La diffusa presenza di aree industriali dismesse (siti brownfield), una rete energetica stabile e capillare, un accesso in costante crescita all’energia da fonti rinnovabili e una connettività digitale ad altissima velocità potrebbero fare dell’Italia un “hub strategico nella gestione, innovazione e sicurezza dei dati europei e globali”.
Lo ha detto Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, che ha presentato il 5 novembre la “Strategia per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center” (link in basso), un documento in cui si promuove uno sviluppo diffuso delle infrastrutture di data storage e cloud a servizio di imprese, pubblica amministrazione e cittadini del nostro Paese.
Obiettivo della strategia è quello di inquadrare la cornice di riferimento per attirare investimenti in data center sul territorio nazionale, individuando punti di forza e debolezze del sistema.
Si suggerisce di “premiare gli impianti particolarmente attenti alle tematiche ambientali per quanto attiene il settore elettrico, idrico e di produzione del calore”, sostenere gli investimenti in rinnovabili e reti elettriche, tenere “sotto controllo” i prezzi dell’energia e “assicurare il riutilizzo delle acque trattate/depurate”.
Altri punti ritenuti cruciali sono l’individuazione di aree di sviluppo maggiormente indicate per queste infrastrutture, la semplificazione delle autorizzazioni e la contestuale creazione di norme uniformi con indicazione certa dei tempi delle varie fasi del processo autorizzativo.
I data center in Italia
A differenza degli altri Paesi Ue, in cui i cluster di data center più grandi si sono sviluppati intorno alle capitali o ai grandi centri (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, il mercato noto come “FLAP-D”), l’Italia si presta maggiormente ad ospitare i centri dati in modo distribuito e omogeneo grazie all’attrattività tecnologica dei propri territori.
Guardando alla cartina (in basso) si nota come questa sia garantita dalla contemporanea presenza, in diverse Regioni, di elementi che a vario titolo incidono sulle performance dei data center come, ad esempio, la rete terrestre capillare in fibra ottica, i punti di interscambio dati (IXP), la rete elettrica in altissima tensione, ma anche la presenza di distretti industriali, super computer e altre realtà tecnologiche di particolare interesse come le Space Factory e le Case delle tecnologie emergenti.
Secondo i più recenti dati dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel 2024 la potenza informatica nominale installata sul territorio nazionale ha raggiunto 513 MW (+17% rispetto al 2023).
Va specificato che questa misura si differenzia dalla potenza termica: è la potenza elettrica destinata direttamente ai server, agli storage e alle apparecchiature di rete, quindi la capacità elaborativa effettiva del data center.
Quantificare la crescita del settore non è però semplice. Terna nel suo nuovo documento sulle prospettive energetiche al 2050 stima una capacità installata di data center tra 9 e 12,5 GW entro il 2050 (I data center e le previsioni di Terna e A2A).
Numeri che vanno letti con cautela, precisa il gestore di rete, perché il settore è “estremamente recente” e dipende da molte variabili: evoluzione dell’intelligenza artificiale, diffusione del cloud, nuove regole sulla cybersecurity, ma anche tempi autorizzativi e infrastrutturali che possono superare i 6-8 anni tra richiesta di connessione e pieno regime operativo.
Uno studio Agici presentato a fine ottobre afferma che la potenza installata dei data center italiani potrebbe triplicare entro il 2030 fino a 2 GW, generando oltre 18 miliardi di euro di investimenti cumulati in tecnologie IT.
Creare un mercato al Sud
Attualmente la maggior parte dei centri dati è concentrata al Nord Italia, con una evidente disomogeneità nella distribuzione dei nodi gestori dei servizi di telecomunicazioni a livello nazionale.
Questa centralizzazione può comportare una minore resilienza della rete e potenziali latenze per gli utenti e le imprese situate nelle regioni meridionali.
Un investimento mirato alla costruzione di centri dati nel Sud Italia permetterebbe una migliore distribuzione geografica dei nodi, garantendo una maggiore capillarità dei servizi e una riduzione del rischio di interruzioni su larga scala.
