Comunità energetiche, quale modello può funzionare davvero?

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In una video-intervista con l'avv. Alfonso Bonafede facciamo il punto sul ruolo della Pubblica amministrazione, sui partenariati pubblico-privati e sugli ostacoli che ancora frenano lo sviluppo delle CER in Italia.

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A che punto sono le Comunità energetiche in Italia e quali modelli sembrano oggi più promettenti?

Ne abbiamo parlato in una video-intervista con l’avvocato Alfonso Bonafede, già ministro della Giustizia, a quasi tre anni da una precedente conversazione nella quale avevamo riflettuto su come le Comunità energetiche rinnovabili potessero rappresentare uno strumento concreto per dare attuazione al principio di “amministrazione condivisa” (Per una governance delle comunità energetiche: verso l’amministrazione condivisa?).

Qui la nostra video-intervista, della durata di 36 minuti.

All’epoca guardavamo con interesse, pur nella consapevolezza delle difficoltà, alla possibilità di mettere a terra iniziative capaci di coinvolgere imprese, cittadini, pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore.

“La portata innovativa dello schema delle CER – diceva allora l’avvocato Bonafede – per struttura e obiettivi è molto elevata e ciò rende ogni forma giuridica già esistente nel nostro ordinamento come una coperta inevitabilmente troppo corta, che richiede interventi mirati e ponderati a livello statutario”.

Riprendendo oggi quella riflessione, alla luce delle esperienze maturate e dei diversi modelli di CER che si stanno sviluppando, abbiamo cercato di capire quale ruolo possa assumere la Pubblica amministrazione: membro e attore protagonista della comunità, soggetto che mette a disposizione le proprie risorse energetiche attraverso partenariati pubblico-privati con un partner tecnico, oppure realtà esterna alla CER, come suggeriscono alcuni soggetti aggregatori.

Qual è, se esiste, lo schema che si è rivelato o potrebbe rivelarsi più efficace?

Nel corso dell’intervista abbiamo inoltre richiamato la recente Relazione speciale 10/2026 della Corte dei conti europea, che offre uno spunto utile per comprendere la situazione e gli ostacoli che ancora frenano lo sviluppo delle comunità energetiche, in Europa e in Italia: complessità normativa e operativa, infrastrutture insufficienti, mancanza di obiettivi chiari.

Un ulteriore impulso arriva dalla Raccomandazione 2026/1007 della Commissione europea, che invita gli Stati membri ad ampliare la partecipazione, rafforzare la dimensione democratica delle comunità energetiche, garantire un accesso equo ai dati energetici, ridurre la vulnerabilità energetica, orientare meglio la spesa pubblica e facilitare l’accesso alla finanza.

La questione centrale è come creare un ecosistema in cui le CER non restino progetti complessi per pochi soggetti già strutturati, ma diventino soluzioni accessibili, replicabili e scalabili. Comunità capaci di rendere l’energia più democratica e più vicina ai territori, partendo da un principio essenziale: le CER dovrebbero essere, per loro natura, anche strumenti di solidarietà energetica.

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