Via via che si avvicina il momento di decidere seriamente quale strada prendere per la transizione energetica, qualcosa di strano avviene: come zombie in un film horror, dal buio dello sfondo riemergono fonti che si pensava ormai superate dalla travolgente marcia delle rinnovabili.

Questi improbabili cavalieri bianchi, dovrebbero salvare le fonti rinnovabili da loro stesse, cioè dal loro peccato originale di essere costose e intermittenti, nonostante valanghe di modalità e sistemi di accumulo, siano ormai disponibili per stabilizzarle e il loro prezzo sia ormai così crollato da renderle quasi sempre le più competitive.

Dell’idrogeno blu, grigio o a pallini, tutto purché non verde, come “fonte di transizione” si parla ormai da tempo. Come noto c’e anche chi spinge per il sequestro della CO2, e ultimamente è rispuntato pure il nucleare, che un rapporto del Joint Research Centre europeo, ha definito a “impatto ambientale così basso”, da poter ricevere i fondi pubblici per la transizione.

Ovviamente buona parte di questo “a volte ritornano” si deve al lavoro ai fianchi della Commissione di potenti lobby industriali e dei combustibili fossili, che non sono disposte a far travolgere i loro assets dalla rivoluzione delle rinnovabili.

Ecco come si sottostima il fotovoltaico

Ma una professoressa di ingegneria meccanica alla Aarhus University, in Danimarca, Marta Victoria, ha fatto una scoperta sconcertante su un’altra spiegazione del perché si continui a credere che le rinnovabili, senza “fratelli maggiori”, non ce la possano fare a tenere in piedi un’economia avanzata, illustrandola in un articolo su Joule.

«Tutti i modelli utilizzati dall’Ipcc, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei cambiamenti climatici, nei suoi rapporti su come contenere il riscaldamento globale applicano un costo per il fotovoltaico installato nel 2050 che, al minimo, si aggira su 1 euro per watt», spiega Victoria.

I lettori di QualEnergia.it saranno già sobbalzati sulla sedia: è dal 2019 che il costo medio globale del watt solare è sceso sotto all’euro, arrivando a 0,995 $/W, ed è sceso anche molto più giù in situazioni particolarmente favorevoli e per impianti di grande scala, che sono poi i più determinanti per la fase della transizione.

E tutte le previsioni indicano ulteriori cali di prezzo, via via che le tecnologie di costruzione e installazione si affineranno, entreranno in gioco altre tecnologie, come la perovskite, e crescerà la taglia media degli impianti nel mondo.

Ormai ci sono casi nel mondo in cui il FV non solo è di per sé molto più economico del nuovo nucleare (cosa che avviene praticamente ovunque, tranne che al polo nord) del carbone o del gas, ma che rimane tale anche quando viene accoppiato a impianti di accumulo (pompaggio idroelettrico, accumulo elettrochimico o termico, ecc.) e diventa così ampiamente programmabile.

«In altre parole l’Ipcc basa i suoi scenari fra 30 anni su un prezzo del fotovoltaico che sarebbe già troppo alto oggi: non c’è da stupirsi che alla fine concluda che servono altre fonti e tecnologie energetiche, sottostimando di molto il possibile contributo del solare al mix energetico del futuro», aggiunge Victoria.

C’è chi usa dati superati, anche i fautori delle rinnovabili

Si potrebbe pensare che questo sia un difetto insito nel lavoro dell’Ipcc, che, in fondo, non fa ricerca in proprio, ma si limita a raccogliere e sintetizzare i lavori fatti da altri che reputa più affidabili. Potremmo pensare, cioè, che le sue fonti sui prezzi del solare non siano state aggiornate da lungo tempo.

Tuttavia, curiosamente, quasi in contemporanea al lavoro dei ricercatori danesi, ne è uscito un altro curato da Mengzhu Xiao del German Aerospace Center di Stoccarda, che ha ampliato l’orizzonte temporale sulle previsioni di costo del FV in 22 scenari energetici futuri, realizzati da enti pubblici e privati, regionali e globali, che vanno dalla Iea alla Fondazione Di Caprio, dalle Ue alla US Energy Administration, dal governo indiano all’Irena.

