Primo vero impianto eolico offshore nel Mediterraneo in Francia, ma ancora di carta, per ora, in Italia.
Insomma, venti di cambiamento per quanto riguarda l’eolico offshore nel Mediterraneo, ma le folate più intense vengano dal Mistral nel golfo di Marsiglia, mentre sul fronte sud, quello dei mari italiani, si segnalano solo piccoli passi avanti.
L’eolico offshore italiano
Cominciamo da questi ultimi. Ha ottenuto la valutazione positiva di impatto ambientale dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, dopo aver ottenuto il nulla osta del Ministero della Cultura, Barium Bay, il più grande parco eolico galleggiante fra quelli che per ora hanno fatto domanda di installazione.
Questo consente al progetto una compartecipazione del Consorzio Galileo che ha raccolto un sostegno finanziario di 220 milioni di euro da quattro investitori istituzionali, e la società barese Gruppo Hope, che gestisce 4 GW di FV ed eolico, di partecipare alla procedura d’asta prevista dal decreto Fer 2 che prevede l’incentivazione di 3.800 MW di eolico offshore (saranno tutti galleggianti, vista la grande profondità dei mari italiani più ventosi).
Barium Bay consisterà in 74 aerogeneratori, ciascuno della potenza di 15 MW, per una potenza complessiva installata di 1,1 GW. Il parco sarà collegato con un cavo marino 380 kV di 57 km con la terra ferma a sud di Barletta, che consentirà di tenere le turbine a oltre 45 km dalla costa più vicina, così che risultino invisibili.
Ci sarebbe piaciuto darvi informazioni più dettagliate su questo progetto, per esempio sapere chi produrrà i galleggianti, cioè se li importeremo già pronti dalla Cina (che si sta attrezzando a entrare in questo nuovo settore con navi specializzate) o se, e dove, li costruiranno sulla costa italiana, dando così lavoro alle nostre acciaierie e ai nostri operai, visto che poi saremo noi a pagare il generoso incentivo, che permetterà a questo progetti innovativi di stare in piedi finanziariamente.
Al momento, il Gruppo Hope ha preferito non rispondere alle nostre domande perché “premature e troppo tecniche”; risulta strano che a pochi anni dalla sua teorica realizzazione non sappiano ancora bene come sarà realizzato il mega impianto o, semplicemente, non vogliano farlo sapere.
L’esordio in Francia e la tipologia di galleggiante
Ciò però contrasta con l’altra notizia, quella che arriva dal Golfo del Leone su cui si affaccia Marsiglia. Il 12 giugno è stato inaugurato il primo impianto eolico flottante del Mediterraneo: davanti alla foce del Rodano è stato tagliato il nastro del Provence Grand Large, frutto della collaborazione fra EDF Power Solutions e Siemens-Gamesa; è costituito da tre turbine da 8,5 MW, poste su galleggianti a 17 km dalla costa davanti a Port-Saint-Louis-du-Rhône.
La potenza complessiva di 25,5 MW degli aerogeneratori alti 175 metri sul mare sarà sufficiente a produrre abbastanza elettricità da alimentare 45mila case di media grandezza.
Nulla che cambi di per sé il panorama elettrico transalpino, ancora dominato dal nucleare, ma un importante apripista sia per lo sfruttamento dei venti sul Mediterraneo, per ora del tutto trascurati, sia per la tecnologia dell’eolico galleggiante, che nel progetto francese sperimenta un nuovo tipo di sistema di galleggiamento, diverso da quello del primo impianto eolico flottante nel continente, quello di Aberdeenshire, in Scozia, consistente in 5 turbine da 6 MW Hywind.
Nel sistema Hywind, il galleggiante è di tipo spar, in pratica un prolungamento verso il basso della torre, lungo quasi quanto la parte emersa, zavorrato nella parte bassa e ancorato al fondo con un ancoraggio basato sullo schema delle catenarie, con i cavi o catene che compiono un ampio arco fra galleggiante e ancora, limitando in modo “morbido” gli spostamenti della turbina.
Lo spar è semplice sia nella struttura che negli ancoraggi e, proprio grazie al lunghissimo galleggiante a torre, non corre rischi di ribaltamento, anche a causa delle furiose tempeste dei mari del nord. E infatti l’impianto scozzese sta lì dal 2017, resistendo a ogni condizione marina e producendo quantità record di elettricità, grazie all’estrema ventosità dell’area.
