Il 2030 è vicino e l’industria dell’energia verde deve prepararsi

Una riflessione sulla proposta della Commissione per gli obiettivi 2030. Se il fuoco di sbarramento della Business Europe, la Confindustria europea, è fortissimo, dall'altra parte c'è un settore costituito da migliaia di imprese, quelle dell’efficienza e delle rinnovabili, che ora deve riconoscersi e far sentire la propria voce. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

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La proposta della Commissione Europea di puntare ad una riduzione legalmente vincolante delle emissioni climalteranti del 40% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 è certamente un fatto positivo. Molti interessi avevano remato incontro, in particolare Business Europe, la Confindustria europea.

Questo obiettivo, oltre a dare certezze alle industrie delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica che vogliono investire in innovazione e nuovi prodotti e di ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia, consentirà all’Europa di giocare un ruolo incisivo nelle trattative per un accordo mondiale sul clima il prossimo anno a Parigi.

Più debole il segnale venuto da Bruxelles sulle fonti rinnovabili, “almeno il 27% sui consumi energetici finali”, un obiettivo che non dovrebbe però venire articolato in target nazionali legalmente vincolanti. Si tratta da un lato di un obiettivo inferiore all’aspettativa del 30%, ma che segnala comunque la continuazione della conversione energetica avviata. In termini di energia elettrica, parliamo del 45% circa di produzione da rinnovabili. Alla faccia dei continui attacchi alle energie verdi sulle pagine dei maggiori quotidiani.

Sull’efficienza energetica, infine, viene rimandata la definizione di targets al recepimento della Direttiva sull’efficienza che dovrà avvenire entro il mese di giugno. Un ragione di più per lavorare per un’adozione coraggiosa e incisiva della Direttiva stessa.

Adesso dovrà esprimersi anche il Parlamento Europeo, che in sede di Commissione ambiente ed energia ha già preso posizione a favore di 3 obiettivi ambiziosi, mentre a marzo sarà la volta dei Governi. È auspicabile dunque che la successiva fase di conciliazione che si svilupperà durante il semestre di Presidenza italiana porti a consolidare e ad irrobustire questi obiettivi.

Come si è detto, le decisioni della Commissione sono arrivate dopo un fuoco di sbarramento fortissimo della Confindustria europea. Questa contrapposizione impone una riflessione. Infatti, componenti significative del mondo imprenditoriale del continente si sono dichiarati favorevoli a tre obiettivi ambiziosi. E qui si pone un tema delicato: quello della presa di coscienza della forza di questo settore imprenditoriale verde variegato e disgregato e della sua rappresentanza.

Guardiamo al caso italiano. Finora in Confindustria erano due le aree che si contrapponevano sul fronte energetico. Le imprese energivore da un lato e i produttori di energia elettrica dall’altro. Ma ormai è emerso un terzo attore, forte, fatto di migliaia di imprese che operano nell’efficienza e nelle rinnovabili che deve riuscire a riconoscersi e a far sentire la propria voce.

Pensiamo solo all’elettricità verde che ha soddisfatto lo scorso anno un terzo della domanda elettrica del paese. Sono 600.000 gli impianti verdi che stanno trasformando la fisionomia elettrica del paese.

È il momento di dare voce a questo terzo settore, a questa terza gamba dell’energia. In parte queste imprese sono presenti in Confindustria, anche se con un ruolo assolutamente minoritario, ma in larga parte sono fuori. Questa terza area si è organizzata nel Coordinamento FREE che, mese dopo mese, si è rafforzato facendosi carico non solo del comparto dell’efficienza e delle rinnovabili ma, responsabilmente, delle problematiche del sistema elettrico tradizionale in difficoltà.

Gli obiettivi al 2030 indicano che la strada è tracciata. Occorre gestire la transizione, con una visione complessiva della realtà italiana, delle contraddizioni aperte, delle regole da cambiare, ad iniziare dal mercato elettrico. Sapendo che non si torna più indietro.

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