Cina, Stati Uniti. In movimento per il clima

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I due maggiori emettitori di gas serra del mondo si stanno muovendo. Non mancano le contraddizioni, ma il quadro inizia ad assumere un contorno positivo a pochi giorni dall'appuntamento di Copenhagen. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

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Alla fine Obama ha sbloccato la situazione. A Copenhagen proporrà una riduzione articolata al 2020, 2025, 2030. Gli Usa emetteranno rispettivamente 17%, 30% e 42% in meno rispetto al 2005. Potrebbero fare molto di più, ma il segnale è comunque fortissimo, decisivo.
La Cina risponde con una disponibilità a ridurre l’intensità delle emissioni di anidride carbonica al 2020 del 40-45%. Lo spettacolo a cui stiamo assistendo è analogo allo scioglimento di immense masse ghiacciate che provocano scricchiolii, boati, silenzi. Le due superpotenze, USA e Cina, che assieme sono responsabili del 40% delle emissioni climalteranti del Pianeta, stanno in pochi mesi operando una conversione a 180 gradi delle proprie politiche sul clima.
È logico che, da una parte e dall’altra, ci siano potenti forze che spingono per il cambiamento e interessi importanti che tentano invece di resistere. L’Economist alla fine di novembre ha chiesto nella sua edizione elettronica: «Chi dimostra di avere maggiore leadership nella battaglia sul clima: Usa o Cina?». Al momento in cui scriviamo 7 risposte su 10 sono a favore della superpotenza asiatica. Nell’aprire il dibattito, viene riportata una citazione da un articolo di Christina Larson pubblicato su Foreign Policy: «la Cina paradossalmente presenta alcuni dei fiumi più inquinati e alcune delle più verdi ambizioni al mondo e contemporaneamente registra i migliori e peggiori risultati sul fronte del riscaldamento del Pianeta». Cerchiamo dunque di capire cosa sta succedendo nei due Paesi.

USA, avanti piano e con juicio

La vittoria di Obama ha reso esplicito un dissenso rispetto alla politica minimalista se non negazionista dell’Amministrazione Bush, che aveva trovato modo di manifestarsi in prese di posizione di diversi Stati da una parte all’altra della costa e di potenti gruppi industriali. Le posizioni del nuovo Presidente sono state fin dall’inizio chiarissime. Gli Usa devono prendere la leadership della lotta al cambiamento climatico. La svolta dell’Amministrazione per diventare operativa deve però passare attraverso atti approvati dal Congresso. Obama, forte della maggioranza democratica in entrambi i rami del Parlamento e del suo carisma nel Paese, ha probabilmente sottovalutato le difficoltà che sarebbero insorte nel far approvare il provvedimento sul clima e la riforma della sanità (che col senno di poi avrebbe dovuto essere discussa dopo l’ok all’impegno sul riscaldamento del Pianeta). Per partorire l’American Clean Energy and Security Act, approvato dalla Camera dei Rappresentanti il 26 giugno con 219 voti contro 212, sono stati accettati molti compromessi al ribasso. Lo stesso obbiettivo di riduzione del 17% al 2020 rispetto ai livelli del 2005, percentuale che si riduce al 4% se il riferimento diviene il 1990, è modesto. Ricordiamo infatti che, secondo la comunità scientifica, le emissioni dei Paesi industrializzati devono ridursi del 25-40% rispetto al 1990 entro la fine del prossimo decennio.

Nel frattempo al Senato è partita la discussione del Clean Energy Jobs and American Power Act. Si tratta di un provvedimento diverso che alla fine dovrà essere unificato con quello della Camera. Il documento del Senato propone un taglio del 20% al 2020, leggermente più ambizioso rispetto quello della Camera. L’iter però è ancora lungo e i compromessi sono in agguato. Come quello dei senatori che sono disponibili a un voto positivo in cambio di maggiori incentivi al nucleare.
Ma torniamo alla conferenza di Copenhagen e alla delicata fase successiva all’accordo vincolante che si profila nel 2010. Per superare l’impasse determinata dai ritardi dei lavori del Senato, i negoziatori Usa potrebbero definire un accordo preventivo con il Congresso e lanciare un’ipotesi di riduzione tra il 17 e il 20%. La fase più delicata è però quella successiva. Per essere ratificato il nuovo Protocollo post-Kyoto dovrà ottenere il sostegno di due terzi dei rappresentanti del Senato (67 su 100), mentre i democratici sono solo 60, e non tutti affidabili come vedremo tra breve.

