Nonostante il cavo, l’elettricità siciliana resta la più cara

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Come mai nonostante l’entrata in funzione del nuovo elettrodotto Sorgente-Rizziconi l’elettricità siciliana continua a costare di più di quella italiana e anche di quella della zona Centro-Sud? Nonostante una sensibile riduzione, il divario è tornato a crescere da gennaio ed è schizzato in alto da fine marzo.

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In Italia siamo abituati ai grandi annunci, a cui seguono delusioni più o meno grandi: opere pubbliche mai cominciate o lasciate a metà o  tagli di spese inutili che rimangono sulla carta. 

Nel settore elettrico sembra si stia delineando un’analoga, piccola delusione: l’eliminazione del differenziale di prezzo fra costo dell’elettricità in Italia e costo dell’elettricità siciliana, che sarebbe dovuta avvenire con l’entrata in funzione del nuovo elettrodotto Sorgente-Rizziconi.

Facciamo un piccolo riepilogo della vicenda.

Per decenni l’elettricità in Sicilia è costata molto di più di quella del resto d’Italia e, in particolare, di quella della regione centro-sud, a cui la Sicilia era collegata da un vecchio elettrodotto, che in genere ha i prezzi più bassi del paese.

La ragione era che le centrali termoelettriche siciliane sono vecchie e spesso alimentate da combustibili cari e inquinanti, come l’olio pesante.

Il vecchio elettrodotto non poteva portare sul mercato siciliano molta elettricità meno cara dal continente, così in Sicilia l’elettricità che arrivava nelle case era tanto cara da accumulare nel corso di un anno un extracosto di circa 600 milioni di euro rispetto a quanto sarebbe costata quella media nazionale, che veniva poi rimborsato con una aggiunta sulla bollette di tutti gli italiani.

L’entrata nel mercato elettrico delle rinnovabili, che vengono offerte a costo iniziale zero sulla Borsa Elettrica, ha un po’ migliorato la situazione (anche se poi l’extracosto veniva comunque pagato come incentivi in bolletta), ma la soluzione finale doveva essere il nuovo elettrodotto fra Calabria e Sicilia, che con i suoi 1,1 GW di potenza verso l’isola, avrebbe dovuto sanare il dislivello.

Visto che l’elettrodotto è costato 700 milioni di soldi pubblici, si pensava che, azzerando il gap di costo, si sarebbe ripagato in appena un paio di anni.

Ma le cose non sono andate esattamente così: basta dare un’occhiata ai dati del Gestore Mercato Elettrico per scoprire che, quasi sempre, l’elettricità siciliana continua a costare di più di quella italiana e anche di quella della regione Centro-Sud.

Il dato di base può essere quello del 2013, quando il nuovo elettrodotto non esisteva e non c’era stato neanche il provvedimento governativo preso nel 2014 per limitare il costo dell’elettricità siciliana: in quell’anno il costo del MWh siciliano è ruotato intorno ai 90 euro, contro  i 63 del PUN nazionale, quindi un gap di circa 30 €/MWh (ma con punte di oltre 40 €/MWh d’estate).

Nel 2016, come si denota da dati dal report GME (pdf) e dal grafico qui sotto (clicca per ingrandire), il Sorgente-Rizziconi è stato inaugurato a maggio, ma fino a ottobre non è stato pienamente attivo, e solo allora i suoi effetti si sono fatti sentire.

A ottobre 2016, infatti, finalmente il prezzo siciliano è sceso sotto al PUN, ma solo perché il costo dell’elettricità nei settori Nord e Centro-Nord, quelli con i consumi più alti, è schizzato in alto, a causa della riduzione delle importazioni dalla Francia, per i noti problemi dati dai controlli sulle centrali nucleari.

Confrontando invece il prezzo dell’elettricità siciliana con quelle del Centro-Sud, la prima resta più cara di 4-5 €/MWh a ottobre e novembre, mentre a dicembre le due aree hanno finalmente spuntato lo stesso prezzo. Sembrava quindi che con il 2016, la Sicilia fosse rientrata nei ranghi.

Purtroppo era solo un fuoco di paglia: con il 2017 i prezzi siciliani sono tornati a divergere da quelli del Centro-Sud, da 5 €/MWh in più a gennaio, fino ad 7 in più a marzo (mese in cui anche il Centro-Nord, ritorna sotto al prezzo siciliano, che così risulta di nuovo superiore al PUN).

Per tutto aprile, poi, la Sicilia si distingue per avere un picco del costo dell’elettricità fra 80 e 92 €/MWh, certe volte anche 30-40 euro in più di quello del resto d’Italia. 

