L’Italia è ben posizionata nel contesto di un’economia che deve diventare sempre più circolare, ma gli obiettivi della decarbonizzazione stanno diventando sempre più sfidanti e non c’è tempo da perdere nell’attuare politiche che consentano una più rapida diffusione delle energie rinnovabili e delle tecnologie verdi.

Questo, in estrema sintesi, il senso di quanto detto a QualEnergia.it da Michele Masulli, responsabile energia di I-com, l’istituto per la competitività, un centro studi italiano focalizzato sull’innovazione.

L’Italia è risultata di nuovo prima, per il terzo anno consecutivo, quanto a circolarità dell’economia fra i cinque paesi europei con i Pil maggiori, e ci sono grosse opportunità di crescita per il nostro paese nel chiudere sempre di più il cerchio del reimpiego delle risorse in sempre più settori.

Ma intanto i target di taglio delle emissioni rispetto al 1990 sono saliti dal 40% di pochi anni fa, al 55% approvato recentemente dal Consiglio europeo, al 60% entro il 2030 in corso di negoziazione presso il Parlamento europeo. Per questo, secondo Masulli, il ritmo di installazioni di eolico e fotovoltaico registrato in Italia negli ultimi anni “non è assolutamente sufficiente a raggiungere gli obiettivi” del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), che andrà necessariamente rivisto al rialzo.

Michele Masulli

“Dovremo aumentare di due-tre volte i tassi di installazione di nuova capacità” di generazione rinnovabile, ha sottolineato Masulli, secondo cui ciò implica inevitabilmente attuare “riforme di carattere normativo e regolatorio, necessarie perché una mole importante di risorse come quelle dello strumento di ripresa e resilienza, calate in un apparato disfunzionale come quello italiano, rischia di non risolvere il problema e di rappresentare una grande opportunità sprecata”.

L’ambito delle norme e delle regole, da semplificare ulteriormente e rendere operative con provvedimenti attuativi tempestivi, è insomma di cruciale importanza per la messa a terra dei progetti, a partire da quelli del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), come sottolineato dal neo-ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che ha indicato la necessità anche di una “transizione burocratica”.

Le priorità sono abbastanza note, ha detto Masulli: sono la produzione di energia rinnovabile – soprattutto fotovoltaica ed eolica, anche offshore – le infrastrutture di rete per l’energia e la ricarica elettrica, valorizzando anche il contributo di smart grid, comunità energetiche e comunità delle energie rinnovabili. Si parla anche di sistemi di accumulo, combustibili alternativi a basso contenuto di carbonio, riciclo e recupero delle materie prime, investimenti importanti per l’idrogeno nei settori più difficili da decarbonizzare, ha detto Masulli, secondo cui è però bene sottolineare alcuni aspetti.

“La mia opinione è che bisogna avere un approccio molto pragmatico, nel senso anche di neutralità tecnologica. Noi abbiamo obiettivi che dobbiamo raggiungere in poco tempo, estremamente complicati da raggiungere. Tecnologie non ancora mature vanno accompagnate con gli opportuni investimenti negli anni”, ha detto il responsabile energia di I-com. Ma “parallelamente bisogna anche adoperarsi per utilizzare tecnologie già mature, che sono a basse emissioni. Si dovrebbe fare una curva di costo per l’abbattimento della CO2 per tutte le tecnologie e capire su quale percorso procedere”.

L’esito di tali analisi costi/benefici è in realtà già noto da tempo e indica chiaramente i vantaggi climatici ed economici di fotovoltaico ed eolico in molti settori. La sottolineatura di Masulli si riferisce però anche ad alcune dichiarazioni dello stesso ministro Cingolani, che nelle repliche a fine audizione della presentazione a Camera e Senato del suo programma ha detto di voler puntare con decisione su fusione nucleare e celle a combustibile per la mobilità privata, suscitando notevoli perplessità fra chi si occupa di energie rinnovabili e tecnologie verdi.

Secondo le dichiarazioni del titolare del MiTE, “l’universo funziona con la fusione nucleare. Quella è la rinnovabile delle rinnovabili. Noi oggi abbiamo il dovere nel Pnrr di potenziare il ruolo dell’Italia nei progetti internazionali Iter e Mit sulla fusione. Quello è un treno che non possiamo perdere”. In un altro passaggio, Cingolani ha affermato di non credere più di tanto alle auto elettriche, contrariamente a quanto si legge nelle linee programmatiche, e di preferire l’idrogeno alle batterie sulle auto (come raccontato in un precedente articolo).

