Civitavecchia e Brindisi sospese tra carbone ed eolico offshore

CATEGORIE:

Le troppe incertezze sulla dismissione delle centrali Enel, le non-decisioni su aste eoliche offshore e la “riserva fredda” a carbone lasciano nel limbo i due territori, con un rischio di crisi industriale e sociale.

ADV
image_pdfimage_print

La chiusura delle centrali elettriche a carbone di Civitavecchia e Brindisi è ormai un fatto sul piano tecnico, ma non ancora sul piano politico e industriale.

A oltre tre anni dalla scadenza delle convenzioni e a distanza di mesi da annunci governativi mai tradotti in atti formali, i due territori restano in una condizione di sospensione sul proprio destino che sta paralizzando investimenti, occupazione e scelte strategiche.

È in questo vuoto decisionale che si inseriscono, da un lato, le prese di posizione sempre più nette delle amministrazioni locali e delle parti sociali e, dall’altro, la partita politica e industriale sul ruolo che porti come Civitavecchia e Brindisi rivendicano di poter svolgere nella filiera dell’eolico offshore galleggiante, in un contesto in cui la procedura formale per l’individuazione degli hub principali risulta ormai definita, con una scelta che ha premiato Taranto in Puglia e Augusta in Sicilia.

Come ha osservato Fulvio Mamone Capria, presidente dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO), nel quadro attuale il governo considera Civitavecchia e Brindisi come porti di supporto, e non come centri principali dello hub mediterraneo. Una collocazione che i due Comuni contestano sul piano politico, industriale e geografico, considerando anche la posizione centrale del comune laziale nel Tirreno, da cui potrebbe servire meglio i vari progetti proposti attorno alla Sardegna.

Civitavecchia e Brinidi premono quindi per un ingresso a pieno titolo nella filiera dell’eolico offshore galleggiante, anche alla luce del ruolo svolto per decenni nella produzione elettrica nazionale e delle prospettive di riconversione legate alla dismissione delle centrali a carbone.

Una transizione bloccata dall’indeterminatezza

A Civitavecchia, il nodo centrale è l’assenza di una decisione formale sul destino dell’impianto Enel di Torre Valdaliga Nord. La convenzione è scaduta, ma il governo non ha chiarito se la centrale sia destinata a una dismissione definitiva o a una qualche forma di prolungamento dell’attività, anche solo come “riserva”.

Questa ambiguità, come sottolinea l’amministrazione comunale, non è indolore: impedisce di pianificare il futuro industriale della città e di rendere disponibili le aree su cui potrebbero e dovrebbero insediarsi nuove attività produttive.

In una lettera (pdf) che il sindaco Marco Piendibene (nella foto) ha inviata a inizio gennaio alla Presidenza del Consiglio e ai ministeri competenti, il Comune di Civitavecchia chiede un riscontro scritto e circostanziato, oltre alla convocazione urgente di un tavolo istituzionale.

Il primo cittadino denuncia apertamente l’effetto paralizzante prodotto dall’assenza di decisioni e richiama il rischio di una crisi industriale e sociale senza precedenti per un territorio che “per decenni ha sostenuto un prezzo elevato in termini ambientali” contribuendo alla sicurezza energetica nazionale e in cui “l’assenza di una decisione formale sul destino della centrale determina un blocco sostanziale di ogni prospettiva di riconversione industriale, ambientale e occupazionale del territorio”.

Un quadro simile emerge anche a Brindisi, dove la chiusura della centrale a carbone “Federico II” non è stata accompagnata da strumenti operativi di riconversione.

In un comunicato congiunto, i circoli del Partito Democratico delle due città parlano di una scelta governativa di “non scegliere”, che lascia i territori nell’incertezza dopo averli esposti per anni ai costi ambientali e sanitari del carbone.

Nel documento si avverte che “la chiusura delle centrali a carbone senza un piano industriale alternativo rischia di lasciare territori strategici senza prospettive produttive e occupazionali”, chiarendo come, senza tempi, risorse e strumenti certi, la transizione rischi di trasformarsi in un lungo stallo.

Lavoro, porto e “riserva fredda”

Dal punto di vista sindacale, la la CGIL di Civitavecchia, Roma Nord e Viterbo parla di un territorio “prigioniero di un grande sito industriale inattivo e improduttivo”, sottolineando in un comunicato (pdf) come il mantenimento dell’impianto Enel in cosiddetta “riserva fredda” non tuteli l’occupazione e non crei le condizioni per nuova occupazione. Al contrario, vincola aree strategiche del porto e delle zone retroportuali, impedendo l’insediamento di nuove attività industriali e portuali in grado di generare lavoro stabile e qualificato.

Anche secondo la UIL l’incertezza istituzionale si traduce già oggi in posti di lavoro persi, professionalità disperse e un indotto impoverito.

