La Turchia, tra transizione green e realpolitik energetica

Il Paese accelera con le rinnovabili, ma si prepara a inaugurare la prima centrale nucleare con la partnership della russa Rosatom e negozia nuove forniture di Gnl. Diversi i temi toccati al Verona Eurasian Economic Forum di Istanbul.

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Istanbul. Dei 121 GW attualmente installati in Turchia per la produzione di energia elettrica, il 61% (74,7 GW) è da impianti rinnovabili (aggiornamento settembre 2025).

Eolico e fotovoltaico contribuiscono insieme per 38,3 GW, costituendo quasi un terzo del totale, e da soli sarebbero già in grado di coprire il consumo annuo di ogni famiglia del Paese.

I numeri, evidenziati dal ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar (nella foto) dal palco della 18a edizione del Verona Eurasian Economic Forum, che quest’anno si svolge a Istanbul, alla quale QualEnergia.it ha partecipato, mostrano un Paese proiettato verso le rinnovabili e che va affermandosi come leader del settore nell’area.

Guardando al futuro, il governo si è posto come obiettivo arrivare a 120 GW di eolico e fotovoltaico entro il 2035, sottolineando di voler attuare una strategia “fondamentale per rafforzare la sicurezza energetica e promuovere al contempo la transizione verde del Paese”.

Secondo la Iea, lproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili del Paese è triplicata negli ultimi 10 anni. Il fotovoltaico contribuisce attualmente per circa il 6% dell’approvvigionamento elettrico nazionale, e – stando a dati Ember – tra luglio 2022 e dicembre 2024 la produzione combinata di energia solare ed eolica ha contribuito a tagliare 15 miliardi di dollari di importazioni di gas naturale. Ma non è “verde” tutto ciò che luccica.

Il battesimo dell’atomo

Nonostante una crescita marcata negli ultimi vent’anni, che ha portato la potenza rinnovabile del Paese a passare dai 12 GW del 2002 (praticamente tutto idroelettrico) ai quasi 75 GW di oggi, rendendo la Turchia l’undicesimo Paese al mondo per potenza Fer installata (quinto in Europa), il governo turco continua a finanziare le fossili e si sta aprendo al nucleare grazie a una partnership con il colosso russo Rosatom.

“Stiamo costruendo quattro reattori ad Akkuyu, nella regione di Mersin (nel sud della Turchia, ndr), con la prima unità che entrerà in funzione nel 2026. Sarà la pietra miliare storica di una nuova diversificazione energetica del Paese”, ha spiegato Bayraktar.

La centrale avrà una potenza di 4,8 GW. “L’obiettivo – ha aggiunto il ministro – è di arrivare a 20 GW da nucleare entro il 2050”.

Kirill Komarov, direttore del dipartimento “sviluppo e business internazionale” di Rosatom (nella foto a sinistra), ha fornito ulteriori dettagli sulla centrale che segnerà il battesimo dell’atomo per il Paese.

Si appoggerà su 7 sottostazioni, con 5 linee di trasmissione. La sua costruzione e gestione coinvolgerà complessivamente 30mila lavoratori, di cui l’80% turchi, e duemila aziende per l’intero indotto.

A pieno regime dovrebbe portare a una riduzione annua di 18 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. “L’obiettivo è arrivare al 10% della domanda elettrica della Turchia soddisfatto dal nucleare”, ha spiegato Komarov.

Il Gnl non esce dal mix

Oltre al nucleare, anche il gas naturale resta “una fonte molto importante per i nostri mercati energetici”, ha rimarcato il ministro Bayraktar, ricordando le partnership storiche che il Paese ha messo in piedi con Russia, Azerbaigian e Iran, e rivendicando il processo di rafforzamento delle infrastrutture di rigassificazione iniziato ormai nel 2016.

“Grazie al TurkStream e a progetti simili come il gasdotto transanatolico Tanap – ha affermato il ministro – la Turchia è diventato un hub fondamentale per la circolazione del gas, dando supporto anche all’approvvigionamento europeo”.

Le forniture all’Europa tramite il TurkStream hanno raggiunto i 16,7 miliardi di metri cubi nel 2024, di cui 8,6 miliardi consegnati all’Ungheria.

Il mese scorso la compagnia energetica statale turca Botas ha inoltre firmato un accordo ventennale con la statunitense Mercuria per l’acquisto di Gnl dagli Usa, concordando una fornitura annuale di 4 miliardi di metri cubi a partire dal 2026, per un totale di circa 70 miliardi di metri cubi.

Botas ha anche stipulato recentemente un altro accordo preliminare a lungo termine sul Gnl con Woodside Energy, il principale produttore di gas dell’Australia, per 5,8 miliardi di metri cubi per nove anni, a partire dal 2030.

La Russia resta però il principale fornitore del Paese. Lo scorso anno Mosca ha venduto il 40% dei 52 miliardi di metri cubi di gas importati dalla Turchia.

A fare gli interessi del Gnl russo nel corso del Forum ci ha pensato Leonid Mikhelson, presidente del Consiglio di amministrazione di Novatek, il secondo principale produttore di gas naturale della Russia (dopo Gazprom) e la settima più grande società quotata in Borsa a livello globale per volume di produzione di gas.

“Oggi la Russia produce il 10% del Gnl mondiale”, ha osservato. “Escluderci dal mercato, come vorrebbe fare l’Ue con il diciannovesimo pacchetto di sanzioni, non è possibile. La crisi sarebbe inevitabile, con i consumatori europei che pagheranno il prezzo più salato”.

Mikhelson ha ridimensionato la recente scoperta della Turchia di un nuovo giacimento nel Mar Nero, che contiene 75 miliardi di metri cubi di gas, sufficienti a coprire il fabbisogno residenziale del Paese per circa tre anni e mezzo.

“Si parla di miliardi di metri cubi – osserva l’amministratore di Novatek – ma ne servono trilioni. Giacimenti così grandi non se ne trovano più. Le grandi risorse le hanno soltanto Qatar, Stati Uniti e Russia; solo questi Paesi possono garantire stabilità delle forniture, con gli Usa che però devono far fronte anche ad elevatissimi consumi domestici”.

Gli aiuti alle centrali a carbone

In questo quadro va detto che la Turchia non si è però liberata dei sussidi alle fossili.

Agli inizi di settembre il ministero dell’Energia turco ha approvato un decreto per fornire incentivi alle centrali elettriche a carbone del Paese. Secondo quanto evidenziato da un recente report del think tank britannico Ember, a questi impianti verrà assicurata una garanzia di acquisto per 75 $/MWh fino al 2030.

Un prezzo superiore del 12% rispetto al prezzo medio di vendita dell’elettricità (67 $/MWh) registrato nel Paese nell’ultimo anno e del 36% rispetto al costo di produzione (55 $/MWh).

Durante il periodo di incentivazione quadriennale verranno pagati complessivamente 8,7 miliardi di dollari a queste centrali.

Si tratta, evidenzia Ember, del 53% in più rispetto al budget stanziato per il rinnovamento della rete elettrica in Turchia negli ultimi cinque anni, nonostante la limitata capacità dovuta proprio all’obsolescenza delle reti sia ormai nel Paese un ostacolo reale all’installazione di nuovi impianti a fonti rinnovabili.

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