Dal carbone al gas o alle rinnovabili? Enel e la politica sul caso della Spezia

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Il dibattito politico sulla realizzazione delle centrali a gas in vista dell'uscita dal carbone si è spostato a livello locale. E la centrale a carbone della Spezia è un caso tutto particolare.

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Sull’energia in generale, e sul gas nello specifico, in Italia Enel pare giocare una partita in cui non ci sono avversari e dove oltre al mazzo dispone di tutte le carte sul tavolo.

L’antefatto

Le centrali a carbone tuttora operative in Italia e che Enel deve sottoporre al riesame dell’AIA sono quelle di Brindisi e Civitavecchia, di cui Starace aveva annunciato la chiusura (condizionata) al 2025, e La Spezia, Venezia-Fusina e Sulcis-Portoscuso, che secondo le dichiarazioni dell’AD di Enel non dovrebbero andare oltre il 2021.

Con un ricorso al TAR del Lazio, Enel si opponeva alla richiesta del Ministero dell’Ambiente di comunicare il piano per la cessazione dell’utilizzo del carbone nell’intera produzione elettrica entro il 31 dicembre 2025 (QualEnergia.it).

In seguito alla convocazione per l’audizione sul Piano nazionale integrato per l’energia e il clima al 2030 presso la X Commissione Attività produttive della Camera, Enel ritira i ricorsi. “I ricorsi sono stati presentati in un momento in cui non c’era un dialogo costruttivo – dichiara Francesco Starace nel corso dell’Assemblea Generale degli Azionisti di Enel – ma vista la volontà comune i ricorsi sono stati ritirati”.

Il Piano di Enel prevede la realizzazione di quattro centrali a gas a ciclo aperto per 3,2 GW di potenza in sostituzione delle quattro centrali a carbone di Venezia, La Spezia, Civitavecchia e Brindisi.

Quando? Appena ottenute le autorizzazioni, a valle delle relative istanze di Valutazione di Impatto Ambientale già presentate (QualEnergia.it).

Davvero abbiamo bisogno del gas per la transizione energetica?

Ci troviamo evidentemente a una svolta. Il futuro energetico dei prossimi 50 anni sarà condizionato dal prevalere dell’una o dell’altra tesi: il gas è un ponte verso le energie rinnovabili, o un muro che ne rallenta la diffusione?

La IEA (International Energy Agency) sostiene convintamente la tesi del ponte.

La questione “ponte/muro” ha altresì stimolato un intervento di Romano Prodi che, con una buona dose di cerchiobottismo, invita ad un maggiore rigore nella lotta al cambiamento climatico, picconando al contempo le rinnovabili e le nuove tecnologie, a suo dire molto onerose, e eleggendo il gas quale stampella indispensabile per il loro futuro sviluppo. Scrive infatti “… da un lato il sole e il vento sono per definizione intermittenti e richiedono perciò che accanto a queste fonti ne siano operative altre (principalmente gas naturale) pronte ad intervenire nel momento in cui le fonti intermittenti non possono produrre energia. A questo si aggiungono investimenti più costosi del previsto dovuti alla necessità di un radicale cambiamento delle linee di trasmissione verso i centri di consumo. Altrettanto importante risulta il fatto che il peso dei sussidi alle energie rinnovabili, proprio in conseguenza della loro rapida diffusione iniziale, è diventato socialmente insopportabile nonostante il calo dei costi.” (Il Messaggero, 11/6/2019)

C’è tuttavia chi sostiene che in luogo della realizzazione di nuovi impianti termoelettrici a gas, il muro che rallenta la diffusione delle rinnovabili, ciò che va accelerato è lo sviluppo di nuova capacità rinnovabile, accumuli e DSM (Demand Side Management), come abbiamo scritto più volte su questa testata.

La politica e il Piano di Enel per il gas in Italia

Dopo la sostanziale bocciatura di Bruxelles sulle politiche italiane energetiche e dei trasporti, è stata rinviata l’approvazione del parere della Conferenza del Piano Nazionale per l’Energia e il Clima (PNIEC) su cui la stessa UE chiede più chiarezza.

Con una mozione congiunta, M5S e Lega impegnano (piuttosto genericamente) il governo a mettere in atto azioni volte a mitigare l’effetto dei cambiamenti climatici.

Il dibattito politico per ora pare essersi spostato tutto al livello locale. Tuttavia, qualora si volesse ostacolare la realizzazione delle centrali a gas alla scala locale, le possibilità di manovra sono limitate se si eccettua il rischio sanitario a cui nessun Sindaco negli ultimi anni ha fatto ricorso neppure per il carbone.

Riccardo Rossi, il sindaco di Brindisi che vanta un passato nel movimento “no coke”, plaude alla fine del carbone constatando la sostanziale coerenza del gas proposto da Enel con la Strategia Energetica Nazionale. A Civitavecchia le elezioni amministrative hanno decretato la fine del governo a 5 stelle, che già aveva anticipato la propria ferma contrarietà al progetto: bisognerà attendere l’insediamento della nuova giunta per capire quale sarà l’atteggiamento. Sia a Brindisi sia a Civitavecchia è certo che i “no-coke” non staranno a guardare.

