Le associazioni ambientaliste si schierano a favore per l’impianto eolico galleggiante tra la Sicilia e la Tunisia.

E questo un ottimo segnale, visto che avremo bisogno di tanta elettricità da rinnovabili nei prossimi 10 anni, non solo per gli obiettivi del Pniec (che peraltro prevede solo 900 MW di eolico offshore al 2030), ma soprattutto nell’immediato per coprire il fabbisogno elettrico dopo l’uscita dal carbone.

Una necessità stigmatizzata da Greenpeace, Legambiente e WWF che, in una nota congiunta, spiegano che solo con lo sviluppo di tutte le rinnovabili in tutta Italia ci libereremo del carbone e del gas (e del gasolio nelle isole minori) per produrre elettricità.

L’eolico offshore, con le tecnologie flottanti, può dare un importante contributo per la decarbonizzazione del Paese e della Sicilia in particolare, con una ricaduta occupazionale non indifferente. Le nuove piattaforme galleggianti ampliano notevolmente le potenzialità di utilizzo dell’energia eolica nei mari italiani, allontanandone tra l’altro di molte miglia dalle coste l’installazione.

Nel caso specifico si tratta di un mega parco offshore da 2,8 GW nel Canale di Sicilia, molto vicino al limite delle acque territoriali tunisine (circa 60 km dalle coste siciliane). Dallo studio preliminare ambientale inviato da Renexia al ministero dell’Ambiente (la cosiddetta fase di scoping), si prevede l’installazione di 190 turbine da 14,7 MW di potenza nominale ciascuna con fondazioni galleggianti ancorate ai fondali, profondi tra 100-900 metri.

Le turbine avranno dimensioni enormi: si parla di 150 metri per l’altezza del mozzo e 250 metri per il diametro del rotore.

La producibilità annuale della centrale eolica offshore sarà di circa 8,4 TWh, quasi come quella della Sardegna, per intenderci.

ll fatto che le varie localizzazioni, specie se poste sulle traiettorie migratorie internazionali dell’avifauna, andranno valutate sotto il profilo naturalistico con un rigoroso approccio scientifico, non toglie nulla alla potenzialità di questa nuova tecnologia, dicono gli ambientalisti.

Ma come, si legge nel comunicato, nonostante questi aspetti positivi, “continuano gli attacchi strumentali a queste e alle altre energie rinnovabili, sottovalutando non solo la necessità ma anche l’estrema urgenza, ormai documentata, di dismettere le fonti fossili e aumentare la produzione di energia rinnovabile per contrastare la crisi climatica in atto – con i relativi impatti sulle risorse e anche sul paesaggio – dovuta all’emissione di gas serra”.

È vero che il progetto nel canale di Sicilia è quello più imponente di produzione di energia da fonti rinnovabili ad oggi proposto, e che per questo motivo richiederà attente e approfondite valutazioni, ma questo impianto sta sollevando pregiudizi e preconcetti già oggi senza che i necessari approfondimenti e studi ambientali sia stati realizzati, spiegano le associazioni.

Greenpeace, Legambiente e WWF approvano il progetto per diversi motivi: per il livello degli investimenti stanziati, per la dimensione e per il respiro complessivo del progetto, per il fatto che abbasserà il LCOE (il costo livellato dell’energia generata) e per il rigore e la coerenza scientifica della proposta.

In tema di progettazione, l’impianto offshore, sebbene ricada “in un’area di estrema delicatezza ambientale e di importanza internazionale per la presenza di importanti rotte migratorie, presenta degli accorgimenti, a partire dal distanziamento tra pala e pala di ben 3,5 km, che contribuiscono a migliorare notevolmente il suo impatto visivo e naturalistico”.

Gli ambientalisti chiedono che andrà considerata la minimizzazione delle modifiche dell’habitat bentonico in fase di cantiere e di esercizio; il ripristino degli ambienti alterati nel corso dei futuri lavori di costruzione e la restituzione alla destinazione originaria delle aree di cantiere, nonché la possibilità di individuare nell’ampia zona marina coinvolta aree di ripopolamento di flora e fauna.

“Ci aspettiamo – si legge nella nota congiunta – che gli studi previsti sulle rotte degli uccelli migratori siano rigorosi, utilizzando sia le esperienze maturate in altri Paesi sulla minimizzazione degli impatti, sia competenze scientifiche di valore indiscusso. Chiediamo che anche la destinazione dell’intera area ad un parco marino innovativa possa conciliare esigenze di tutela e monitoraggio costante, con quelle di una produzione energetica pulita”.

Le tre associazioni ricordano la necessità di garantire, su questo e su altri futuri impianti eolici offshore proposti, un percorso chiaro e trasparente d’informazione e confronto con le istituzioni nazionali e locali, con gli stakeholder territoriali tra cui operatori turistici e pescatori, in modo da approfondire e affrontare criticità e potenzialità di questi impianti per le economie e i territori coinvolti. “Siamo convinti – concludono – che i temi ambientali posti si possono affrontare e risolvere”.

Riordiamo che a novembre Legambiente, Greenpeace e Kyoto Club hanno firmato insieme con Anev (Associazione nazionale energia del vento) il “Manifesto per lo sviluppo dell’eolico offshore in Italia, nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica”.

Nel 2020 l’eolico su terraferma in Italia, con 18,5 TWh generati, ha coperto il 6,1% della domanda elettrica del paese. La fonte ha diverse fluttuazioni di produzione da giorno a giorno, e un buon contributo dell’energia dal vento da mare renderebbe il suo apporto maggior e soprattutto più costante nell’arco dell’anno.