Una delle tante stranezze del nostro tempo è che chi ritiene che la transizione verso le rinnovabili debba avvenire il prima possibile, per motivi ambientali, climatici, economici e geopolitici, si trovi a dover guardare come modello a un Paese non democratico, non rispettoso dei diritti umani e non liberale: la Cina.
Eppure, è proprio la Repubblica Popolare Cinese, guidata da decenni da ingegneri molto pragmatici, ad aver tracciato la rotta verso la transizione, con enormi investimenti nelle fonti rinnovabili, negli accumuli e nell’elettrificazione dei trasporti e dell’industria.
Lo ha fatto per rispettare gli impegni assunti nella lotta al cambiamento climatico, per ripulire la sua aria, un tempo inquinatissima, e per costruire settori industriali –- come quelli delle tecnologie rinnovabili, delle auto elettriche e delle batterie – per troppo tempo “snobbati” dall’Occidente.
Ma forse la ragione strategica principale è stata quella di svincolarsi dai pericoli e dai ricatti geopolitici legati all’uso dei combustibili fossili: una scelta che si rivela lungimirante alla luce di quanto sta accadendo in questi mesi di guerra in Iran (Paura per Hormuz? Imitiamo i cinesi, invece di lamentarci).
Il carbone scende sotto la metà della produzione elettrica
Sotto questa “transizione energetica modello”, tuttavia, continua a battere un cuore nero: l’elettricità cinese deriva ancora, ostinatamente, da quantità astronomiche di carbone (circa 3 miliardi di tonnellate/anno), mentre il Paese costruisce nuove centrali per bruciarlo a un ritmo indiavolato: 95 GW nel solo 2025, con una filiera di progetti che, in teoria, potrebbe portare all’installazione di altri 500 GW.
Eppure, ecco un’altra sorprendente contraddizione: non solo nel 2025 le emissioni cinesi di CO₂ sono diminuite, ma nei primi mesi del 2026 il sistema elettrico della Cina ha tagliato un traguardo storico, passato quasi inosservato. Per la prima volta, il carbone ha coperto meno della metà della generazione elettrica, fermandosi al 49,7%.
Un dato straordinario, se si pensa che solo dieci anni fa questa fonte copriva oltre il 70% della domanda nazionale, che allora era pari alla metà dei 10.500 TWh richiesti nel 2025.
Il 26% della produzione è arrivato invece da eolico e solare, il 16% dall’idroelettrico, il 5% dal nucleare e la parte restante da gas e biomasse.
Secondo le proiezioni della Tsinghua University, le energie rinnovabili variabili copriranno fra il 65 e il 70% della domanda elettrica entro il 2060.
Perché Pechino continua a costruire centrali a carbone
Ma allora come si spiega il parallelo boom delle centrali a carbone? Le ragioni sono essenzialmente tre.
- Nel 2021-2022 il Paese andò incontro a gravi blackout, con ingenti danni economici. Ciò ha reso prioritaria la sicurezza energetica e ha spinto la Cina a rivolgersi all’unica fonte stabile e programmabile disponibile internamente in enormi quantità: il carbone.
- Anche una dittatura tecnocratica come la Cina ha le sue lobby. Fra le più forti vi sono quelle delle province produttrici di carbone e i colossi della costruzione delle centrali, che premono per ritardare il più possibile l’uscita da una fonte che assicura loro consenso e potere.
- Nel tentativo di “salvare capra e cavoli”, insieme a molte tecnologie all’avanguardia nel settore delle rinnovabili e degli accumuli, la Cina è in prima linea anche nel CCS, cioè nella cattura della CO₂ dai fumi industriali.
Un esempio di carbon sequestration è la Huaneng Longdong Energy Base, avviata nel 2025: il più grande impianto CCS al mondo, capace di catturare 1,5 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno prodotte da una centrale a carbone da 2 GW. L’anidride carbonica viene in parte sequestrata in pozzi petroliferi esauriti e in parte utilizzata nell’industria; un modello che sarà successivamente replicato in altri impianti.
Anche con questi salvagente, però, la generazione a carbone in Cina comincia ad annaspare. Molti impianti, scalzati dalla produzione solare ed eolica, ben più economica di quella a carbone – per non parlare di quella associata al costoso CCS -, lavorano ormai con un fattore di carico inferiore al 50%.
Un mercato della capacità ancora favorevole alle fossili
Arriva così l’aiutino statale. In Cina è stato disegnato un meccanismo di remunerazione della capacità disponibile, fondamentale anche per coprire i vuoti di produzione di sole e vento, ritagliato intorno alle centrali a carbone, che nel 2023 si sono assicurate il 91,4% dei ricavi garantiti da queste generose tariffe.