Situazione di sostanziale attesa anche a Fusina dove il phase out del carbone è salutato da tutti con favore, meglio il più presto possibile e ancora di più se sostituito con tecnologie di produzione energetica altamente innovative.

La centrale a carbone della Spezia: un caso a parte

Quella della centrale della Spezia è storia a sé. Il sito – che occupa una superficie di 72 ettari dove trovano posto un gruppo a carbone da 600 MW, due carbonili, un nastro trasportatore da 1,5 km e un pontile di scarico per il carbone – era stato inserito nel piano di dismissione di 23 centrali obsolete annunciato da Enel nel 2015 (Futur-e), ma sorprendentemente, solo per i due gruppi a gas realizzati alla fine degli anni ’90 in concomitanza con la chiusura di tre gruppi a carbone.

Agli azionisti critici che all’Assemblea degli Azionisti del 2015 gli chiedevano la ragione di una simile scelta, l’AD di Enel Starace rispose che i gruppi a gas non erano produttivi e che invece quello a carbone non sarebbe stato dismesso finché fosse stato sostenibile economicamente.

Su sollecitazione degli stessi azionisti critici, che gli ricordarono l’infelice ubicazione del sito (in tessuto urbano e accanto a una scuola dell’infanzia), Starace dichiarò infine che la centrale a carbone non sarebbe sopravvissuta alla scadenza dell’AIA, cioè al 2021. Nel corso degli anni questa data di scadenza è stata ripetutamente messa in discussione, ma Enel ha sempre confermato le dichiarazioni dell’AD.

Quello che succede ora è che con l’accelerazione sul phase out del carbone Enel ha un’ottima occasione per rilanciare alla Spezia con una nuova centrale a gas senza rischio d’impresa. La centrale sarà infatti remunerata comunque vadano le cose grazie al meccanismo del capacity market.

Nell’istanza di Autorizzazione Unica inviata a metà maggio al Ministero dell’Ambiente, MiSE, Comune della Spezia, Regione, Arpal, ecc., con oggetto “Progetto di sostituzione dell’unità a carbone esistente con nuova unità a gas”, Enel scrive che “l’intervento prevede due fasi di costruzione. La prima fase comprende la costruzione di una prima unità turbogas e il funzionamento in ciclo aperto (OCGT), unità a carbone esistente fuori esercizio. Nella seconda fase potrà essere realizzato il completamento in ciclo chiuso (CCGT) con l’aggiunta della caldaia a recupero e della turbina a vapore, quest’ultima posizionata al posto dell’attuale turbina dell’unità 4.”.

Si parla di conversione perché, nei progetti di Enel, “il criterio guida del progetto di conversione della centrale è quello di preservare il più possibile la struttura impiantistica e infrastrutturale esistente…”.

Il meccanismo è simile per tutte le centrali. È molto probabile però che alla seconda fase (ciclo chiuso CCGT) non si arrivi mai.

Infatti, come spiegato dal direttore di Enel Italia, Carlo Tamburi, durante l’audizione sul Piano nazionale integrato per l’energia e il clima al 2030 presso la X Commissione Attività produttive della Camera, per la partenza dei progetti Enel chiede l’avvio del capacity market: le unità OCGT, infatti, sono pensate soprattutto per colmare l’eventuale fabbisogno residuo di energia prodotta da rinnovabili o per stabilizzare la rete. Lavoreranno poco o niente, ma saranno comunque remunerative.

È quanto ha confermato anche Starace agli azionisti critici nell’Assemblea degli Azionisti Enel dello scorso maggio, aggiungendo che “se la crescita delle rinnovabili non dovesse avvenire, le centrali saranno convertite a cicli combinati. In mancanza di questa soluzione – ha aggiunto l’AD – potremmo trovarci in difficoltà: su questo abbiamo trovato un buon accordo con il Ministero Ambiente, il MiSE e le quattro regioni interessate considerato che la competenza in materia di energia ricade sulle regioni”.

Tutti d’accordo quindi, come successo per le vecchie centrali a olio combustibile, per la cui disponibilità (peraltro mai sfruttata) abbiamo pagato per anni. Allo stesso modo pagheremo per tenere sostanzialmente ferme le nuove centrali a gas?

Alla Spezia resta il tema della scadenza del 2021. Secondo Enel ci sono i tempi tecnici per la sostituzione entro il 2021 a condizione che arrivino per tempo le autorizzazioni.

E se non arrivano? Sempre secondo fonti Enel, la centrale a carbone chiuderebbe in ogni caso, a meno che per ragioni di sicurezza energetica Terna chieda di tenerla a disposizione. È la stessa Terna infatti a pretendere “almeno 3 GW di capacità a gas aggiuntiva a quella attuale e fino 6 GW in caso di assenza di nuovi accumuli” per consentire il phase out del carbone.

