È morto oggi, 4 luglio, a Roma all’età di 93 anni il professor Giorgio Nebbia, una vera autorità in tema di ambientalismo.

Laureatosi in chimica, dal 1959 al 1995 è stato professore ordinario di merceologia presso Facoltà di Economia dell’Università di Bari, di cui è stato nominato professore emerito. Ha ricevuto le lauree honoris causa in scienze economiche e sociali dall’Università del Molise e in economia e commercio dagli atenei di Bari e Foggia.

Ha svolto attività di ricerca nell’ambito della merceologia, con particolare riferimento all’analisi del ciclo delle merci, ai rapporti fra produzione, consumo e uso delle risorse naturali con particolare riferimento al riciclo dei rifiuti.

Si è poi occupato di risorse naturali, studiando l’energia solare. Si è occupato di dissalazione dell’acqua di mare e le sue ricerche sperimentali con distillatori solari, a partire dal 1953, sono state fra le prime applicazioni dell’energia solare in Italia. Sul tema ha pubblicato numerosi contributi scientifici.

Alcune sue ricerche sono state dedicate alla storia della produzione industriale, delle fonti di energia e dei movimenti di difesa dell’ambiente.

Ricordiamo qui una sua breve riflessione pubblicata anche su QualEnergia.it subito dopo il referendum dell’aprile 2016, sulle trivelle. In poche righe spiega cosa dovrebbe contenere un serio piano energetico.

Un breve intervento che ci dà però la cifra del pensiero di uno studioso con un approccio interdisciplinare e di lungo periodo su consumi e produzione e, dunque, una visione razionale e scientifica sull’energia e l’ambiente di cui avremmo tanto bisogno.

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Dopo il Referendum, un piano energetico che parli delle merci

20 aprile 2016 – Prima di tutto voglio dichiarare che il 17 aprile sono andato a votare per il referendum: ho sempre votato per tutti i referendum perché sono chiamati non da un governo, o da un presidente, o da un partito, ma, una volta tanto nella vita, è il popolo “We the People”, che chiede a me personalmente che cosa penso di un certo problema.

Da bambino mi hanno insegnato che quando qualcuno chiede qualcosa è buona educazione rispondere, a maggior ragione se è “il popolo” che mi interroga. Poi voglio chiarire che ho votato SI – inutilmente – insieme a molti altri milioni di persone, dopo aver ascoltato attentamente le ragioni dei sostenitori del SI, ma anche quelle dei sostenitori del NO, convinto che l’ostinazione nell’estrazione di petrolio e gas a ridosso delle coste dal fondo di un mare che si muove continuamente (i cui “confini” sono un nonsenso ecologico), da giacimenti in via di esaurimento, non giova all’economia dell’Italia, all’occupazione e tanto meno all’ambiente.

Adesso, a mio parere, un governo dovrebbe fare un sensato “piano” energetico, parola che abbiamo sentito ripetere infinite volte. Talvolta nei decenni passati i governi hanno fatto dei piani energetici, ma tutti con previsioni di produzione e di consumo di energia sbagliati, il che ha provocato costi pubblici e dolori privati.

L’energia è una cosa che non si vede. Si vedono, si comprano e vendono il petrolio, i pannelli solari, il carbone, i rifiuti (si anche quelli vengono bruciati e contabilizzati come fonti di energia, addirittura “rinnovabili”), le pale eoliche, eccetera. Ma l’energia non si vede né si tocca; se ne vedono soltanto gli effetti sotto forma di merci e di servizi, di scatole di conserva di pomodoro e di luce, di carta e di mobilità e conoscenza, eccetera.

Un piano energetico ha senso se si comincia a stabilire quali merci e servizi si vogliono rendere accessibili ad una comunità e solo dopo si può decidere con quali forme e fonti di energia è bene “fabbricarli” e renderli disponibili ai cittadini con vantaggio per l’economia o per l’occupazione o per l’ambiente.

A tal fine occorre andare su e giù per le 65 righe e colonne delle tavole intersettoriali dell’economia, quelle che contengono i soldi che passano da un settore all’altro e da cui, alla fine, si calcola il Prodotto Interno Lordo.

I soldi di ciascuno scambio sono accompagnati da uno scambio di materiali e di energia sotto forma di calore o di elettricità, milioni di tonnellate di materiali, fra cui carbone e petrolio e gas, prodotti agricoli e legno e minerali e metalli e gomma, eccetera, e 150 milioni di tonnellate di rifiuti solidi che vanno da un posto all’altro, dai campi alle stalle, dalle strade ai negozi, dalle fabbriche alle abitazioni, tutti mossi dall’energia.

A mio modesto parere, senza un simile “piano”, nato dalla capacità di pensare al futuro di un paese e dei suoi abitanti, tutto resta al livello di chiacchiere, fertile terreno per speculazioni e frodi.