Prima il sostegno al nucleare, ora il via libera a nuove trivellazioni petrolifere nelle acque nazionali, annunciato mercoledì scorso: il presidente degli Stati Uniti Barack Obama continua la sua apertura all’energia convenzionale. Un “sacrificio” necessario per arrivare all’approvazione della legge sul clima, ancora bloccata al Senato e progressivamente svuotata?

Negli ambienti verdi statunitensi c’è pessimismo per come sta evolvendo la politica energetica obamiana e per l’iter del Climate Bill. Tanto che in molti hanno creduto perfino al pesce d’aprile fatto da Grist.org: una rivelazione secondo la quale i proventi raccolti con la legge sul clima in via di definizione potrebbero finire a finanziare anche un progetto per estrarre greggio dalle sabbie bituminose, il metodo più impattante per ottenere petrolio. Fortunatamente era solo una burla, ma i motivi reali di delusione per gli ambientalisti americani non mancano.

Rompendo una moratoria lunga 20 anni e in contraddizione con quanto annunciato in campagna elettorale, Obama ha aperto 500mila miglia quadrate di acque costiere americane alle esplorazioni per estrarre gas e petrolio (in Alaska, costa atlantica e Golfo del Messico). Proprio quel che avrebbe voluto fare la candidata repubblicana alla vicepresidenza, Sarah Palin, la politica anti-ambientalista per antonomasia.

“Una scelta difficile”, ha commentato il presidente nel dare l’annuncio, fatta in nome dell’indipendenza energetica del paese. “Dato il nostro fabbisogno energetico, al fine di sostenere la crescita economica, creare occupazione e far rimanere competitive le nostre aziende avremo bisogno di imbrigliare fonti convenzionali finché continuiamo ad aumentare la produzione di nuova energia rinnovabile ed autoprodotta”.

Secondo fonti governative le zone aperte alle trivellazioni racchiuderebbero riserve tali da soddisfare il fabbisogno di petrolio Usa per soli 3 anni e quello di gas naturale per 2. Da 4,5 a 22 miliardi di barili le riserve potenziali di petrolio e da 13 a 95 mila miliardi di metri cubi quelle di gas naturale, stima il Federal Mineral Management Service. Anche se va ricordato che si parla appunto di riserve potenziali: “in pratica quello che si potrebbe arrivare ad estrarre – commenta sul New York Times l’esperto di energia del Mit Michael Lynch – è 1 milione di barili di petrolio al giorno, ma solo dopo uno sforzo di 10-15 anni“.

Oltre a migliorare l’indipendenza energetica, la decisione di Obama di aprire alle trivellazioni ha un secondo scopo esplicito: raccogliere soldi tramite tasse e licenze (da 10 a 20 miliardi di dollari l’anno secondo Lynch). Fondi che potrebbero finanziare lo sviluppo delle energie pulite, dicono alcuni ambientalisti che approvano la scelta. Dunque, una strategia che sembrerebbe di buon senso, tanto più che – come ha assicurato il presidente – si sono prese le precauzioni per limitare il più possibile l’impatto ambientale – ad esempio prevedendo distanze minime dalle coste e risparmiando le zone più sensibili dell’Alaska.

Ma cosa significa limitare l’impatto ambientale del petrolio? Senza parlare dei disastri ambientali causati dall’estrazione e dal trasporto del greggio, quello che la scienza ci dice è che, per avere la possibilità di fermare il riscaldamento globale entro i 2°C, dobbiamo lasciare sotto terra non solo il petrolio dei giacimenti non ancora “stappati”, ma anche parte delle riserve che già stiamo sfruttando. La conclusione di due studi apparsi su Nature l’anno scorso che hanno fatto molto rumore (Qualenergia.it, Emissioni in riserva)  è chiara: basterà bruciare anche solo una frazione delle riserve fossili attualmente disponibili – da un quarto al 60% – per allontanare definitivamente la possibilità di contenere il riscaldamento globale entro livelli con conseguenze non catastrofiche.

La scelta di Obama va chiaramente in direzione opposta rispetto alle raccomandazioni scientifiche. E, come abbiamo visto, non è una toppa provvisoria per soddisfare il fabbisogno energetico immediato, bensì una strategia che darà i suoi frutti solo dopo almeno 10-20 anni di ingenti investimenti.

Un piccolo passo indietro per riuscire a farne uno più importante in avanti? È chiaro che, come già per lo stanziamento pro-nucleare (Qualenergia.it, Obama al capezzale del nucleare) le scelte del presidente a favore delle fonti sporche sono la ricerca di un compromesso per far finalmente approvare il Climate Bill che il mondo intero si aspetta dagli Usa. Insomma, concessioni per raggiungere un accordo sulla legge che ridurrà le emissioni americane.

Solo che le lobby dell’energia fossile e nucleare non sembrano affatto ricambiare con altrettanta disponibilità in materia di lotta al global warming i favori di Obama. La legge sul clima, infatti, è ancora bloccata al Senato avversata dai senatori di entrambi gli schieramenti. Quel che è peggio è che la settimana scorsa è arrivato anche l’ennesimo annuncio di annacquamento: il cap-and-trade (cioè il sistema di mercato per ridurre le emissioni sul modello dell’ETS europeo fortemente voluto da Obama) è stato definitivamente stralciato, lo ha annunciato ufficialmente il segretario all’Interno Ken Salazar.

GM

7 aprile 2010