“Fra dieci anni avremo l’idrogeno verde e le automobili che andranno a celle a combustibile. Le batterie le avremo superate, perché hanno un problema di dismissione”, ha dichiarato il ministro nel suo intervento, in totale contraddizione con i mega investimenti nello storage elettrochimico che stanno facendo i colossi del settore automobilistico, partendo da Volkswagen, che ha appena annunciato la realizzazione di sei gigafactory di batterie al litio nei prossimi 5-10 anni.

L’obiezione, sollevata da vari esperti delle rinnovabili e dalle associazioni ambientaliste, è che la fusione nucleare è ancora lontanissima dall’essere una tecnologia matura e che, per quanto possa essere ragionevole continuare a studiarla e affinarla, non può minimamente essere un ingrediente della transizione energetica, che ha bisogno di soluzioni mature o almeno quasi pronte. L’uso diffuso dell’idrogeno verde per alimentare celle a combustibile è invece più vicino e realistico, ma solo per i trasporti pesanti e a lungo raggio, non per il trasporto privato, per cui sono di gran lunga più efficienti le batterie al litio.

“Io distinguerei fra celle a combustibile e fusione nucleare. La fusione è un obiettivo che la comunità scientifica sta approfondendo, c’è un grande interesse… però è qualcosa che non può contribuire a cambiare il mix energetico di cui stiamo parlando, tutt’altro”, ha detto Masulli.

Diverso è il caso delle celle a combustibile, basate sull’idrogeno, che sicuramente può trovare applicazioni nei settori difficili da decarbonizzare come l’industria pesante o la mobilità pesante di lungo raggio, “dove le batterie sono molto più sconvenienti da utilizzare, perché hanno prestazioni molto più basse, pesano molto di più, mentre l’idrogeno è molto più facile da utilizzare”, ha detto Masulli. “La mobilità leggera, invece, mi sembra più lontana da venire e ci sono soluzioni molto più pronte di alimentazione alternativa che possono essere usate in modo proficuo” rispetto all’idrogeno, ha aggiunto.

Masulli ha quindi detto di vedere in modo favorevole la creazione di un ministero della Transizione ecologica e di un Comitato interministeriale per coordinare le politiche ambientali ed energetiche, anche se, “quando si tratta di riaccorpare funzioni, uffici e strutture il passo è sempre più lento e noi non possiamo purtroppo permetterci di perdere tempo”, ha dichiarato.

“Sia che si parli di Pniec, sia che si parli di Pnrr o di obiettivi che possono sembrare lunghi nei decenni, ma che in realtà necessitano di investimenti più ponderati e programmati nel tempo, il tempo si rivela molto prezioso, quindi purtroppo non possiamo permetterci di perdere tempo in lentezze burocratiche”, ha detto.

Altri due aspetti che in prospettiva saranno sempre più importanti sono quelli della finanza verde e della sicurezza degli approvvigionamenti in settori chiave come quello delle batterie, ha detto Masulli.

La transizione energetica richiede investimenti estremamente consistenti e costanti, sia pubblici che privati, ha affermato Masulli, che ritiene i 260 miliardi di euro l’anno previsti dalla Commissione europea una stima prudenziale, visto che non comprendono, per esempio, gli investimenti per l’adattamento climatico, la mitigazione degli effetti climatici avversi o la tutela della biodiversità.

Un segnale positivo in merito è stata comunque la recente emissione del primo green bond sovrano europeo da parte dell’Italia, che ha riscosso l’interesse degli investitori, ha fatto notare Masulli.

Sul fronte degli approvvigionamenti, invece, quando si tratta di settori strategici, l’indipendenza dell’industria europea dalle forniture di un solo paese o di pochi deve essere rafforzata, ha detto Masulli. “Le opzioni in questo campo possono essere varie, per esempio la diversificazione, lo stoccaggio, il riportare le produzioni in patria (on-shoring) o comunque più vicino (near-shoring), così come l’accorciamento delle catene di approvvigionamento”, ha concluso.