Tutti questi lavori sono stati realizzati non agli inizi del boom delle rinnovabili, ma dopo il 2015, quando il loro trend di costi era già in evidente rapida discesa.

Eppure, come riportato su Energy Strategy Reviews, incredibilmente solo uno di questi studi, ha preso in considerazione la possibilità che al 2050 il FV sia più economico di quanto lo sia già ora!

L’unico studio che ci ha azzeccato, ipotizzando al 2050 un FV molto più economico dell’attuale, non è frutto di menti di qualche grande agenzia internazionale, ma è il “Global Energy System based on 100% Renewable Energy elaborato nel 2019 dalla finlandese LUT University.

Il caso peggiore, ancora più stranamente, è lo studio “100% Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World” del 2017, che non è stato scritto da una qualche organizzazione amica del carbone, ma da Mark Jacobson, della Stanford University, uno dei più strenui sostenitori del mondo al 100% rinnovabili.

Anche lui ha basato i suoi scenari globali su un prezzo del FV al 2050 di 1,8 $/kW, che sarebbe già oggi ampiamente fuori mercato.

Ma non fanno molto meglio i rapporti di altri “amici delle rinnovabili”, come la stessa Irena.

«E il prezzo non è neanche l’unico aspetto di sottovalutazione delle rinnovabili», aggiunge Marta Victoria. «Molti degli scenari che usa l’IPCC, per esempio, non prendono neanche in considerazione l’ipotesi che le rinnovabili intermittenti, superino il 30% del mix globale, probabilmente perché ritengono ingestibile la loro integrazione nella rete, quando, per esempio, in Danimarca, siamo già ben oltre al 50% da vento e sole».

La pigrizia dei ricercatori e le sue conseguenze

Visto che queste valutazioni provengono anche da enti che non sono affatto ostili alle energie rinnovabili, come spiegarsi allora questa clamorosa sottovalutazione?

«Il fatto è che nella ricerca scientifica si tende a riutilizzare i risultati di studi precedenti, per non dover ricominciare tutto da capo», spiega Xiao. «Ma nel caso del prezzo delle rinnovabili e delle tecnologie per integrarle nei sistemi elettrici, i trend procedono in modo così veloce, che prendere come base ricerche condotte anche solo 5-10 anni fa, porta a clamorosi errori di prospettiva sul futuro. Bisognerebbe che chi elabora scenari, si aggiornasse su quali siano i trend attuali di prezzo, non quelli che trova in ricerche autorevoli, ma ormai sorpassate dagli eventi».

Insomma, gli scienziati siano un po’ meno pigri e alzino gli occhi dal loro mondo autoreferenziale, per vedere cosa accade al di fuori dei loro laboratori.

Questa loro pigrizia non solo porta ai risultati grotteschi evidenziati da Victoria e dai suoi colleghi tedeschi, ma può avere conseguenze gravissime.

«Negli scenari Ipcc, che fanno da riferimento per i governi, si enfatizza il possibile ruolo di fonti come il nucleare, mentre si sottostima gravemente quello possibile del solare. È un errore pesante, perché l’Ipcc dovrebbe invece mandare il segnale ai decisori politici che il solare è pronto per giocare un ruolo decisivo nella transizione energetica».

Tutto ciò non solo per evitare di farci sprecare soldi in tecnologie costose, lente da installare e rischiose, ma anche perché ogni perdita di tempo nel combattere il cambiamento climatico può costarci carissima.

«Se utilizzassimo negli scenari adottati per prendere le decisioni sui mix energetici del futuro, i veri trend di prezzo e di possibili integrazioni delle tecnologie solari, potremmo indurre i governi a progetti di transizione energetica molto, ma molto più ambiziosi degli attuali, arrivando a un sistema globale a zero emissioni, anche prima del 2050».

«Ma se non lo faremo, e subito, continueremo a favorire le vecchie fonti, perdendo tempo e risorse, rischiando alla fine di mancare del tutto la transizione, perché si rivelerà troppo costosa o troppo tardiva, di fronte all’incalzare della crisi climatica» conclude la ricercatrice.