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Ci metto le esternalità e le rinnovabili costano già meno delle fossili

Se produrre elettricità da carbone oggi costa meno che ottenerla da rinnovabili è solo perché le esternalità negative vengono scaricate sulla collettività. Se si includessero nei costi del kWh anche gli impatti ambientali e sanitari di ogni fonte, ad esempio, eolico e FV sarebbero già molto più convenienti. Studio della University of Cambridge.

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Le rinnovabili, anche senza incentivi, sono già economicamente convenienti rispetto alle fonti fossili. Se produrre elettricità da carbone al momento costa meno che ottenerla ad esempio da un impianto fotovoltaico, è infatti solo per una sorta di errore nel metodo di calcolo, una distorsione causata dal nostro sistema politico-economico: le esternalità negative vengono scaricate sulla collettività, cioè a chi produce energia non vengono fatti pagare i danni causati ad esempio dalle emissioni climalteranti e inquinanti della combustione del carbone.

Il discorso cambia nettamente se nel bilancio economico si includono i costi sanitari e ambientali. Per i lettori di QualEnergia.it il discorso non è nuovo ma a ribadirlo arriva un nuovo studio pubblicato sul Journal of Environmental Studies and Sciences (allegato in basso) che mostra quali siano i costi “reali” di carbone, gas, eolico e fotovoltaico.

Dalla ricerca, condotta sul sistema elettrico americano, emerge che, includendo nei costi del kWh le esternalità negative, è economicamente molto più conveniente installare nuova potenza da eolico e fotovoltaico piuttosto che da carbone (sia con che senza tecnologia CCS per catturare la CO2) e che addirittura avrebbe economicamente senso chiudere centrali a carbone esistenti per rimpiazzarle con sole e vento. Più economico del carbone, ma anche del fotovoltaico risulta invece il gas, che comunque resta ben più costoso dell’eolico. (Qui va però sottolineato che parliamo degli USA, dove il gas ha prezzi che sono una frazione di quelli italiani e che nel conto delle esternalità non si è incluso il pesante effetto climalterante delle perdite di metano che avvengono durante estrazione e trasporto, si veda qui).

La conclusione cui arrivano gli studiosi è che non andrebbe permessa la costruzione di nuove centrali a gas o a carbone laddove sia possibile installare eolico. Inoltre non si dovrebbe in ogni caso mettere in linea nuova potenza a carbone, con o senza CCS, e – come detto –  sarebbe anche economicamente conveniente fermare le centrali a carbone già operative per sostituirle in ordine di economicità con generazione da eolico, da gas con o senza CCS, da FV o da carbone con CCS.

Per arrivare ai costi ‘reali’ gli autori del report – Laurie T. Johnson e Starla Yeh del NRDC e Chris Hope della University of Cambridge – hanno usato i più diffusi modelli per stimare l’impatto economico delle fossili in quanto a cambiamenti climatici, inquinamento e costi sanitari. Oltre a quantificare gli impatti di inquinanti come il biossido di zolfo SO2, si è incluso il cosiddetto SCC, il costo sociale della CO2 o social cost of carbon, un indicatore con alle spalle una certa letteratura scientifica che appunto mostra quanto costa alla collettività ogni tonnellata di CO2.

Qui sotto vediamo rappresentato graficamente (clicca per ingrandire) l’SCC per le diverse fonti come stimato da due diversi studi utilizzati per il report: quello a sinistra si riferisce a uno studio di Johnson and Hope del 2012, quello a destra su uno studio del governo USA uscito a maggio 2013. Per ogni fonte è indicato un valore in centesimi per kWh, che poi è scomposto in costi di produzione (stimati dall’EIA per impianti costruiti nel 2018), costi dovuti all’impatto del SO2 e costi dovuti alla CO2).

I due studi citati arrivano a stimare un SCC piuttosto diverso: quello più recente della task force governativa stima che ogni tonnellata di CO2 emessa nel 2010 causi 33 dollari (al valore del 2007) di danni; quello di Johnson e Hope pari a 133 $. Il motivo di questa differenza è nel diverso tasso di sconto usato: la quantificazione economica di danni che si verificheranno nel futuro ovviamente dipende dall’inflazione prevista e, mentre lo studio governativo ipotizza un tasso annuo del 3%, Johnson e Hope ipotizzano che il tasso sia dell’1,5%. Una differenza sostanziale: 100 $ di danni fra 100 anni corrispondono a 23 $ se si usa un tasso dell’1,5% ma solo a 5 $ se si usa un tasso del 3%.

E’ dunque molto alto il grado di incertezza nel valutare quanto convenga investire ora per evitare danni futuri. Il buon senso però dovrebbe portarci comunque a muoverci subito per liberarci delle fonti fossili. Anche perché gli impatti quantificati con l’SCC sono verosimilmente sottostimati. Questi modelli infatti rendono conto solo parzialmente delle esternalità negative delle fossili: oltre all’omissione già citata delle fughe di gas, negli impatti del global warming non si tengono conto dei danni dati da “conseguenze delle conseguenze”, difficili da quantificare; ad esempio quelli che ci saranno per la siccità, per gli incendi boschivi o per le interazioni tra diversi effetti, come l’innalzamento del livello del mare associato all’intensificazione degli eventi metereologici estremi.

Ma soprattutto, questi si riferiscono al costo sociale della CO2 in un determinato anno (il 2010 per quelli citati), mentre è facile capire che questo costo non resterà costante. Il costo marginale di ogni tonnellata di CO2, infatti, è destinato a crescere, ossia, raggiunta una certa concentrazione in atmosfera ogni tonnellata in più di CO2 emessa farà più danni della precedente. A questo si aggiunga che carbone, gas e petrolio per alimentare le centrali in futuro saranno probabilmente sempre più cari, mentre il kWh da rinnovabili diverrà più economico.

Insomma, se, come mostra lo studio, la convenienza economica di passare alle fonti pulite è già certificata dalla letteratura scientifica esistente, con ogni probabilità è ancora più grande di quanto si sia stimato finora.

Lo studio (pdf)

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