L’eco-ansia dei giovani e quel futuro sottratto

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Crisi climatica, precarietà e sfiducia si intrecciano nell’ansia delle nuove generazioni. A peggiorarla è spesso la risposta degli adulti, sospesa tra minimizzazione e catastrofismo. Come trasformare la paura in capacità di incidere?

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Fine luglio, Civitanova Marche, quell’ora del tardo pomeriggio in cui il lusso di vivere al mare, mi fa ricordare il perché sono scappato da Roma. C’era gente in spiaggia e un ragazzo di diciassette anni, sotto l’ombrellone accanto al mio, zitto da un’ora. A un certo punto ha detto qualcosa sul fatto che a giugno la sua scuola aveva chiuso in anticipo per l’allerta, e che l’anno prima era successo lo stesso, e che secondo lui prima o poi d’estate la scuola non si potrà più fare.

E io ho risposto: “eh, che ansia ‘sto caldo”. Poi il ragazzo è tornato zitto. Me ne sono accorto venti minuti dopo, e da allora non ho più smesso di pensarci. Che ansia ‘sto caldo. Se lo avessi contraddetto gli avrei lasciato qualcosa da dire. Invece, gli ho tolto pure la parola.

Sono quattro anni che i ricercatori hanno cominciato a tirare i numeri su questo tema.

Il primo censimento globale è del 2021, Lancet Planetary Health: 10.000 ragazzi tra i 16 e i 25 anni in dieci paesi. L’84% è almeno moderatamente preoccupato per il clima. Il 75% dice che il futuro fa paura. L’83% è convinto che gli esseri umani abbiano fallito nel prendersi cura del pianeta (tutte le fonti sono in fondo all’articolo).

Non è certo uno studio di riferimento. Campionamento su panel online, domande a risposta secca, una fotografia di un istante da cui è impossibile ricavare qualunque rapporto di causa. Le percentuali dicono che quell’emozione c’è, ma nulla sulla sua intensità, sulla sua qualità percepita consapevolmente.

Nel 2025 una meta-analisi su Global Environmental Change ha messo insieme 94 studi e 170.747 partecipanti in 27 paesi: l’ansia climatica esiste come costrutto autonomo, distinto dall’ansia generalizzata, più frequente tra donne e giovani. Un dato che mi ha colpito, correla in negativo con il benessere e in positivo con l’azione. Gli autori parlano di arma a doppio taglio, che è un modo elegante per dire che stiamo trattando come sintomo qualcosa che è anche un motore.

Il dato italiano è arrivato a dicembre. 3.607 giovani tra i 18 e i 35 anni, indagine dell’Istituto Europeo di Psicotraumatologia per Greenpeace e ReCommon. Il 41% associa il clima ad ansia per il futuro, il 19% a rabbia, il 16% a impotenza.

Il numero che mi ha tenuto sveglio, però, è quello sull’ascolto. Mio personale leitmotiv. Nello studio del 2021, l’81% dei ragazzi aveva provato a parlarne con qualcuno. Di quelli, il 48% si era sentito ignorato o liquidato. Nel 2024 la stessa domanda è stata rifatta su quasi 16.000 giovani americani, con un disegno migliore: 62% ci prova, 58% viene liquidato.

Due campioni indipendenti, tre anni di distanza.

Tenendo statisticamente costante il livello di preoccupazione per il clima, il legame tra senso di tradimento e pensieri negativi resta significativo. Tradotto: a parità di paura per il pianeta, chi si sente liquidato dagli adulti sta peggio.

Una parte di quel dolore con il clima c’entra poco. Riguarda noi. Riguarda me migrante della salute, al fresco sotto l’ombrellone.

La revisione sistematica uscita a dicembre su Nature Mental Health su 69 studi mette la sfiducia verso adulti e istituzioni tra i determinanti più consistenti dell’eco-ansia giovanile. La chiamano disallineamento generazionale. Sally Weintrobe, qualche anno prima, l’aveva chiamata cultura del non-prendersi-cura: l’insieme delle mosse con cui trasformiamo un problema insostenibile in un argomento chiuso. Minimizzare, ironizzare, spostare il discorso, spiegare che si è sempre fatto così, che c’è di peggio, che d’estate ha sempre fatto caldo.

Ai ragazzi essenzialmente la crisi climatica arriva in due formati. Il primo è l’immagine. L’orso sul lastrone, l’incendio ripreso dal drone, la curva rossa che sale. Nella revisione di Nature Mental Health c’è uno studio americano in cui le sole variabili di esposizione mediatica spiegano circa un terzo della varianza nei punteggi di ansia climatica, un dato enorme.

Il secondo formato è il compitino. Differenzia, chiudi il rubinetto mentre ti lavi i denti, spegni la luce quando esci. Cose giuste, e che un preadolescente capisce benissimo essere ridicole rispetto a quello che gli hanno appena mostrato. Il messaggio implicito suona così: il mondo brucia, tu occupati della plastica.

In mezzo, tra la catastrofe e il rubinetto, c’è il vuoto. E quel vuoto è esattamente lo spazio della creatività.