Un elemento chiave che rende il Sud Italia un’area predisposta a ospitare i nuovi data center è la presenza di una dorsale in fibra ottica già molto estesa e capillare, evidenziata nella cartina (vedi immagine). Questa infrastruttura, che collega in modo efficiente il Sud e le isole al Nord, fornisce una base per il trasferimento di grandi volumi di dati.
La sua esistenza riduce significativamente costi e tempi di implementazione per la connessione di nuovi centri dati alla rete nazionale, rendendo l’investimento più efficiente e rapidamente operativo.
La strategia sottolinea anche l’importanza della realizzazione di importanti progetti infrastrutturali per il potenziamento della rete elettrica e di interconnessione, come il Tyrrhenian Link (collegamento HVDC sottomarino che unirà Sicilia, Campania e Sardegna entro il 2028) e l’Adriatic Link (HVDC tra Abruzzo e Marche, operativo entro il 2029): sebbene primariamente energetici, questi progetti migliorano indirettamente la resilienza complessiva dell’infrastruttura, essenziale per la stabilità dei data center.
Quanto invece alla tipologia di centri dati più adeguata al contesto italiano, secondo il Mimit il nostro tessuto industriale, fatto di molte Pmi, si presta in modo naturale allo sviluppo degli “Edge Data Center” (< 5 MW), adatti ad aumentare velocità, affidabilità e sicurezza dell’IT (le prestazioni complessive dei sistemi informatici e digitali), considerando che non si rende necessario far transitare i dati dal database centrale per l’elaborazione, contribuendo a liberare risorse e larghezza di banda.
Come spiegava Mauro Moroni in un nostro recente articolo (I data center in Italia: da 50 GW di rumore a 5 GW di realtà), lo scenario italiano sarà a due velocità: da una parte pochi Hyperscale, campus enormi capaci di spostare i numeri nazionali, dall’altra molti Edge, che stanno già diventando realtà con Rai Way che ha completato cinque siti (Firenze, Genova, Milano, Torino, Venezia) e punta a diciotto. In basso una tabella riepilogativa con la classificazione dei data center.
Sostenibilità: calore di recupero e consumo di acqua
In tema di sostenibilità, oltre alla necessità di un approccio virtuoso in termini di prevenzione di consumo di greenfield e di consumo energetico, un questione su cui si sofferma il Mimit è quello relativo al consumo di acqua.
L’efficienza del consumo idrico nei data center è data dalla cosiddetta “water usage effectiveness”, che divide il consumo idrico totale per la capacità energetica. In un recente studio commissionato dalla Commissione europea è stato stimato un valore medio in Europa pari a 0,58 mc/MWh (in Italia è 0,70, quindi superiore alla media).
Alcuni operatori hanno sviluppato sistemi di raffreddamento che utilizzano un ciclo chiuso, riciclando l’acqua senza necessità di approvvigionamenti continui: dopo il riempimento iniziale durante la costruzione, l’acqua viene continuamente fatta circolare tra server e refrigeratori per dissipare il calore.
Una fondamentale condizione di attrattività per i centri dati che l’Italia dovrà implementare sarà anche il riutilizzo delle acque reflue. Ad oggi, solo il 4% del volume totale dei reflui depurati risulta effettivamente destinato al riutilizzo e principalmente per uso irriguo, nonostante il Regolamento (UE) 2020/741 estenda la possibilità di riutilizzo anche ai fini civili, ambientali e industriali.
Legato a questo argomento c’è il tema del riutilizzo del calore sia per attività di tipo industriale che per il teleriscaldamento, che andrebbe implementato “dove funzionalmente realizzabile per la presenza di infrastrutture e/o utenti finali industriali potenzialmente interessati”. In Italia ci sono già progetti simili: ne abbiamo documentati ad esempio a Brescia, Perugia e Rozzano.






