L’approvazione di un accordo internazionale deve dunque superare notevoli difficoltà interne. Ricordiamo che nel 1997 il Senato a larghissima maggioranza bloccò ogni ipotesi di ratifica di accordi che non contenessero impegni dei Paesi in via di sviluppo. Una strada di riserva, che potrebbe essere utilizzata come apripista per l’adesione a un protocollo, sarebbe una legislazione nazionale per la quale basterebbe la maggioranza semplice.
Da qui le cautele nel muoversi e le difficoltà di Obama anche nei confronti dei partner di alti Paesi. Difficoltà che non stanno soltanto nei tempi legislativi che si sono dilatati oltre il previsto, ma anche negli obbiettivi di riduzione giudicati non sufficientemente ambiziosi.

Gli Usa hanno in effetti un’enorme capacità di fuoco a livello di ricerca e di industria, un potenziale di miglioramento dell’efficienza energetica largamente superiore rispetto a quello europeo e una disponibilità di risorse rinnovabili invidiabile. Per questo dovrebbero e potrebbero fare di più. Ma, attenzione! Il solo fatto di definire obbiettivi di riduzione legalmente vincolanti acquista un valore decisivo nella trattativa globale. Ciò che conta è il coinvolgimento di tutti i Paesi del Pianeta. La definizione di obbiettivi più ambiziosi potrà arrivare anche in seguito, come è avvenuto nel caso dell’ozono, con un irrigidimento degli impegni pochi mesi dopo l’approvazione del Protocollo di Montreal.

 
Ma quali sono i settori che si oppongono al taglio delle emissioni? Una forte resistenza viene dalla potente Camera di Commercio (con 3 milioni di imprese) che da un lato riconosce la necessità di un accordo sul clima, ma dall’altro rema contro le iniziative del Congresso. In un suo recente documento si legge, ad esempio, che un aumento di 3°C potrebbe avere effetti benefici per la riduzione della mortalità dovuta al freddo. Importanti società, come Apple e la compagnia elettrica californiana PG&E, sono uscite per protesta dall’associazione.

Pesano poi le posizioni dei rappresentanti degli Stati del Mid-West produttori di carbone o di quegli Stati la cui produzione elettrica è basata sul carbone. Tredici senatori democratici, fra cui i rappresentanti del Colorado, North Dakota, Wisconsin, Michigan, Minnesota e West Virginia hanno scritto una lettera critica ai vertici del partito in merito all’assegnazione gratuita di quote di CO2 alle compagnie elettriche solo per il 50% delle emissioni.

Sull’altro piatto della bilancia occorre mettere le posizioni di molte amministrazioni di città e Stati che autonomamente hanno deciso di contenere le emissioni e soprattutto di ampi settori del mondo industriale che temono di essere tagliati fuori dal crescente business “verde” o di venire penalizzati dall’incertezza di indecifrabili norme future.
Sono significative in questo senso le posizioni del Business Environmental Leadership Council, una sorta di Kyoto Club statunitense che raggruppa 46 grandi imprese con 4 milioni di dipendenti, molte delle quali hanno iniziato un percorso virtuoso. Un esempio è dato dalla Du Pont che ha ridotto del 67% le emissioni climalteranti tra il 1990 e il 2008 o da Alcoa che nello stesso periodo ha già ottenuto una riduzione del 26%, anche se va sottolineato che in questo calcolo sono incluse le emissioni di gas con potere radiante molto maggiore rispetto all’anidride carbonica.

Molti settori sono in movimento. Nel caso dell’auto, sono già stati innalzati i rendimenti per i veicoli che verranno venduti nel 2011: un primo timido passo verso il netto miglioramento delle prestazioni previsto nel corso del prossimo decennio. Grandi aspettative e forti capitali si stanno intanto riversando sulle rinnovabili. Il comparto era già in forte movimento, come dimostra il fatto che lo scorso anno l’eolico ha rappresentato il 42% della potenza elettrica complessiva installata negli Usa. Ma i prossimi anni vedranno la diffusione su larga scala anche di altre tecnologie, a iniziare dal fotovoltaico, grazie anche alle misure di stimolo dell’economia.  

Cina, rivoluzione in atto

La Cina non ha le difficoltà di Obama nel rendere esecutive le decisioni, anche se non mancano all’interno di questo subcontinente punti di vista e interessi differenti. La posizione del Governo è sempre stata contraria a obbiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni. Negli ultimi mesi però qualcosa è cambiato. Il 27 agosto 2009 è stata adottata una risoluzione che parlava di un ruolo attivo da assumere nelle negoziazioni sul clima e nello sviluppo di azioni volte a «fare della riduzione delle emissioni di anidride carbonica una nuova forma di crescita economica». Parallelamente, l’11° Congresso del popolo auspicava l’adozione di politiche di riduzione delle emissioni e la predisposizione di misure per far fronte ai disastri climatici. Queste due decisioni rivelano le ragioni di fondo del cambiamento in atto. Da un lato la valutazione delle enormi opportunità che si aprono con la green economy, dall’altro la preoccupazioni delle conseguenze dei processi di desertificazione e delle alluvioni sulla crescita del Paese.

