Nell’agosto 2006 la Regione Sardegna presentava il nuovo Piano Energetico e Ambientale Regionale (PEARS), con il quale definiva le linee di indirizzo della propria politica energetica.
Attualmente la Sardegna importa circa il 90% dell’energia primaria e, in mancanza di un gasdotto che porti per il gas naturale sull’Isola, consuma quasi esclusivamente derivati del petrolio e carbone. Proprio per questo il Piano prevede la realizzazione di un gasdotto Algeria-Sardegna-Italia entro il 2009-2010, e punta a incentivare lo sfruttamento delle fonti energetiche locali, principalmente il carbone del Sulcis. Tra le altre linee di intervento vi è anche la realizzazione entro il 2009 di un nuovo cavo sottomarino di collegamento con la Penisola (SAPEI), per il potenziamento della rete elettrica.
Greenpeace ha recentemente denunciato che l’attuale PEARS rappresenta un ostacolo al raggiungimento dei traguardi che l’Italia ha sottoscritto a livello europeo e internazionale per quanto riguarda lo sviluppo delle fonti rinnovabili e l’abbattimento dei gas serra.
L’Italia è in enorme ritardo su entrambi i fronti: Kyoto e rinnovabili. Per il secondo si tratta di almeno 35 miliardi di chilowattora “verdi” da produrre entro il 2010. Peraltro la decisione assunta dal Consiglio europeo dello scorso marzo, il 20% sul totale delle fonti primarie, fa impallidire l’obiettivo al 2010 relativo al solo settore elettrico.
Con il PEAR la Sardegna si mette di traverso agli obiettivi ambientali del nostro Paese perché prevede di:
1) potenziare l’utilizzo del carbone realizzando nuove centrali termoelettriche;
2) bloccare lo sviluppo dell’eolico nella regione con le maggiori potenzialità, fissando un tetto massimo alla potenza installata pari a 550 MW.
Peraltro sulle altre fonti rinnovabili il piano o non è credibile (solare fotovoltaico) o le quantità sono marginali (solare termodinamico).

Non c’è vento da perdere
Secondo le stime dell’ANEV (Associazione Nazionale Energia del Vento), il potenziale eolico tecnico installabile in Sardegna è quantificabile in circa 3.000 MW al 2012. Il dato è stato calcolato nel rispetto delle linee guida per il corretto inserimento dei parchi eolici contenute nel Protocollo d’intesa firmato con le associazioni ambientaliste, tra cui anche Greenpeace.
Con tale potenza si potrebbero generare oltre 6 TWh, pari a circa il 50% degli attuali consumi elettrici totali della regione (nel 2004 circa 11,8 TWh), con un impegno di territorio di circa 720 km2 di superficie, pari al 3% del territorio regionale.
Nel 2006 la potenza eolica installata nell’isola ha raggiunto i 346 MW, ma in seguito al blocco a 550 MW lo sviluppo nel 2006 è stato minimo: appena 12 MW. Il limite di 550 MW è stato recentemente rimosso dall’Amministrazione, dopo una forte contestazione da parte della stessa maggioranza. Oggi l’eolico rimane tuttavia confinato alle sole aree industriali degradate e, dunque, i vicoli continuano a persistere.

Sondaggio: i sardi vogliono l’eolico
In occasione dell’ “European Wind Day 2007”, ANEV e Greenpeace hanno presentato i dati di un sondaggio commissionato a Customer Asset Improvement, per verificare il consenso alla costruzione di impianti eolici in Italia, ma con un focus sulla Sardegna.
Il sondaggio ha avuto luogo a maggio dopo che ad aprile si erano tenute alcune iniziative pro eolico tra cui una “maratona eolica” organizzata da Greenpeace.
Secondo i risultati del sondaggio, l’energia eolica piace agli italiani e ai sardi e si colloca per indice di gradimento al secondo posto tra le rinnovabili, dietro al solare e davanti a idroelettrico, ultime le biomasse. In Sardegna le rinnovabili dimostrano di avere maggiore accettabilità.
Secondo l’86% degli italiani l’energia eolica è poco sviluppata e ce ne vorrebbe di più. Allineati a questo giudizio anche i sardi, con l’85% del campione favorevole allo sviluppo dell’eolico in Italia. Anche affrontando il tema dello sviluppo dell’eolico in Sardegna il campione non si è scomposto: per il 60% dei sardi «l’eolico è un’opportunità positiva di sviluppo del territorio e va accettato», per il 30% «l’eolico non porterà particolari benefici, ma non sono contrario». Dal sondaggio appare che appena il 7% dei sardi è comunque contrario all’eolico.
Per quanto riguarda il limite imposto dalla Regione Sardegna, solo il 19% è favorevole al blocco dell’eolico a 550 MW, mentre il 77% pensa che il limite possa essere superato, con un picco del 36% che addirittura dichiara che non ci debbano essere limiti.
La più alta convergenza delle opinioni si è avuta sulla frase «fatte salve alcune zone di rilevante interesse paesaggistico e turistico, in Sardegna si dovrebbe cercare di sviluppare il più possibile l’energia eolica». I sardi insomma sono più sensibili all’impatto sul paesaggio, ma complessivamente e largamente più favorevoli all’eolico della media italiana.

