I data center in Italia: da 50 GW di rumore a 5 GW di realtà

Quali i veri consumi dei data center? Saranno il “mostro” che divorerà energia e acqua o anche un'infrastruttura industriale che va governata con regole chiare, trasparenza e capacità tecnica?

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Un prompt di intelligenza artificiale oggi consuma quasi nulla: 0,0003 kWh e sei gocce d’acqua, come una ricerca su google del 2008.

Ma quando i prompt diventano miliardi, non parliamo più di gocce ma di fiumi di elettricità e milioni di litri d’acqua.

L’Italia è già dentro questa trasformazione: nel marzo 2025 Terna ha raccolto 42 GW di richieste di connessione per nuovi data center, che a giugno erano già quasi 50 GW (fonte: Reuters).

Cinquanta GW per i data center in Italia? Non è così

Una cifra abnorme, pari a metà del parco termoelettrico nazionale. Ma la realtà è diversa. Non costruiremo 50 GW. Gran parte è rumore di fondo, domande speculative per opzionare la rete.

Secondo il Politecnico di Milano e i principali analisti globali, entro il 2030 vedremo 1,4-2,0 GW di IT effettivi. Dunque, non cinquanta, ma due. E già questo significherà molto: con PUE moderni e utilizzo medio al 60%, quei 2 GW si tradurranno in circa 14 TWh/anno aggiuntivi, quasi il 5% della domanda nazionale (PUE: Power Usage Effectiveness, metrica che misura l’efficienza energetica di un data center).

Guardando più avanti, la IEA prevede che i consumi globali dei data center raddoppieranno a 945 TWh entro il 2030. In Italia questo significherà salire a 3-4 GW al 2035 e fino a 5 GW al 2040, equivalenti a oltre 30 TWh/anno.

Non sarà uno shock sistemico, ma un settore industriale che dovrà essere pianificato con attenzione.

Le richieste di connessione

Per accompagnare questa crescita, il DL Energia 2025 ha introdotto il PAUR (Procedimento Autorizzativo Unico Regionale): fino a 300 MW autorizzano le Regioni, sopra i 300 MW decide il Mase, con tempi certi (10 mesi + 3 in casi eccezionali) e VIA accelerata.

Ma il decreto disciplina solo le autorizzazioni, non le connessioni, che restano in capo a Terna (AT) e ai DSO come E-Distribuzione (MT). Questo significa che i grandi hyperscale giocheranno la loro partita tra Terna e Mase, ma il vero mercato sarà gestito dalle Regioni e Terna oppure dai vari DSO diffusi nel territorio nazionale

Lo scenario sarà quindi a due velocità: da una parte pochi hyperscale, campus enormi capaci di spostare i numeri nazionali (basti citare il progetto Eni–Khazna da 500 MW o gli annunci di Microsoft e AWS), dall’altra molti edge da 1-5 MW, già realtà con Rai Way che ha completato cinque siti (Firenze, Genova, Milano, Torino, Venezia) e punta a diciotto.

I primi cambieranno la domanda energetica nazionale, i secondi garantiranno latenza minima e resilienza locale.

Quanta acqua si consumerà?

Accanto all’energia c’è il tema idrico. Nei grandi campus, per abbassare il PUE a valori 1,1-1,2, si usano sistemi evaporativi che consumano anche milioni di litri al giorno per 100 MW, equivalenti al fabbisogno di migliaia di famiglie.

Al contrario, i sistemi “water-light” (dry cooler, direct-to-chip, chiller ad aria) portano il PUE a 1,3-1,4, quindi consumano più elettricità, ma quasi azzerano l’uso d’acqua.

È un trade-off strutturale: efficienza energetica vs efficienza idrica. In Italia, così come non rischiamo uno shock elettrico con 2 GW al 2030 o 5 GW al 2040, non rischiamo neppure uno shock idrico. Ma ogni progetto dovrà essere calibrato per ridurre al minimo l’impatto, senza sacrificare risorse preziose.

Data center consumatori ma anche attori di rete

Qui entra in gioco il concetto di integrazione ambientale. All’estero si sperimenta già da tempo: in Danimarca Microsoft ha integrato il calore di scarto nel teleriscaldamento, in Olanda le leggi impongono trasparenza su consumi energetici e idrici, in Germania i nuovi data center devono garantire piani di recupero del calore, in Svezia vengono progettati in simbiosi con le reti rinnovabili.

Anche in Italia esistono casi concreti: a Brescia, A2A e Qarnot hanno inaugurato un data center raffreddato a liquido collegato al teleriscaldamento, capace di fornire 16 GWh/anno di calore pulito a 65 °C e riscaldare fino a 1.350 appartamenti, evitando 3.500 tonnellate di CO₂.

A Milano, A2A insieme a Retelit e DBA Group ha avviato un progetto che recupererà il calore di scarto di Avalon 3 (3,2 MW IT) per immettere 15 GWh/anno nella rete cittadina, riscaldando 1.250 famiglie e tagliando 3.300 tonnellate di CO₂.

Ma la vera svolta arriverà quando i data center non saranno più solo “consumatori” ma attori di rete.

In Alberta, l’operatore AESO ha imposto nuove regole: i data center devono garantire ride-through, ramp rate limitati, contributo alla stabilità di tensione e frequenza, e perfino SCADA ridondanti. Non più carichi passivi, ma veri nodi della rete elettrica.

Lo stesso, prima o poi, accadrà in Italia. Con l’aumento di capacità, i data center non potranno più limitarsi a prelevare energia: saranno chiamati a fornire servizi ancillari, a coordinarsi con i BESS, ad assorbire surplus rinnovabile, a diventare cerniere tra generazione e consumo.

Non è escluso che nei prossimi anni anche il nostro quadro normativo lato connessioni venga aggiornato in questa direzione, trasformando i data center in stabilizzatori della rete e non in disturbi.

Da rischio a opportunità

In definitiva, i data center non sono (solo) il “mostro” che divora energia e acqua, ma una nuova infrastruttura industriale che va governata con regole chiare, trasparenza e capacità tecnica.

In sintesi, l’Italia non subirà shock elettrici o idrici dall’implementazione di qualche GW di capacità, ma rischia di subire uno shock ben più grave: quello competitivo.

Irlanda, Germania e Spagna hanno già pipeline solide e miliardi messi a terra. Se non vogliamo restare fanalini di coda della nuova economia digitale, non basterà regolare: dovremo anche favorire e accelerare, facendo dei data center non un problema da subire, ma un’opportunità da guidare.

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