La Cina ha sorpassato gli Usa come produzione dell’anidride carbonica. Ma è interessante analizzare le dinamiche delle emissioni climalteranti. Tra il 1980 e il 2005 la crescita annua del Pil cinese è stata del 9,4%, mentre quella dei consumi energetici e della CO2 solo del 5,1%. Si è avuto cioè un progressivo disaccoppiamento tra la crescita dell’economia e l’energia utilizzata. L’intensità energetica si è ridotta annualmente in questi 25 anni del 4% e analogamente si è ridotta l’intensità delle emissioni di anidride carbonica. L’energia è stata cioè utilizzata sempre meglio. Non si è invece ancora registrato un disaccoppiamento tra consumi di energia ed emissioni di anidride carbonica. I prossimi dieci anni dovrebbero vedere una prosecuzione della riduzione dell’intensità energetica, anche se a un ritmo meno intenso, e l’avvio di un disaccoppiamento tra consumi e CO2.
Se la proposta finale a Copenhagen fosse di una riduzione dell’intensità del 40% avremmo sostanzialmente la prosecuzione dell’attuale trend. Un taglio del 45% rappresenterebbe un miglioramento e una riduzione del 50% indicherebbe un vero cambio di marcia.

Una delle ragioni della futura dinamica riguarda il miglioramento delle prestazioni del parco di centrali elettriche, grazie alla dismissione degli impianti piccoli e inefficienti e la realizzazione di nuovi con rese sempre più elevate. Entro il 2011 verranno chiuse tutte le centrali sotto i 50 MW e tutte quelle sotto i 200 MW con forte anzianità. Questo trend, già in corso, ha innalzato il rendimento medio delle centrali a carbone cinesi fino al 35%, un punto in più rispetto alla media delle centrali a carbone Usa. Restando al campo della produzione elettrica, dobbiamo sottolineare il ruolo sempre più incisivo delle fonti rinnovabili. L’eolico dovrebbe vedere 150 GW installati nel 2020, il fotovoltaico, inesistente fino all’anno scorso sul mercato interno, ha visto negli ultimi mesi annunci di centrali per 5 GW. Se la Cina, già oggi leader mondiale della produzione di moduli fotovoltaici, si appresta a giocare un ruolo di primo piano anche nelle altre tecnologie pulite, è incerto invece il futuro del nucleare, che finora è cresciuto meno del previsto, ma che dovrebbe trovare un suo spazio.

Non sono solo le centrali a carbone a essere più efficienti di quelle statunitensi, ma anche le automobili. Il Governo tenta di moderare la voracità energetica di un parco auto che cresce a un ritmo impressionante, limitando i consumi unitari che ora sono a metà strada tra quelli europei e quelli degli Usa (15,8 km/litro). Nel 2009 dovrebbero essere costruiti e venduti ben 12 milioni di esemplari di autovetture e la crescita costante del parco si riflette nel preoccupante aumento delle importazioni di petrolio. Anche in Cina hanno sentito parlare di “peak oil“. L’attenzione è rivolta anche alle soluzioni più innovative. Nel 2012 dovrebbero essere infatti vendute 100.000 auto elettriche. Lo sforzo per migliorare le prestazioni energetiche si è esteso agli edifici con il dimezzamento dei consumi nelle nuove realizzazioni che arriva a una riduzione del 65% negli edifici costruiti nelle quattro principali metropoli cinesi.

Quale la conclusione di questa panoramica? Che la Cina sta operando importanti trasformazioni nel modo di produrre e consumare l’energia, in modo da ridurre la sua dipendenza dall’estero, limitando l’inquinamento interno e contribuendo all’impegno climatico. Un accordo post-Kyoto viene visto quindi come straordinaria occasione per espandere le proprie attività della green economy e rafforzare il ruolo di protagonista sulla scena internazionale, limitando i pesanti impatti climatici. I timori riguardano invece i vincoli per l’economia che possono derivare da obbiettivi di contenimento delle emissioni. La mediazione si potrà giocare sull’entità di questi obbiettivi e sulle risorse economiche che i Paesi industrializzati renderanno disponibili per facilitare la decarbonizzazione dell’economia cinese.

 

 

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