Carbone: sarà crescita selvaggia?
La riapertura della miniera del Sulcis, appoggiata dal governo tramite Enrico Letta, rende evidente come la Sardegna abbia imboccato una strada opposta a quella di Kyoto.
Dal 2000 ad oggi la potenza termoelettrica della Sardegna è rimasta pressoché invariata attorno a 3.500 MW (vedi tabella). Ad aumentare è stata la potenza termoelettrica a carbone: ai 240 MW del gruppo 3 della centrale Enel Sulcis si sono aggiunti altri 340 MW del gruppo Sulcis2 nel 2005, e 640 MW a Fiumesanto dopo la conversione a carbone nel 2003. La potenza a carbone è oggi pari a circa 1.220 MW, e aumenterà ancora.
Nel gennaio 2007 la Regione ha firmato un accordo con Endesa per la conversione a carbone di altri due gruppi a Fiumesanto per 320 MW, e ribadisce nel PEARS la volontà di realizzare un nuovo impianto nei pressi delle miniere del Sulcis. Si tratterebbe di una centrale a carbone da 450 MW a ciclo supercritico cui dovrebbe corrispondere nelle intenzioni un’attività estrattiva pari a 1 milione di tonnellate all’anno di carbone autoctono. Il carbone del Sulcis è notoriamente un carbone “di bassa qualità” con potere calorifico minore ed elevata percentuale di zolfo, poco inferiore al 6%.
Se a livello nazionale le emissioni specifiche di anidride carbonica da impianti a carbone si attestano attorno a 880 grammi/kWh, in Sardegna questo sale per la scarsa efficienza degli impianti a circa 1000 grammi/kWh.

La Sardegna punta al raddoppio delle emissioni di CO2
Nel 1990 la Sardegna aveva emissioni di CO2 pari a 16,8 milioni di tonnellate (Mt), di cui 6,3 imputabili al settore termoelettrico. Se dovessimo proiettare l’obiettivo di Kyoto su base regionale, ci aspetteremmo quindi che il PEARS cerchi di ridurre le emissioni totali di CO2 attorno a 15,7 Mt entro il 2012.
In realtà già oggi le emissioni di CO2 sono cresciute fino a circa 24 Mt, e lo stesso PEARS pianifica esplicitamente un livello delle emissioni al 2015 pari a 29 Mt. La Sardegna sta insomma pianificando emissioni pari al doppio del target previsto al 2012, già entro il 2015. Chi pensa che regionalizzando gli obiettivi ambientali si possa ottenere un risultato dovrebbe ricredersi: né la regione, né il governo hanno valutato questo aspetto del Piano energetico che dovrà passare attraverso la Valutazione Ambientale Strategica (VAS), strumento pochissimo utilizzato in Italia. Se fosse usato in modo minimamente decente, una VAS dovrebbe bocciare il PEAR della Sardegna, rispedendolo al mittente.
Anziché puntare al massimo sviluppo dell’eolico – rafforzando in prospettiva le connessioni con l’Italia peninsulare – sviluppando le altre rinnovabili e portando il gasdotto nell’isola, il governo Soru, appoggiato dal governo, sceglie quella di rafforzare il deficit ambientale della regione e del Paese.

Francesco Tedesco e Giuseppe Onufrio (Greenpeace)

1 agosto 2007