Una notizia ci illumina sull’approccio dei grandi Paesi industrializzati nei confronti dell’energia solare. Non parliamo di politiche di sostegno alle installazioni, sebbene questi Paesi abbiano oggi meccanismi sufficienti a sostenere la domanda interna e a rilanciare le esportazioni di prodotti e servizi del settore, ma parliamo di ricerca.

Tre importanti istituti di ricerca nel settore della tecnologia solare, Nrel, Fraunhofer Ise e Rcpvt, rispettivamente negli Stati Uniti, in Germania e in Giappone, hanno unito le proprie forze e firmato un memorandum d’intesa per la realizzazione di un’alleanza che regolerà i reciproci scambi scientifici con l’impegno ad avere due scienziati di ciascun istituto in residenza presso ciascuno degli altri centri di ricerca. In pratica si dà vita a una sorta di grande istituto internazionale costituito da veri e propri giganti della ricerca.

Il National Renewable Energy Laboratory (NREL) è il braccio scientifico del Dipartimento statunitense dell’Energia (DoE), il Fraunhofer Institut è parte di uno dei più accreditati centri a livello mondiale per la certificazione delle prestazioni della tecnologia fotovoltaica, mentre RCPVT (Research Center for Photovoltaic Technologies) è un’unità di ricerca dell’istituto giapponese AIST (National Institute of Advanced Industrial Science and Technology).

“La creazione di questa alleanza – spiega il Fraunhofer in un comunicato – è una risposta all’importanza sempre crescente dell’energia solare immagazzinata termicamente o con il fotovoltaico a costi rapidamente decrescenti. Queste tecnologie costituiscono un pilastro fondamentale del sistema energetico futuro, che sarà sostenibile e carbon free. La nuova alleanza darà una voce globale alla ricerca in questo importante settore”.

Qualcuno dovrebbe spiegare ai governanti, ai politici e ai dirigenti aziendali italiani che se alcuni Paesi di vecchia industrializzazione (quelli emergenti già lo fanno) ritengono di investire e collaborare nei settori delle rinnovabili e dell’energia solare, puntando su ricerca e innovazione – concrete opportunità per il futuro dell’economia e dell’ambiente e mosse strategiche per la competitività industriale – significa che le grandi potenze economiche ci credono veramente. E non da oggi, visto che questa partnership è possibile tra titani della ricerca che hanno ricevuto negli anni fondi e appoggio dai rispettivi Stati.

In Italia, non solo il settore viene brutalmente, a secondo dei punti di vista, arginato o bloccato, da una “subdola e ipocrita” normativa che taglie le gambe alle imprese, ma da tempo non c’è traccia di investimenti nella ricerca. Duole dirlo, ma enti di interesse nazionale come Enea e Cnr da lustri non producono progetti degni di nota o in sinergia con il tessuto imprenditoriale, nonostante la presenza di buone competenze al loro interno. Altri centri universitari lavorano spesso isolati o cercano sponde all’estero.

Quello che manca alla stanca classe dirigente di questo Paese è soprattutto la capacità di farsi una domanda chiave: “cosa dovremmo produrre e consumare nei prossimi 20-30 anni per contenere le emissioni e al tempo stesso rimodellare il sistema economico su basi di sostenibilità?”. Un piccolo ma buon esempio nostrano era stato “Industria 2015” (progetti innovativi pronti per il mercato nati da collaborazioni tra imprese e centri di ricerca), ma al suo arrivo il Governo Berlusconi lo ha di fatto affossato.

Chi ragiona in termini di mesi o di pochi anni, come politici o dirigenti “mentalmente” vecchi, non può avere lo spessore di porsi tale quesito e agire di conseguenza.
Qualcuno potrebbe sostenere che i gravi problemi da risolvere sono quelli di domattina, e per dopodomani si vedrà. Ma dovremmo aver capito ormai che l’inerzia o gli abbagli prima o poi si pagano sia a livello di impresa che di sistema-Paese. In senso più generale, la riprova è anche nel declino di economie come quella italiana o di settori considerati ancora strategici come quello dell’automobile: il frutto degli errori e della miopia degli ultimi 20-30 anni.

In campo energetico-ambientale, mentre da noi si accavallano tante belle dichiarazioni, lanci a mezzo a stampa e convegni, altrove si producono idee, brevetti e si aprono nuovi mercati.
Seminare per raccogliere. Per esempio la Corea del Sud dal 2008 ha la sua strategia di sviluppo “low carbon”, con le tecnologie pulite come motore per la crescita. Il suo pacchetto di misure comprende ricerca & sviluppo e obiettivi per la diffusione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, due pilastri entrambi necessari in un simile piano. Oggi è il quarto Paese al mondo in termini di crescita percentuale della produzione in questi settori.

Da noi, continuare a non far niente nella costruzione del futuro (e non parliamo solo di energia) non farà che renderlo più incerto e più temuto.