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Come e perché la rete elettrica deve diventare più resiliente: il caso del “Texas freeze”

Alcune osservazioni dopo l'ondata di gelo che ha messo in ginocchio il mix energetico texano.

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Quando collassa una rete elettrica per un evento meteorologico estremo, come appena avvenuto in Texas con l’ondata di gelo artico, si finisce spesso per additare le fonti rinnovabili tra i maggiori responsabili.

Negli Stati Uniti l’eolico è stato messo sotto accusa da più parti – ad esempio da politici repubblicani e da canali televisivi come Fox News – con una narrativa di fake news sulle colpe delle energie pulite incapaci di garantire la sicurezza e stabilità delle forniture energetiche. In realtà i massicci blackout dovuti al Texas freeze hanno cause differenti e molto più complesse.

Per inciso: l’eolico può funzionare benissimo anche in situazioni meteorologiche avverse e con temperature molto rigide, a patto che siano installati sistemi per eliminare la formazione di ghiaccio sulle pale.

Il punto è che la rete elettrica texana nel suo complesso si è rivelata poco resiliente, vale a dire, incapace di resistere alle condizioni ambientali di questi giorni: freddo intenso e prolungato che ha fatto impennare la domanda di energia elettrica (in Texas si usa soprattutto l’elettricità per riscaldare le abitazioni).

C’è un altro problema. Il gestore della rete, Ercot (Electricity Reliability Council of Texas) non si aspettava che decine di GW di impianti alimentati a fonti fossili, perlopiù a gas, andassero fuori uso a causa del ghiaccio. In altre parole, l’evento di freddo estremo ha superato di molto le stime di Ercot sui margini di riserva e sicurezza della rete in caso di freddo estremo invernale.

Così milioni di utenze sono rimaste senza energia. La principale responsabilità del collasso della rete, infatti, non va attribuita all’eolico, bensì ai congelamenti di gasdotti e impianti di generazione a gas; anche impianti a carbone e centrali nucleari hanno avuto difficoltà e hanno dovuto ridurre la produzione di energia elettrica.

Ricordiamo che il gas fa quasi il 50% del mix elettrico texano. L’eolico è intorno al 20% così come il carbone, mentre il nucleare vale il 10% circa della torta complessiva di generazione.

C’è un altro dato rilevante. La rete elettrica texana è un unicum negli Stati Uniti: difatti, è l’unica a essere quasi completamente isolata, non interconnessa a una delle due grandi reti statunitensi che interessano diversi stati, la Eastern Interconnection e la Western Interconnection.

E questo significa che il Texas, in caso di emergenza, non può contare sull’appoggio di centrali energetiche di stati confinanti. Qual è la lezione, considerando che eventi estremi, di caldo o di freddo, sono destinati a diventare sempre più intensi e frequenti con il cambiamento climatico?

In sintesi: occorre puntare sulla resilienza delle reti elettriche, investendo di più in molteplici direzioni, dalle fonti rinnovabili all’efficienza energetica, passando per i sistemi di accumulo (sia per singole utenze sia di grandi dimensioni), le tecnologie per controllare in tempo reale la domanda e gestirla in modo intelligente secondo i carichi di rete, nuove interconnessioni.

Per rimanere negli Stati Uniti, un esempio arriva dalla California, che sta sperimentando soluzioni per uscire gradualmente dai combustibili fossili e sviluppare un sistema elettrico resiliente, soprattutto nelle ondate di calore estivo con conseguenti impennate dei consumi per alimentare i climatizzatori.

La ricetta californiana prevede una crescita degli investimenti in rinnovabili e super-batterie; si veda l’articolo In California altri 770 MW di batterie per sostituire centrali a gasper un approfondimento.

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