La produzione di petrolio e di gas potrebbe essere responsabile di una quota molto maggiore dei livelli di metano, un potente gas a effetto serra, rilasciato nell’atmosfera rispetto a quanto si pensava finora. Lo ha indicato una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Nature (link in basso).

Tali risultati rendono ancora più urgenti gli sforzi dell’industria dei combustibili fossili per contenere le emissioni di metano, che di solito viene perso o rilasciato intenzionalmente nell’atmosfera durante l’estrazione e il trasporto delle fonti fossili, oltre che venire rilasciato naturalmente, per esempio, da animali, vulcani, zone umide e fondo dell’oceano.

Volendo però trovare un risvolto positivo alle conclusioni di questo studio, se è vero che del metano totale rilasciato in atmosfera una quota molto maggiore di quanto si pensasse proviene da attività umane piuttosto che da processi naturali, aumenta il nostro spazio di manovra per ridurre l’impatto ambientale del metano stesso; esiste cioè un’opportunità ancora più grande per controllare quanto ne rilasciamo e quindi l’entità dei suoi effetti negativi sul clima.

Il metano rimane nell’atmosfera solo per circa 10 anni, rispetto ai 200 anni dell’anidride carbonica, quindi gli sforzi per ridurre le emissioni “umane” di metano, provenienti per lo più dalla produzione e dal trasporto di gas e petrolio, potrebbero sortire risultati importanti in tempi relativamente brevi.

Ma veniamo ai risultati dello studio.

“Abbiamo identificato una gigantesca discrepanza che dimostra che l’industria ha bisogno, come minimo, di migliorare il monitoraggio”, ha detto Benjamin Hmiel, ricercatore dell’Università di Rochester e autore principale dello studio.  “Se queste emissioni provengono veramente dal petrolio, dall’estrazione del gas, dalla produzione, l’industria non lo sta nemmeno segnalando o osservando in questo momento”.

Le concentrazioni atmosferiche di metano sono più che raddoppiate dall’epoca preindustriale.

La misura in cui le emissioni provocate dai combustibili fossili, rispetto a quelle naturali, sono responsabili dell’aumento dei livelli di metano nell’atmosfera è da tempo oggetto di dibattito scientifico.

Per far luce sui dubbi circa l’origine precisa del metano presente in atmosfera, i ricercatori del Dipartimento di Studi della Terra e dell’Ambiente di Rochester hanno esaminato carotaggi di ghiaccio provenienti dalla Groenlandia e dall’Antartide, risalenti al 1750 circa, prima cioè della rivoluzione industriale.

I test hanno rivelato che le emissioni di metano provenienti da fenomeni naturali sono molto inferiori alle stime utilizzate per calcolare le emissioni globali.

Ciò significa che le emissioni di combustibili fossili derivanti dall’attività umana – come la produzione e la combustione di combustibili fossili – sono state sottovalutate dal 25 al 40%, hanno detto i ricercatori.

La chiave che ha aiutato gli scienziati a capire meglio il fenomeno è stata la presenza nel ghiaccio di diversi isotopi, riscontrabili solo nelle emissioni di metano da fonti naturali, rispetto alle emissioni derivanti dalla produzione di combustibili fossili.

Gli isotopi sono versioni di un elemento chimico che presentano differenze molto lievi, e che permettono ai ricercatori di differenziarne l’origine.

Gli scienziati hanno usato una camera di fusione con bruciatori ad alta potenza per fondere più di una tonnellata di carote di ghiaccio, in modo da estrarre ed esaminare le bollicine d’aria in esse intrappolate nel corso dei secoli.

“Le emissioni da fonti fossili sono più grandi di quanto molti abbiano stimato”, ha detto Robert Howarth, uno scienziato del sistema terrestre della Cornell University che non era coinvolto nella ricerca e che lo ha definito “uno studio molto importante”. “Lo trovo molto convincente“, ha detto al New York Times.

Anche Daniel J. Jacob, professore di chimica dell’atmosfera e di ingegneria ambientale all’Università di Harvard, ha descritto i risultati come significativi. Le stime attuali del metano proveniente da fonti geologiche “sono state considerate di gran lunga troppo elevate da modellatori atmosferici come me”, ha detto.

Jacob non è però d’accordo sulla conclusione che le emissioni derivanti dalla produzione di combustibili fossili fossero più grandi di quanto stimato in precedenza.

Le emissioni di combustibili fossili sono “basate sui tassi di produzione di carburante, sul numero di impianti e sulle misurazioni dirette, se disponibili”. La fonte geologica naturale è irrilevante per queste stime”, ha detto.

Il disaccordo riflette una discrepanza e un trade-off di fondo tra le cosiddette misurazioni “dal basso verso l’alto” delle emissioni, quelle dei singoli siti petroliferi e del gas, e i calcoli “dall’alto verso il basso”, come quelli effettuati dai ricercatori di Rochester.

Le misurazioni “bottom-up”, cioè dal basso verso l’alto, possono essere inaffidabili a causa della mancanza di dati provenienti da singoli siti petroliferi e del gas. Con misurazioni “dall’alto verso il basso”, invece, la fonte esatta delle emissioni può essere difficile da individuare.

La pubblicazione dello studio su Nature giunge in una fase in cui le compagnie petrolifere e del gas si trovano ad affrontare una crescente pressione dell’opinione pubblica per frenare le emissioni di gas a effetto serra derivanti dalle loro attività, al fine di rispondere alle crescenti preoccupazioni sui cambiamenti climatici.

Il metano, il principale componente del gas naturale, è particolarmente potente, perché può riscaldare il pianeta con una intensità più di 80 volte maggiore rispetto alla stessa quantità di anidride carbonica in un periodo di 20 anni.

Oltre alla produzione di combustibili fossili, anche gli allevamenti, le discariche e altre fonti legate all’attività umana emettono metano.

La settimana scorsa, il gigante britannico del petrolio BP ha fissato un ambizioso obiettivo rispetto alla crisi climatica, indicando di voler eliminare o compensare entro il 2050 tutte le emissioni clima-alteranti derivanti dalla sua produzione di petrolio e gas, nonché le emissioni causate dalla combustione del petrolio e del gas che pompa dal suolo. L’azienda ha comunque fornito pochi dettagli su come intende raggiungere tale obiettivo.

Ad alimentare le preoccupazioni sul clima sta contribuendo anche l’amministrazione Trump, con la proposta di eliminare, di fatto, l’obbligo per le compagnie petrolifere di introdurre tecnologie per rilevare e riparare le perdite di metano dagli impianti di petrolio e gas.

Secondo i calcoli dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente americana, la revoca dell’obbligo farebbe aumentare le emissioni di metano di 370.000 tonnellate fino al 2025 – abbastanza per alimentare più di un milione di case statunitensi per un anno.

Secondo Vasilii Petrenko, coautore dello studio pubblicato su Nature e professore associato a Rochester, studiare carote di ghiaccio giganti è un impegno enorme e tale complessità ha fatto sì che lo studio si sia basato solo su un piccolo campionamento di dati.

“Queste misurazioni sono incredibilmente difficili. Quindi, ottenere più dati per confermare i nostri risultati sarebbe molto importante”, ha detto. “Ciò significa che c’è ancora molta ricerca da fare“.