intanto, proviamo a rubricare il progetto nella categoria del teoricamente fattibile, ma assai difficilmente realizzabile, anche se la tentazione di incasellarlo nel settore fantascienza è abbastanza forte.