Immaginare un pezzo di territorio diverso da com’è, costruire un modello, misurare qualcosa che nessuno ha misurato. Progettare, discutere, sbagliare, rifare. Sono tutte operazioni che prendono un’attivazione e le danno una forma, che poi è la funzione più antica che l’ansia e la paura hanno nel nostro essere animali, preparare il corpo a fare. Attaccare o fuggire davanti a una minaccia. O fingersi morti. Diventa veleno quando il fare resta impossibile e l’attivazione continua a girare a vuoto.

Nell’indagine italiana c’è un dato significativo. Alla domanda su cosa associno al cambiamento climatico, l’1% dei giovani italiani risponde: un senso di responsabilità, un dovere verso il pianeta. Uno su cento.

La responsabilità nasce dalla possibilità di incidere: si sente responsabile chi ha in mano uno strumento, una possibilità. A chi la crisi è arrivata solo come catastrofe da guardare, chiedere responsabilità significa chiedere qualcosa per cui non abbiamo mai fornito gli attrezzi. Poi ci lamentiamo che stanno sui telefoni.

La stessa indagine registra, tra le dimensioni emergenti, quella che i ricercatori chiamano mancanza di scopo. La crisi vissuta come fuori controllo erode motivazione e fiducia, e con quelle la capacità di immaginare un domani che valga la pena. Parlano di crisi della speranza.

Sulla speranza, noi adulti abbiamo due modi di negarla. Li usiamo tutti e due. Il primo è minimizzare. Il caldo c’è sempre stato, i giornali esagerano, quando avrai la mia età capirai. Nega il problema e insieme nega la percezione di chi lo sente. Chi la riceve impara che quello che sente non ha valore.

Il secondo è l’apocalisse già scritta. Siamo alla frutta, è tardi, il punto di non ritorno ce lo siamo lasciato alle spalle. Sembra la posizione radicale, quella di chi ha capito davvero. Funziona come un congedo e chi la riceve impara che sente bene ma che sentire bene non serve a niente. It’s the End of the World as We Know It (and I Feel Fine).

Le due mosse arrivano da parti opposte e producono lo stesso effetto: chiudono il futuro. Una negando che ci sia un problema, l’altra negando che ci sia una risposta fattuale.

Maria Ojala studia da vent’anni quella che chiama speranza costruttiva. È una speranza che sta in piedi accanto alla consapevolezza piena della gravità, appoggiata alla fiducia nelle proprie capacità e nell’azione degli altri. Si distingue dall’ottimismo, che per funzionare ha bisogno di tenere il problema un po’ più piccolo di com’è. E secondo lei si insegna, ed è una competenza, si allena.

E dove cominciare a farlo se non a scuola?

Nel 2025, sugli Annals of the New York Academy of Sciences, è uscito un lavoro che invita a ridimensionare tutto questo. Su un campione di giovani britannici tra i 16 e i 29 anni, le prime tre fonti di ansia sono i soldi, il lavoro e la paura di non trovarlo. Il clima arriva ultimo, su tredici temi proposti.

Ho pensato che quel dato ci dice la stessa cosa da un altro punto di osservazione. Casa, lavoro, salute, possibilità di costruirsi una vita, e il clima, li metto insieme sotto la stessa etichetta: futuro sottratto. Andare a parlare di ansia climatica a ragazzi che non sanno come pagare l’affitto produce lo stesso vuoto di chi non parla affatto. Serve solo a sentirci a posto con la coscienza.

L’indagine italiana lo conferma dal di dentro: la preoccupazione è più forte nel Sud e nelle Isole, dove alla crisi ambientale si somma una fragilità economica che c’era già. Il clima amplifica le disuguaglianze che trova, con la stessa logica con cui le amplifica una diagnosi oncologica. Chi ha lavoro, rete e mezzi attraversa, gli altri restano incastrati.

A settembre, su Frontiers in Psychology, è uscito uno studio randomizzato su 86 adolescenti irlandesi. L’intervento era semplice: educazione climatica continuativa più un’uscita sul campo. I ricercatori non hanno però misurato quanta ansia fosse stata tolta. Hanno misurato quanta climate capability fosse stata messa: competenze, comprensione, motivazione a cambiare qualcosa, tenute insieme al riconoscimento che da soli non si fa. L’effetto c’è, ed è significativo.

I passaggi che funzionano, a leggere tutto, sono tre, e sono elementari al punto da fare rabbia. Validare l’emozione e darle ascolto e feedback. Riconoscere che il problema è collettivo, per toglierlo dalle spalle di chi lo porta da solo. Aprire un canale d’azione vero, alla scala della vita di quel ragazzo lì.

Il primo non costa niente. Ed è quello che uno su due di noi non fa.

Qui tra Fermo, Macerata e Ascoli sta partendo una cosa che prova a occupare proprio quel vuoto in mezzo. Si chiama Sophia Steam Lab, e il sottotitolo dice il programma: dalla scienza all’immaginazione per dare forma al territorio. Laboratori nelle superiori, dove i dati locali diventano materiale da toccare, e da lì esce un progetto che riguarda il posto in cui quei ragazzi abitano.

Non risolverà niente. Ma non chiuderà mai con “che ansia ‘sto caldo”, restando in ascolto come prima possibilità di cambiamento. Insieme.

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