In questo quadro, Civitavecchia e Brindisi indicano insomma il ritardo nell’attuazione delle politiche sulle energie rinnovabili, a partire dalla mancata attivazione delle aste per l’eolico offshore previste dal Decreto FER 2, come uno dei principali fattori che stanno minando la credibilità delle politiche di transizione energetica e bloccando opportunità concrete di reindustrializzazione sostenibile, come quella dell’eolico galleggiante.

La partita degli hub per l’eolico offshore galleggiante

È proprio sull’eolico offshore galleggiante che si gioca una delle partite più rilevanti per il futuro di Civitavecchia e Brindisi.

Entrambe le città si erano candidate, insieme a Taranto e Augusta, a ospitare uno degli hub logistico-industriali necessari allo sviluppo di questa tecnologia nel Mediterraneo.

Secondo le previsioni dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev), l’Italia dovrà installare circa 11 GW di nuova potenza eolica marina galleggiante nei prossimi dieci anni, un obiettivo che richiede più porti attrezzati per assemblaggio, logistica, manutenzione e varo delle strutture.

Come abbiamo raccontato negli ultimi due anni, Civitavecchia aveva impostato la propria strategia sull’idea di un hub non solo locale, ma nazionale, capace di servire più progetti nel Tirreno e nel Mediterraneo centrale. Tuttavia, il progetto presentato dall’autorità portuale laziale risultò all’epoca più costoso rispetto a quelli di altri scali, come Taranto e Augusta, e questo ha inizialmente indebolito la candidatura del porto laziale (Eolico offshore galleggiante: a Civitavecchia si gioca una partita locale e nazionale e Eolico o plastica sullo sfondo della dismissione della centrale a carbone di Civitavecchia).

Da qui l’offerta di modifica del progetto civitavecchiese, la riduzione dei costi attesi e la richiesta, avanzata più volte dall’amministrazione comunale, di un impegno pubblico chiaro e comparabile a quello già attuato per gli altri due porti. Senza una volontà politica esplicita, sostengono gli enti locali, anche l’interesse già espresso da potenziali investitori privati per Civitavecchia e Brindisi rischia di restare lettera morta.

L’allarme di AERO: progetti pronti, sistema fermo

Il quadro nazionale che fa da sfondo alle vertenze locali è quello descritto dall’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore nella sua audizione parlamentare (pdf) di dicembre.

AERO evidenzia come in Italia esistano decine di progetti eolici offshore già avanzati sul piano autorizzativo, con investimenti potenziali per decine di miliardi di euro e ricadute occupazionali significative. Tuttavia, avverte che “in assenza di aste e di un quadro regolatorio stabile, progetti già maturi sotto il profilo tecnico e autorizzativo rischiano di non tradursi in investimenti reali”.

Secondo l’associazione, il raggiungimento di obiettivi minimi di capacità offshore garantirebbe una quota rilevante del fabbisogno elettrico nazionale, oltre a risparmi significativi di emissioni e a una filiera industriale capace di creare occupazione stabile nei porti e nelle aree costiere.

In questo contesto, il ruolo degli hub portuali è centrale: senza infrastrutture adeguate, anche i progetti autorizzati rischiano di non tradursi in cantieri e lavoro reale, avverte AERO, di cui pubblichiamo la foto l’immagine di un impianto eolico galleggiante.

Due territori, una questione nazionale

La convergenza tra Civitavecchia e Brindisi non è solo politica, ma strutturale. Entrambe le città hanno ospitato per decenni grandi centrali a carbone, entrambe hanno contribuito in modo determinante alla sicurezza energetica del Paese, ed entrambe si trovano ora a chiedere che la transizione venga governata con princìpi e strumenti adeguati.

La richiesta che emerge dalle prese di posizione locali e del settore eolico è quella di uscire dall’ambiguità: meglio una decisione chiara, anche difficile, al limite anche contraria alle istanze presentate finora, che un prolungamento indefinito dell’incertezza.

“Non è sufficiente richiamare l’ipotesi della ‘riserva fredda’ se poi non vengono definiti in modo rigoroso tempi, modalità, standard operativi e impegni conseguenti. Anche in tale ipotesi, la comunità ha diritto a garanzie verificabili su investimenti, filiere e prospettive di medio-lungo periodo, evitando che l’incertezza si traduca in precarizzazione strutturale e in instabilità”, si legge nella lettera inviata dal Sindaco di Civitavecchia Piendibene al governo.

La posta in gioco va oltre le singole vertenze. La capacità dell’Italia di sviluppare una filiera dell’eolico offshore galleggiante nel Mediterraneo, pur prevista dalle politiche ufficiali del governo in carica, dipende dalla coerenza tra politiche energetiche, industriali e portuali. Senza questa coerenza, il rischio è duplice: perdere investimenti già pronti e lasciare territori come Civitavecchia e Brindisi senza una prospettiva credibile di riconversione.

Servono decisioni formali, tempi certi e strumenti operativi. Altrimenti, il carbone smette di produrre energia, ma continua a produrre incertezza, così come le nostalgie per presunte soluzioni nucleari destinate con ogni probabilità a rimanere deluse.

ADV
×
Privacy Policy Cookie Policy