Di riflesso, i sistemi di accumulo di energia a batteria, o BESS, pur essendo obbligatori in molti progetti rinnovabili, hanno registrato nel 2023 un tasso medio di utilizzo di appena il 9%, a causa della mancanza di regole di mercato per l’arbitraggio dei prezzi e per la remunerazione dei servizi di regolazione della frequenza forniti dalle batterie.
Di fronte a questo quadro contraddittorio, un gruppo di ricercatori guidato da Ying Zhou, della Tsinghua University, ha pubblicato su Energy and Climate Management una ricerca (link in fondo all’articolo) in cui si chiede come potrà la Cina rispettare le previsioni di uscita dal carbone con un sistema economico e normativo che continua a favorire così pesantemente questa fonte.
I ricercatori indicano come misura prioritaria il ridisegno della remunerazione della capacità, prendendo a modello quanto avviene in Gran Bretagna, dove questa funzione viene regolata attraverso aste competitive e tecnologicamente neutrali, nelle quali conquista quote di mercato chi propone le soluzioni più convenienti.
“Anche questo modello presenta un problema”, precisa Ying Zhou. “Poiché il criterio è la competitività, le batterie con cicli di poche ore, essendo più economiche, tendono a vincere sempre. Per ora la cosa può funzionare, ma più aumenterà la percentuale di rinnovabili intermittenti nel mix energetico, più ci sarà bisogno di accumuli di media e lunga durata, capaci di coprire le Dunkelflaute, cioè le assenze prolungate di sole e vento, e successivamente di spostare l’energia accumulata da una stagione all’altra. Questi sistemi, che richiedono inevitabilmente remunerazioni più elevate a causa del loro utilizzo meno frequente, con il sistema inglese rischiano di essere tagliati fuori dal mercato”.
In realtà, dopo la stesura di questa ricerca (realizzata a fine 2025 e pubblicata ad aprile 2026), è stato compiuto un passo avanti verso gli obiettivi auspicati da Zhou: le batterie sono state ammesse nel mercato della capacità.
Accumuli e flessibilità: il modello italiano per la Cina?
Per evitare di premiare soltanto quelle a ciclo breve, i cinesi potrebbero allora ispirarsi all’Italia.
Nelle aste del Capacity Market gestite da Terna, la capacità nominale degli accumuli non viene conteggiata al 100%, ma le viene applicato un fattore di riduzione che penalizza fortemente i sistemi a ciclo breve.
Quanto più una batteria è progettata per erogare energia su un orizzonte temporale esteso – per esempio quattro, sei o otto ore -, tanto maggiore è la quota di capacità che le viene riconosciuta e remunerata in asta. È un meccanismo che spinge gli investitori verso tecnologie di accumulo di maggiore durata.
Inoltre, per accelerare la sostituzione del parco termoelettrico a gas e carbone con forme di flessibilità pulita, l’Italia ha introdotto il Meccanismo di approvvigionamento di capacità di stoccaggio elettrico, il MACSE: procedure competitive parallele, dedicate esclusivamente alle nuove installazioni di accumulo su grande scala, che garantiscono contratti di lungo termine, fino a 12-15 anni, capaci di stabilizzare i ricavi degli investitori.
Il sistema prevede però un vincolo fondamentale: la gestione centralizzata della risorsa.
Terna coordina l’utilizzo di questi grandi sistemi di accumulo a livello dell’intero sistema elettrico nazionale, realizzando esattamente quel concetto di “flessibilità come risorsa di sistema” che gli accademici della Tsinghua indicano alla Cina come la via maestra per abbandonare la dipendenza dal carbone.
Insomma, quanto sta accadendo in Cina dimostra che la sola espansione quantitativa delle fonti rinnovabili, se non è supportata da mercati elettrici flessibili e da chiari segnali di prezzo, costringe il pianificatore centrale a rifugiarsi nella sovra-costruzione di impianti alimentati da combustibili fossili, utilizzati come polizza assicurativa contro i blackout.
Per Pechino, quindi, la sfida del futuro non sarà tanto installare ulteriori valanghe di pannelli e turbine, quanto imparare a regolare il mercato con l’efficienza dimostrata dai sistemi elettrici europei.
In questo senso, l’esperienza italiana, figlia del market design europeo e affinata con l’introduzione dei correttivi sulla durata degli accumuli e del MACSE, traccia una possibile via verso una decarbonizzazione sicura: un mercato competitivo della capacità che non protegga lo status quo fossile, ma fornisca chiari segnali affinché i capitali privati finanzino la transizione verso un mix diversificato di generazione, risposta della domanda e accumuli di lunga durata.
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