Il 20 aprile, per esempio, il baseload siciliano era 36 €/MWh superiore a quello del resto d’Italia e il picco 40 €/MWh superiore al picco italiano. Unico giorno “di tregua” nel mese, il giorno 9 aprile, quando, nonostante il solito superpicco, l’elettricità siciliana è mediamente costata “solo” 4 €/MWh in più dell’italiana, probabilmente grazie all’effetto calmierante dell’eolico. Comunque, avendo quel giorno la Sicilia consumato 80.000 MWh, l’extracosto a carico di tutti è stato di 300.000 euro, contro i 3,4 milioni che ci è costato il gap del 20 aprile.

Le medie di aprile non ci sono ancora, ma, a occhio, il novello gap siciliano, si dovrebbe aggirare intorno ai 20-30 €/MWh sul resto d’Italia e ancora più sul centro-sud, come ai “bei tempi”.

Continuando così (l’estate è in genere la stagione in cui l’elettricità siciliana è più cara e più si distacca da quella continentale), l’ammortamento del sorgente Rizziconi sarà molto meno istantaneo del previsto: calcolando 5 €/MWh in più in media e un consumo annuo di 20 TWh, il conto finale è ancora di circa 100 milioni di euro da compensare ogni anno.

A questo punto, per capire il perché di questo parziale, e apparentemente crescente non soddisfacimento delle promesse del nuovo elettrodotto, non si può che fare qualche domanda a un tecnico di Terna, l’azienda che l’elettrodotto ha costruito e le promesse formulate.

Purtroppo, però, tutto quello che si è riusciti ad avere è una stringatissima risposta scritta, che non dà spiegazioni esaurienti, né ci dice cosa aspettarsi dal futuro. Una risposta che, in definitiva, non è che faccia un buon servizio all’immagine di Terna. Così scrivono:

Da quando è entrato in funzione, l’elettrodotto Sorgente-Rizziconi ha reso possibile una significativa riduzione del prezzo dell’energia in Sicilia. L’aumento delle ultime settimane è dovuto da un contributo alla copertura del carico da parte della produzione rinnovabile, tipicamente offerta a prezzi bassi, più basso rispetto alla media del periodo, almeno nelle ore serali di punta. Il differenziale di prezzo registrato sui mercati a partire dalla giornata del 18 aprile è, invece, dovuto alla riduzione dei transiti tra Sicilia e Continente per controlli tecnici di routine sul nuovo collegamento Sorgente-Rizziconi che dureranno fino al 27 aprile, con una breve pausa il giorno 22” .

In realtà il gap è tornato a crescere da gennaio ed è schizzato in alto da fine marzo, come si è visto.

Per fortuna qualche spiegazione in più ce la dà Giacomo Ciapponi, economista e analista del mercato dell’energia per la società milanese di consulenze energetiche milanese Ref-E.

«Il fatto che, nonostante il raddoppio del cavo, la Sicilia continuasse ad avere un prezzo più alto rispetto al Sud l’avevamo previsto, perché nelle ore con maggior carico residuo, prima mattina e sera, il nuovo cavo non sarebbe stato sempre sufficiente a mantenere l’allineamento dei prezzi tra le due zone, questo spiega il gap intorno ai 5 €/MWh che rimane in condizioni normali», spiega Ciapponi.

«Inoltre in questo ultimo mese, si sono sommati i lavori di Terna sul cavo, che hanno riportato lo scambio tra Sicilia e Sud ai livelli storici (100-300 MW), e le manutenzioni programmate su alcuni impianti siciliani, che diminuiscono la capacità disponibile favorendo, nelle ore di picco, la possibilità che alcuni impianti più costosi entrino nelle offerte».

Queste due manutenzioni contemporanee (forse era meglio differirle?) spiegano il ritorno del grande gap di costo fra Sicilia e continente.

Vedremo se nei prossimi mesi la differenza di prezzo con il PUN tornerà a livelli accettabili.

Ma il fatto che, un gap più o meno ridotto, resti comunque, anche in condizioni normali (mentre i cavi fra Sardegna e continente hanno del tutto annullato il differenziale con quella isola) fa pensare che il prezzo elettrico siciliano sia un po’ troppo “attaccato al filo”, pronto a scattare in alto a ogni minimo problema, tornando a pescare nelle tasche di tutti gli italiani.

Forse allora per “normalizzarlo” definitivamente potrebbero servire provvedimenti, come le aste al ribasso, per spingere la costruzione di nuovi impianti a energia rinnovabile sull’isola, che ormai, con il crollo dei prezzi di componenti fotovoltaici ed eolici potrebbero entrare in funzione rapidamente e senza incentivi, fornendo un’ulteriore quantità di elettricità a basso costo.

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