Insomma non se ne esce: d’altra parte se la partita la gioca Enel, non ha avversari, ha il mazzo e tutte le carte…

Fonti Enel confermano che la centrale della Spezia è in perdita ed è ininfluente per il sistema energetico nazionale a causa della sua ridotta capacità produttiva.

Ancorché abbondantemente ammortizzata (è stata costruita nel 1962), a seguito del rilascio dell’AIA nel 2013 la centrale ha dovuto subire importanti manutenzioni. Un’ipotesi plausibile è che la stessa sia stata mantenuta in esercizio, in perdita, per non rinunciare all’opportunità del gas e del capacity market, mantenere i circa 130 posti di lavoro residui e la pax sociale con l’amministrazione locale e i sindacati che non vogliono che Enel lasci il territorio.

Per quanto riguarda la politica locale, alla Spezia sta andando in scena una rappresentazione da teatro dell’assurdo.

Gli ex amministratori ed esponenti del PD attaccano l’attuale amministrazione di destra che, a loro dire, avrebbe agevolato il disegno di Enel per la nuova centrale a gas, anziché procedere sulla strada da loro già tracciata per la conversione dell’area della centrale (72 ha) sul modello del manifesto “Futur-e”. In questo senso sono intervenuti gli onorevoli Andrea Orlando (che da Ministro dell’Ambiente aveva firmato l’AIA del 2013) Raffaella Paita (all’epoca assessore regionale) e il sindaco dell’epoca Massimo Federici.

Nessuno dice, tuttavia, che dal 2015 Enel, pur sollecitata in ogni modo dagli amministratori locali proponendo improbabili centri direzionali o di ricerca affinché continuasse ad operare sul territorio, ha sempre dichiarato di voler riconsegnare l’area dopo la dismissione, chiarendo tuttavia che, qualora si fosse verificata l’opportunità di nuova produzione energetica non da fonti rinnovabili (quindi a gas) l’avrebbe colta.

In questo teatro dell’assurdo abbiamo quindi gli esponenti del PD vecchi e nuovi che contestano l’attuale amministrazione locale di destra per il suo appoggio a Enel e al gas. Gli stessi attori che tra il 2011 e il 2013, in fase di rilascio dell’AIA, avevano osteggiato la proposta dei comitati locali per il ripristino dei gruppi a gas e la chiusura di quello a carbone.

Salvo poi, nel 2015, chiedere quella stessa conversione quando ormai Enel aveva deciso per lo smantellamento. Fu lo stesso Starace a mettere all’angolo il Sindaco spezzino nel corso dell’ormai storica, e già citata, Assemblea degli Azionisti di Enel del 2015.

Quanto alla destra, al governo della città dal 2017, non ha mai prestato grande attenzione alla questione della centrale.

Alla fine del 2018, in continuità con l’amministrazione precedente nel tentativo disperato di convincere Enel a restare alla Spezia, in un Consiglio Comunale sollecitato dalle opposizioni e dedicato appunto alla centrale, la maggioranza aveva proposto e votato un ordine del giorno con cui si impegnava il Sindaco Pierluigi Peracchini “a richiedere la permanenza di Enel con eventuali tecnologie non inquinanti come l’utilizzo del gas e comunque da verificare nell’apposita commissione comunale”. Nello stesso periodo, sorprendendo l’intera città, con un nuovo annuncio comunicò di avere convinto Enel a chiudere la centrale entro il 2021.

Ma il clou del teatro dell’assurdo va in scena il 10 giugno scorso quando, al termine di un nuovo Consiglio Comunale fiume, a fronte di una mozione presentata da tutte le opposizioni con eccezione del M5S, a sorpresa viene approvato un ordine del giorno presentato dalla maggioranza (del sindaco Peracchini) che impegna il Sindaco a esprimere parere negativo sul progetto della centrale a gas presentato da Enel.

È infine del 13 giugno il comunicato stampa con cui Regione Liguria dà conto della riunione con Enel e Comune della Spezia. Qui le amministrazioni hanno chiesto che Enel ribadisca la cessazione al 2021 dell’uso del carbone per la centrale della Spezia e ne dia ufficiale evidenza procedendo con l’invio della formale richiesta al MiSE. Enel ha confermato l’impegno ad attivarsi in questo senso presso il MiSE.

Inoltre, prendendo atto dell’ordine del giorno votato dal Consiglio comunale della Spezia, le parti al tavolo si sono impegnate, nell’interesse di tutti i soggetti interessati, a ogni livello, a proseguire gli incontri per confrontarsi su un più ampio progetto complessivo integrato anche con un importante piano di sostenibilità per la città.

Come a dire che il progetto della centrale a gas va avanti e che, come in passato, saranno concordate compensazioni appena bastanti a sostenere il bilancio comunale.

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