Clima, senza gli Usa si andrebbe avanti lo stesso

Sulla nostra stampa generalista ancora deliri climatoscettici e pessimismo sugli scenari globali. Ma se Trump abbandonerà l’accordo di Parigi, sarà solo l’economia statunitense a pagare dazio. Nella lotta al global warming i ruoli si sono ormai ribaltati e Cina e India faranno la differenza.

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Se l’America se ne va dal Trattato di Parigi, l’effetto serra ha vinto ”, questo il titolo di un pezzo pubblicato, ieri, il 29 maggio su La Stampa. Il sottotitolo rincara la dose: ”Difficili e costosi gli obiettivi di lotta ai gas inquinanti. L’Europa proseguirà lo sforzo, il resto del mondo no”.

Lasciamo perdere il fatto che venga dato ancora spazio a posizioni negazioniste sui nostri principali media. L’autore del pezzo, Luigi Grassia, afferma infatti che è impossibile provare al di là di ogni dubbio che il cambiamento climatico sia di origine umana e prosegue dando spazio alle tesi dei pochi scettici del clima, antitetiche rispetto a quelle della comunità scientifica internazionale. 

Ci interessa di più, visto che si tratta di un tema di grande attualità, capire le implicazioni di una possibile uscita degli Usa dall’Accordo di Parigi. Contrariamente a quanto sostenuto nell’articolo, lo sforzo globale in atto non verrebbe assolutamente vanificato. 

Prendiamo la Cina, principale responsabile delle emissioni con il 29% del totale, e l’India che si pone subito dopo gli Usa per produzione di anidride carbonica. Entrambi i paesi asiatici stanno facendo molto di più rispetto a quanto si erano impegnati nel 2015. La Cina doveva raggiungere il picco delle emissioni nel 2030, ma in realtà negli ultimi tre anni la quantità di CO2 prodotta si è stabilizzata e secondo alcune stime nel 2017 dovrebbe calare dell’1%.

La principale ragione dell’imprevisto arresto di una dinamica surriscaldata che aveva portato ad un triplicamento delle emissioni tra il 2000 e il 2013 è strettamente legata al consumo di carbone. Da un incremento annuo del 10% la domanda di questo combustibile è infatti passata a un calo del 3% nell’ultimo triennio.

Le ragioni sono diverse e vanno dallo spostamento dell’economia verso i servizi, con un calo della produzione di cemento e acciaio, alla chiusura di molte centrali a carbone che impestavano l’aria delle grandi città. Per finire, ha contribuito notevolmente la corsa del solare e dell’eolico che ha consentito alla Cina di diventare il leader mondiale di queste tecnologie.

Essendo diventati il paese guida della green economy, i cinesi hanno ora tutto l’interesse che l’Accordo sul Clima si rafforzi garantendo l’espansione del mercato delle tecnologie pulite. Non stupisce quindi l’avvenuto ribaltamento dei ruoli che ha portato la delegazione di Pechino a chiedere conto il mese scorso agli Usa della loro incerta politica climatica. 

Ancora più sorprendente è la dinamica dell’India, altro paese dotato di molte miniere di carbone.

Il crollo dei prezzi del solare ha recentemente consentito al ministro dell’energia Piyush Goyal, dopo un contratto per una centrale fotovoltaica di 500 MW a 34 €/MWh, di affermare “l’elettricità solare è ormai meno costosa di quella da carbone”. La consapevolezza della rapidità dell’evoluzione delle tecnologie pulite ha portato il governo a fissare obiettivi ambiziosi: solo il 43% della potenza elettrica sarò alimentata dai fossili nel 2027 e la costruzione di centrali a carbone verrà bloccata nel prossimo decennio. Fino ad arrivare ad annunci quasi provocatori, come quello di consentire la vendita di sole vetture elettriche a partire dal 2030. 

Insomma, il mondo sta correndo sulla strada della decarbonizzazione ad una velocità impensabile solo qualche anno fa. Un’uscita dall’Accordo di Parigi da parte di Trump sarebbe dunque una mossa fortemente autolesionista nei confronti delle imprese statunitensi, che continuerebbero nella loro strada, ma senza il sostegno del governo. 

Si aprirebbero gigantesche contraddizioni interne con Stati come la California o New York lanciati verso i propri obiettivi green e con larga parte del mondo delle imprese che proseguirebbe nello sviluppo delle tecnologie pulite. Si rafforzerebbe enormemente un movimento dal basso analogamente a quanto successo a suo tempo per la guerra del Vietnam. 

Trump, intanto, già deve fare i conti con la dura realtà. Alla faccia del promesso rilancio del carbone, ad aprile il numero dei minatori è calato dell’8% rispetto ad un anno prima e da gennaio è già stata annunciata la chiusura di 8 centrali a carbone che si aggiungono ai 13.000 MW chiusi nel 2016.

Insomma, contrariamente a quanto titolava l’articolo, la battaglia per evitare i rischi gravissimi del riscaldamento del pianeta è in pieno svolgimento e ci sono tutti gli elementi perché l’umanità riesca ad evitare un disastro irreversibile.

(L’intervento di Gianni Silvestrini, direttore scientifico di QualEnergia.it e del Kyoto Club, è stato pubblicato anche sull’edizione odierna de La Stampa con il titolo “L’America, la Cina e l’effetto serra”, riprodotto qui con il consenso della testata)

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