Nell’accordo raggiunto ieri in Scozia tra la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente americano Donald Trump per portare i dazi delle importazioni Usa di prodotti europei al 15% si “cela” un patto energetico che mette l’Ue in stato di subordinazione e rischia di non essere attuabile.
Prima di addentrarci nell’analisi, specifichiamo che l’aliquota ribassata non si applicherà ad alcuni settori, tra cui l’acciaio (Trump ha annunciato che rimarrà al 50% precedentemente fissato per tutti i Paesi del mondo), i semiconduttori (sui quali il segretario al Commercio Usa Howard Lutnick ha annunciato un’indagine che entro due settimane dovrebbe portare all’imposizione di nuove tariffe settoriali) e le materie prime essenziali.
Per ottenere questo “sconto” sulle tariffe, dicevamo, l’Ue si è impegnata ad aumentare massicciamente le “importazioni di energia” dagli Stati Uniti, una strada che von der Leyen ha dichiarato essere utile per ridurre ulteriormente la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia.
L’accordo prevede che l’Ue importi per tre anni 250 miliardi di dollari all’anno di petrolio, Gnl e combustibili nucleari dagli Usa.
Secondo alcuni analisti si tratta però di una somma che l’Europa non avrebbe possibilità di soddisfare e che anche i produttori statunitensi farebbero fatica a fornire.
E se anche l’Unione riuscisse in qualche modo a raggiungere quella soglia, questo potrebbe destabilizzante i flussi commerciali di energia nel resto del mondo.
Un po’ di conti
Secondo dati raccolti dagli analisti energetici di Kpler e citati da Reuters, nel 2024 i Paesi membri dell’Ue hanno importato 573 milioni di barili di petrolio greggio dagli Stati Uniti.
Supponendo che il volume del 2025 rimanga invariato e che il prezzo pagato al barile si attesti in media intorno ai 70 dollari, ciò significa che l’Ue pagherà quest’anno per il petrolio Usa circa 40,1 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda il Gnl, nel 2024 l’Ue ne ha importati 82,68 milioni di tonnellate, per un costo di circa 51,26 miliardi di dollari.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento dell’Energia Usa, gli Stati Uniti hanno esportato circa 12,3 miliardi di metri cubi di Gnl a maggio, con un aumento del 18,6% rispetto allo stesso mese del 2024.
Tra le prime cinque destinazioni, quattro sono in Europa: Paesi Bassi (2,2 miliardi di metri cubi), Francia (1,5 miliardi), Italia (0,9 miliardi), Germania (0,8 miliardi) ed Egitto (0,8 miliardi). Questi cinque paesi hanno rappresentato il 50,4% di tutte le esportazioni di Gnl statunitensi. In totale la quota delle esportazioni di Gnl statunitense verso l’Europa è stata del 63,9%.
L’Ue acquista anche carbone dagli Stati Uniti, in gran parte carbone metallurgico, di maggior valore, utilizzato per produrre acciaio.
Nel 2024 il valore complessivo delle importazioni di questa materia prima ammontava a 2,67 miliardi di dollari, ipotizzando un prezzo medio di 200 dollari a tonnellata.
Sommando il valore delle importazioni di petrolio greggio, Gnl e carbone metallurgico dagli Stati Uniti, si otterrebbe un totale di circa 94 miliardi di dollari. Una cifra che, sebbene puramente indicativa in quanto soggetta alle fluttuazioni dei prezzi delle fossili, rappresenta meno di un terzo dei 250 miliardi di dollari oggetto dell’accordo.
Sempre secondo Kpler, nel 2024 gli Stati Uniti hanno esportato 1,45 miliardi di barili di greggio, che varrebbero 101,5 miliardi di dollari (sempre tenendo conto di un prezzo medio di 70 dollari al barile).
L’anno scorso le esportazioni di Gnl negli Stati Uniti ammontavano invece a 87,05 milioni di tonnellate, per un valore di circa 54 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda infine il carbone metallurgico, gli Stati Uniti ne hanno esportati 51,53 milioni di tonnellate, per un valore di 10,3 miliardi di dollari, a un prezzo medio di 200 dollari a tonnellata.
Sommando il valore di tutte e tre le fonti si arriva a un totale di 165,8 miliardi di dollari. Il che significa che anche se l’Ue acquistasse l’intero volume, la cifra sarebbe comunque ben al di sotto dei 250 miliardi di dollari pattuiti.
Una “mossa” da decifrare
Quella europea parrebbe quindi più una mossa politica, una “promessa” per rinviare la questione a confronti futuri e intanto portare a casa la riduzione dei dazi al 15%.
Secondo quanto riferito in una recente analisi del think tank climatico italiano ECCO, la guerra dei dazi e il costante ricatto imposto all’Europa per accedere alle fonti fossili “impone di costruire la nostra sicurezza energetica su una maggiore indipendenza dall’esterno”.
Circa il 95% del petrolio e poco più dell’80% del gas consumato nell’Ue è importato. Ciò rende il Vecchio Continente particolarmente esposto non solo a rischi legati alla sicurezza ma anche a una volatilità dei prezzi delle fossili, fattore trainante dell’inflazione in Europa.
Solo una maggiore indipendenza permetterà all’Europa di garantire una sostenibilità dei prezzi dell’energia per i consumatori e le aziende, obiettivo cardine dell’Action Plan on Affordable Energy, piano presentato dalla Commissione a fine febbraio come parte integrante del Clean Industrial Deal.

























