Accordo di pace Usa-Iran, come stanno reagendo i mercati energetici

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Brent e Wti ai minimi da tre mesi, Ttf in calo: la distensione su Hormuz riduce il rischio sulle forniture, ma esperti e osservatori escludono un rapido ritorno alla normalità.

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“Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!”. Con questa frase, pubblicata sul suo social Truth, Donald Trump ha annunciato l’accordo di pace raggiunto ieri tra gli Stati Uniti e l’Iran, che avrà come conseguenza la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Venerdì in Svizzera dovrebbe essere sottoscritto un documento formale che sancisca la fine delle ostilità, ma ad oggi non ne sono stati resi noti i contenuti. È verosimile immaginare che avrà al centro il ripristino della circolazione all’imbocco del Golfo Persico, questione che ha tenuto banco sul piano energetico fin dall’inizio del conflitto, visto che per lo Stretto passa circa il 20% della fornitura globale di petrolio e Gnl.

Il petrolio verso una lenta ripresa

Intanto una prima reazione c’è stata. I prezzi del petrolio sono scesi questa mattina al minimo da tre mesi. I future sul Brent sono scesi di 3,65 dollari (-4,2%), a 83,68 dollari al barile (alle 06:30 GMT), mentre il West Texas Intermediate (Wti) statunitense si attestava a 80,75 dollari, in calo di 4,13 dollari (-4,9%). Entrambi i contratti hanno toccato i livelli più bassi dal 10 marzo.

Gli investitori osservano ora con cautela la rapidità con cui i produttori mediorientali riusciranno a riprendere la produzione e le esportazioni di petrolio dopo i danni causati dalla guerra e se un maggior numero di navi tornerà effettivamente a circolare.

“Sebbene queste incertezze suggeriscano rischi al rialzo per le nostre previsioni sui future del petrolio Brent, che dovrebbero raggiungere gli 80 dollari al barile entro la fine dell’anno, è importante notare che i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono semplicemente raggiungere il 60-70% dei livelli prebellici per riportare i mercati petroliferi alle aspettative di sovrabbondanza di offerta del periodo prima dello scoppio delle ostilità”, ha affermato Vivek Dhar, esperto di materie prime presso la Commonwealth Bank of Australia, in una nota.

Secondo un’analisi pubblicata stamattina dal think tank Bruegel, anche in caso di totale e rapida riapertura dello Stretto, il mercato petrolifero globale continuerà a registrare un deficit di offerta fino al 2027 inoltrato, “poiché la riattivazione degli impianti di produzione e della logistica globale richiede diversi mesi”.

Ripristinare la catena di approvvigionamento prebellica “significa spostare centinaia di petroliere da altre rotte commerciali, trasferire i lavoratori e riaprire i giacimenti petroliferi. Soprattutto, le compagnie di navigazione e i produttori devono riacquistare fiducia nella futura stabilità della regione per riavviare le spedizioni e la produzione”.

“I mercati hanno reagito positivamente, con un calo dei prezzi del petrolio in seguito alla notizia. Ciononostante, i prezzi rimangono sostanzialmente superiori a quelli di inizio anno. È probabile che persista un premio geopolitico, data la profonda sfiducia tra tutte le parti e il significativo calo delle scorte commerciali e strategiche utilizzate per compensare le recenti perdite di approvvigionamento”, ha commentato Landon Derentz, vicepresidente per l’energia e le infrastrutture presso l’Atlantic Council, ex direttore per l’energia alla Casa Bianca durante la prima amministrazione Trump.

“Il ritorno ai prezzi prebellici – ha aggiunto – richiederà non solo il ripristino delle forniture interrotte, ma anche il rinnovamento delle aspettative di un eccesso di offerta, un obiettivo che il gruppo Opec potrebbe cercare di raggiungere, sebbene probabilmente non prima della fine dell’anno”.

“Un’altra sfida – ha concluso – è rappresentata dai danni strutturali causati dalla guerra. Parte delle infrastrutture a valle della regione e della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto, compresi gli impianti di Ras Laffan, richiederanno ingenti riparazioni. Anche nello scenario più ottimistico, il ritorno alla normalità richiederà tempo”.

Le implicazioni per il gas

Sul mercato del gas, l’accordo viene letto come un possibile alleggerimento del rischio sul Gnl in transito attraverso lo Stretto di Hormuz.

Questa mattina i prezzi del gas naturale in Europa sono scesi di oltre il 5%, attestandosi intorno ai 44 euro, il livello più basso delle ultime cinque settimane.

Icis, società internazionale di analisi e informazione sui mercati delle commodity, aveva indicato la riapertura dello stretto e l’effettiva applicazione di un’intesa di pace come una delle variabili decisive per la seconda metà del 2026, dopo che la riduzione dei flussi di Gnl qatariota aveva contribuito a sostenere i prezzi europei.

Anche Wood Mackenzie invita a non leggere l’accordo come un ritorno automatico alla normalità: nei suoi scenari sul Gnl, la chiusura di Hormuz ha sottratto al mercato oltre 80 milioni di tonnellate annue, pari a circa un quinto dell’offerta globale, e anche nello scenario più favorevole la ripresa dei flussi è attesa in modo graduale.

La Iea sottolinea a sua volta che la crisi ha mostrato la vulnerabilità strutturale del mercato globale del Gnl, con un brusco calo delle esportazioni da Qatar ed Emirati solo in parte compensato da altri fornitori.

In questa cornice, gli analisti di Ing osservano che un accordo capace di ripristinare il traffico attraverso lo Stretto ridurrebbe il premio di rischio sulle forniture energetiche, ma eventuali ritardi o passi indietro nei negoziati potrebbero riportare pressione rialzista sui prezzi di petrolio e gas.

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