Quello che manca da sempre in Italia è una seria politica energetica. Ma le scelte in questo campo richiedono tempi lunghi, analisi e concertazione, che di certo non sono i terreni preferiti di gran parte dei politici. Questo governo, dal canto suo, simula programmazione e decisionismo in campo energetico aggrappandosi al ritorno del nucleare e con il “Dl Sviluppo”, ora diventato legge, pensa di ridisegnare lo scenario energetico nazionale.

Il Ministro Scajola ha ormai le sue parole d’ordine per il rilancio dell’atomo in Italia che, ripetute come un disco rotto, finiscono per diventare credibili per qualcuno e forse addirittura per tanti cittadini. “Il Governo – dice il ministro – si impegna a porre la prima pietra di una centrale nucleare entro la fine della legislatura, nel 2013”. E ancora, “l’intenzione è di coprire il 25% del fabbisogno attraverso il nucleare” e questo percorso garantisce “è razionale, sicuro e trasparente. E i cittadini l’hanno capito”. Razionale, sicuro e trasparente? Ma i qui i nodi verranno presto al pettine. Non manca mai poi il riferimento agli elevati costi dell’elettricità in Italia causati, a suo dire, dall’infausta scelta di abbandonare l’atomo due decenni fa.

In ogni intervento del Ministro non si fa mai alcun riferimento ai problemi, tanti e complessi, del nucleare: stoccaggio delle scorie, i costi di costruzione, di gestione e di smantellamento, come quelli dell’uranio tra 12-15 anni (quando la prima centrale sarà forse operativa), la sicurezza e i rilasci di radioattività delle centrali, i siti dove realizzare le centrali e i rapporti con le comunità.
Buttarsi nel ginepraio del nucleare, e questa è forse la cosa più significativa, farà perdere di vista e togliere risorse alle rinnovabili e all’efficienza energetica, cioè alle politiche energetiche più necessarie per questo paese, quelle che potrebbero dare una svolta in termini economici, ambientali e occupazionali e non limitarsi a dare benefici ai pochi operatori che faranno parte della partita nucleare.

E’ stato confortante ed utile leggere su questi temi un articolo di oltre un mese fa (La Repubblica, 28 luglio 2009, “Tre generazioni e un patto verde“) di Guido Viale. Partendo dall’assunto che l’Italia ha obiettivi obbligatori al 2020 su fonti rinnovabili e riduzione delle emissioni climalteranti, l’autore sottolinea un punto di fondamentale urgenza: “bisognerà costruire le filiere“. E cosa significa costruire una filiera è spiegato con grande lucidità. Innanzitutto significa “garantire l’autonomia nazionale e locale a tutte le fasi di un’economia a basse emissioni”. Quindi, “fabbriche per l’impiantistica: pannelli solari termici e fotovoltaici (importiamo entrambi, nonostante i primi siano poco più di un tubo e una lastra di vetro); impianti solari termodinamici (inventati in Italia, che però non ne ha ancora neanche uno); pale e rotori eolici (macro e micro); impianti di cogenerazione diffusa (per sfruttare a fondo sia il metano importato che gli scarti agricoli e forestali, oggi abbandonati a generare altro gas di serra).”

Ma poi serve ricerca, progettare una nuova rete elettrica adatta alle fonti intermittenti, avere una migliore conoscenza del paesaggio e delle potenzialità del territorio. Sul versante dell’efficienza energetica, poi, Viale parla di interventi mirati su edilizia, trasporti, agricoltura, industria.
Tutto questo, scrive il giornalista ed economista, “è un programma grandioso” un impegno che “terrà occupate due o tre generazioni di scienziati, progettisti, tecnici, lavoratori e cittadini; soprattutto a livello locale, coinvolgendo municipalità, imprese, associazioni civiche, sindacati, università e ricerca”.

L’articolo è una sorta di pamphlet sulla riconversione produttiva verso scelte economiche e ambientali lungimiranti i cui costi andrebbero a sostituire le risorse oggi dedicate alle fonti fossili e nucleari in prospettiva sempre più care, mentre i costi per ridurne i loro utilizzo sono in calo, così come quelli delle tecnologie rinnovabili.
Ma un nuovo apparato produttivo “verde” potrà evitare anche “molti costi di settori che vanno a rotoli per i limiti raggiunti dalla ‘capacità di carico’ del pianeta”, dice Guido Viale facendo l’esempio dell’industria automobilistica “al cui sostegno è destinato quasi tutto il denaro pubblico non utilizzato per le banche”.

E’ come sappiamo una questione di opzioni e soprattutto di “visione“. Allora la domanda è: continuare a gettare denaro per industrie decotte (anche se, in molti casi, potenzialmente riconvertibili in aziende capaci di realizzare tecnologie e componenti utili alle nuove filiere in sintonia con gli impegni futuri), oppure impegnarsi con tutte le forze in un programma epocale di cambiamento per una transizione energetica sempre più urgente? Di fronte a scenari così innovativi e democratici, quanto appare arcaico e autocratico il ritorno al nucleare del governo Berlusconi.

Leonardo Berlen

3 settembre 2009