Lo spar ha però un difetto: il lungo galleggiante non permette montaggi nelle acque basse dei porti, va portato disteso fino al punto di ancoraggio, poi va messo in verticale e su di esso viene infine montata la turbina. Significa un uso di costosissime navi speciali per l’eolico offshore, peraltro difficili da prenotare, e lunghi periodi di lavoro in alto mare, in balia delle complesse condizioni meteo.
Nel caso francese, invece, si è optato per un’altra soluzione: un galleggiante semisommergibile, che resta quasi tutto fuori dall’acqua durante il montaggio e il trasporto (vedi foto in alto), e che viene immerso quasi completamente, riempiendo appositi serbatoi di zavorra, solo quando arriva sul posto.
Invece di essere una torre, questo tipo di galleggiante è una specie di gigantesco treppiede realizzato con tubi di acciaio, che può essere montato in porto, turbina compresa. Tutto l’insieme viene poi rimorchiato al largo da semplici rimorchiatori, senza uso di navi specializzate, assicurato agli ancoraggi e fatto sprofondare in acqua per qualche decina di metri.
È quindi un sistema che consente un montaggio a terra delle turbine galleggianti e un loro rapido posizionamento. Qui il difetto è che è meno stabile dello spar, per cui richiede un tipo di ancoraggio al fondo più rigido, chiamato taut-leg, con cavi quasi verticali, tesi fra il galleggiante e ancoraggi saldamente infissi nel fondale, visto che devono reggere forti spinte verticali. Questo tipo di soluzione non può essere usata dove i fondali sono sabbiosi, perché gli ancoraggi non resisterebbero alla trazione.
Il fondale davanti alla foce del Rodano è invece adatto, e così ora le tre turbine galleggiano pacificamente a “soli” 17 chilometri dalla costa provenzale, senza suscitare, a quel che sembra, le ire di locali comitati del No, che sicuramente in Italia sarebbero già sul piede di guerra.
In questa stagione di vento ce n’è quasi sempre poco, ma quella è la zona del Mistral, il maestrale transalpino, un vento quasi costante da nord-ovest, che promette una produzione notevole di elettricità. In effetti la prima turbina delle tre, installata nel novembre 2024, ha prodotto in sei mesi già 30 GWh, con un fattore di capacità di circa 3.500 ore, ottimo per il Mediterraneo, anche se ottenuto nei mesi più ventosi dell’anno.
Strategie e obiettivi francesi nell’offshore
Il successo di questo progetto pilota aprirà la strada a futuri sviluppi, con EDF Power Solutions che ha già vinto appalti per altri due parchi eolici galleggianti davanti al Golfo di Fos, poco a oriente del primo impianto. In totale la Francia prevede 45 GW di eolico offshore entro il 2050.
Insomma, i francesi, affrontando i tanti problemi dell’eolico offshore galleggiante, dal fare progetti innovativi al creare infrastrutture a terra adatte alla realizzazione, fino al convincere le popolazioni locali, ci hanno bruciato sul tempo, installando per primi questo impianto “rompighiaccio” nel cosiddetto “Mare Nostrum”.
E questo nonostante gli incentivi in Francia si annuncino molto più bassi dei nostri. Questo impianto riceverà 86,45 €/MWh, come contratti per differenza, contro i nostri 189 €/MWh di incentivo previsti dal Fer2.
Bisogna però anche mettere in conto i 4,12 miliardi di aiuti pubblici in conto capitale, destinati all’eolico offshore, che la Francia si è fatta autorizzare dalla Commissione Europea, a patto che porti lavoro alle comunità locali dove gli impianti vengono costruiti e varati.
L’Italia, che di energia da rinnovabili avrebbe tanto bisogno, per spezzare la dipendenza dal costosissimo gas, sembra procedere ancora a passo di lumaca, senza aver messo in mare neanche una zattera, un progetto nazionale di galleggiante o predisposto un porto per questo tipo di attività.
E, naturalmente, dovendo anche dribblare ostacoli posti da politici assai poco lungimiranti e immancabili proteste popolari per la tutela del “paesaggio”, quello a 30 km al largo dalla costa, della pesca o addirittura di potenziali reperti archeologici.
Vediamo se il progetto Provence Grand Large, almeno, ci darà la sveglia.





























