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Facebook combatterà la disinformazione sul clima, puntando a emissioni zero al 2030

  • 16 Settembre 2020

Il gigante dei social media annuncia l’apertura di un "Centro di Informazione sulle Scienze del Clima", sviluppando l’esperienza fatta con il Covid-19 nel controbilanciare le fake news.

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Da anni al centro delle critiche per il proprio ruolo nella diffusione di notizie false e disinformazione sul surriscaldamento dell’atmosfera, Facebook ha annunciato l’apertura di un nuovo centro virtuale di informazione sulle scienze del clima, con l’obiettivo di mettere a disposizione dei propri utenti informazioni aggiornate sul clima e basate sulla scienza – sulla falsa riga di quanto sta già facendo riguardo la pandemia di Covid-19.

L’annuncio sull’apertura del nuovo spazio informativo dedicato al clima (link in fondo) è avvenuto nell’ambito di un più vasto programma per raggiungere emissioni nette pari a zero della propria catena di approvvigionamento, compresi i fornitori, i propri pendolari e i viaggi d’affari, entro il 2030.

Il Climate Science Information Centre è un servizio che sarà lanciato inizialmente negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania e in Francia, riunendo le risorse di conoscenza delle principali organizzazioni climatiche del mondo, tra cui l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e il Met Office, ha detto Facebook in una nota.

“Il cambiamento climatico è reale“, ha indicato l’azienda californiana. “La scienza è inequivocabile e la necessità di agire diventa ogni giorno sempre più urgente. Come azienda globale che ogni mese collega più di tre miliardi di persone attraverso le nostre app, siamo consapevoli della responsabilità che Facebook ha e vogliamo fare la differenza”.

Si tratta del secondo colosso tecnologico americano che nel giro di pochi giorni ha annunciato iniziative sul fronte della sostenibilità climatica e ambientale. Come raccontato in questo articolo, non più tardi di due giorni fa, infatti, l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, ha detto che il motore di ricerca punta a utilizzare energia elettrica 100% rinnovabile per tutte le sue attività, h24 e sette giorni su sette, in ogni parte del mondo, entro il 2030.

Non è probabilmente un caso che tali annunci giungano nel mezzo di una stagione catastrofica degli incendi lungo la costa ovest degli USA – con roghi esacerbati dal surriscaldamento terrestre, bagliori che colorano di rosso fuoco i cieli di città come Portland o San Francisco, e che coprono di una coltre spessa di fumo centri urbani distanti centinaia di chilometri, nel confinante Canada.

Facebook, da parte sua, è stata oggetto di critiche durante l’estate per le sue procedure di verifica, considerate carenti, che hanno permesso a dei gruppi conservatori di condurre con successo una campagna volta ad eliminare la dicitura “falsi” da dei post precedentemente contrassegnati come disinformazione sul clima da parte di esperti scientifici.

Facebook ha comunicato che intende perseguire la carbon neutrality sostenendo anche lo sviluppo di nuove tecnologie di sequestro del carbonio e rendendo le sue strutture più efficienti, indicando di essere sulla buona strada per ottenere quest’anno una riduzione del 75% delle emissioni rispetto al livello del 2017.

I nuovi impegni dell’azienda per raggiungere l’azzeramento netto delle emissioni nella propria catena di fornitura entro il 2030 ricalcano quelli di Apple, che il mese scorso si è impegnata a raggiungere l’azzeramento netto delle emissioni in tutta la sua filiera di approvvigionamento nello stesso lasso di tempo.

Anche Microsoft si è impegnata ad essere “carbon negative” entro il 2030 e a rimuovere attivamente tutto la CO2 che l’azienda ha emesso storicamente nel corso delle sue operazioni da quando è stata fondata.

La società di Bill Gates ha anche annunciato un paio di giorni fa il successo di un progetto pilota per valutare l’efficacia di centri dati subacquei, indicando che questi sono otto volte più affidabili dei centri dati terrestri, riducendo al contempo il fabbisogno di energia, suolo e infrastrutture.

Il test, durato 25 mesi, con un centro dati posizionato a circa 35 metri di profondità, sui fondali vicino alle Isole Orcadi in Scozia, ha dimostrato che “i data center subacquei possono funzionare bene usando ciò che sulla terra verrebbe considerata una rete inaffidabile, il che significa che in futuro potremmo non aver bisogno di così tante infrastrutture per i data center”, ha indicato l’azienda.

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