“Fantasie di sinistra”: gli Usa minacciano di abbandonare anche la Iea

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Trump promuove il carbone con nuove politiche energetiche e sussidi dannosi. Ma il mercato premia le fonti rinnovabili, con una Cina che potrebbe approfittare della netta retromarcia statunitense.

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In un’epoca in cui sarebbe meglio mettere in discussione ogni immagine o video pubblicati online, per il timore che possano essere stati generati dall’intelligenza artificiale, è dura constatare che quanto visto alla Casa Bianca la scorsa settimana sia reale.

È emblematica la scena di Donald Trump che stringe in mano una statuetta che lo raffigura in versione “minatore”, consegnatagli da un gruppo di sostenitori dell’industria carboniera americana, per insignirlo del titolo di “Undisputed Champion of Beautiful Clean Coal” (“Campione indiscusso del bel carbone pulito”).

Il trofeo, purtroppo reale, è l’ultimo simbolo di una guerra ideologica che gli Stati Uniti stanno portando avanti con sempre più aggressività in nome delle fonti fossili.

Dopo il ritiro annunciato agli inizi di gennaio da 66 organizzazioni internazionali, tra cui diverse agenzie autorevoli su energia e clima come Unfccc e Irena (Usa fuori dagli accordi sul clima: la scommessa perdente di Trump), ora nel mirino di Washington è entrata l’International energy agency (Iea), uno dei principali punti di riferimento globali su dati, analisi e scenari energetici, con un ruolo chiave nel monitorare i mercati dell’energia e nel guidare il dibattito su transizione energetica, sicurezza degli approvvigionamenti e politiche climatiche.

Ieri il Segretario Usa all’Energia, Chris Wright, ha minacciato di ritirare il Paese dall’agenzia, giudicando il lavoro di quest’ultima in difesa delle energie rinnovabili “in conflitto” con la politica pro-fossili dell’amministrazione Trump.

“Se gran parte delle agenzie di informazione si dedica a questo genere di fantasie di sinistra, ciò non può che distorcere la loro missione”, ha dichiarato Wright durante una conferenza tenuta ieri pomeriggio presso l’Istituto francese per le relazioni internazionali a Parigi, città in cui ha sede la stessa Iea.

Accusando l’agenzia di comportarsi come una “organizzazione per la difesa del clima”, Wright l’ha esortata a concentrarsi sulla “sicurezza energetica”. “Non abbiamo bisogno di uno scenario di emissioni nette zero, è ridicolo, non accadrà mai”, ha proseguito il Segretario.

Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, l’organismo internazionale è finito più volte nel mirino della sua amministrazione, che ha fatto spesso pressione sui vertici.

Nel suo ultimo rapporto annuale, sottolinea Politico, la Iea sembra aver tenuto conto di tali richieste, riproponendo ad esempio un approccio diverso al calcolo del picco di consumi petroliferi: mentre era inizialmente previsto negli anni ’30, ora si stima che la domanda continuerà a crescere fino al 2050.

Le folli politiche energetiche Usa

Torniamo alla statuetta di Trump “minatore”. Cosa ha fatto di preciso per meritarla? Durante la cerimonia il presidente Usa ha firmato un ordine esecutivo per far sì che il Dipartimento della Difesa stipuli contratti per l’acquisto di energia da centrali a carbone per basi militari e “strutture critiche”.

Nel corso dell’evento, Trump ha anche annunciato che il Dipartimento dell’Energia avrebbe stanziato 175 milioni di dollari in finanziamenti per sei progetti volti a “modernizzare, ristrutturare e prolungare” la vita utile delle “centrali elettriche a carbone che servono le comunità rurali e remote” in West Virginia, Ohio, North Carolina e Kentucky.

Il 12 febbraio l’amministrazione Usa ha inoltre abolito l’Endangerment Finding, il documento adottato nel 2009 dall’Environmental Protection Agency (Epa) che riconosceva i principali gas serra (anidride carbonica, metano, idrofluorocarburi) come sostanze climalteranti con provati effetti nocivi sulla salute umana, sul clima e sulla biodiversità.

L’atto ha costituito fino ad ora la base giuridica centrale di quasi tutta la regolazione climatica federale degli Usa. Senza di esso, l’Epa perde la giustificazione per definire standard sulle emissioni delle auto, regolazioni sulle centrali elettriche, limiti industriali sulla CO₂.

A completare il quadro, ricordiamo che lo scorso settembre la Casa Bianca aveva annunciato che avrebbe aperto 5,3 milioni di ettari di terreni pubblici all’estrazione del carbone e avrebbe stanziato 625 milioni di dollari per le centrali.

Ma il mercato non mente

Azioni che farebbero di Trump il “signore del carbone”, ma non è nero tutto quel che luccica. Già, perché per quanto l’amministrazione americana possa tentare di tenere in vita il settore, il declino dettato dal mercato è inarrestabile.

Secondo un’analisi di Carbon Brief, infatti, la presidenza Trump è quella che ha registrato il maggior calo di potenza installata di centrali a carbone della storia, come mostrato nella figura sottostante.

In totale, la potenza a carbone negli Stati Uniti è diminuita di circa 57 GW durante il primo e il secondo mandato di Trump, rispetto ai 48 GW registrati durante i due mandati di Obama e ai 41 GW registrati durante il singolo mandato di Biden.

Anche in termini relativi, gli Stati Uniti hanno perso una quota maggiore della loro flotta carbonifera residua per ogni anno di presidenza di Trump rispetto a quanto accaduto durante i suoi recenti predecessori.

Gli analisti sottolineano come questa tendenza sia dovuta al fatto che le centrali a carbone sono “antieconomiche” da gestire rispetto alle centrali a gas e alle rinnovabili, oltre che estremamente vecchie e inefficienti.

La stragrande maggioranza delle centrali a carbone statunitensi è infatti prossima alla dismissione: tre quarti della potenza installata ha più di quarant’anni e solo il 14% ha meno di 20 anni.

Nonostante gli sforzi, Trump non è riuscito a fermare l’ascesa delle tecnologie pulite. Fonti come eolico, solare e accumuli hanno rappresentato il 96% della nuova capacità di generazione elettrica aggiunta alla rete nel 2025, secondo la US Energy information administration (si veda il grafico in basso).

Un assist alla Cina?

L’amministrazione repubblicana ha giustificato i sussidi al carbone come necessari per la sicurezza energetica e per sostenere la competizione tecnologica con la Cina, anche alla luce dell’aumento della domanda elettrica dei data center negli Usa.

Ma la strategia trumpiana rischia di rivelarsi invece un assist al gigante asiatico, che si sta ritagliando uno spazio sempre maggiore nel mercato delle cleantech. Pechino ha di recente esteso la rendicontazione delle emissioni di carbonio alle compagnie aeree e all’industria pesante, in un importante cambiamento nella divulgazione delle informazioni sul clima.

Inoltre, le emissioni di CO₂ del Paese risultano stabili o in lieve calo da molti mesi consecutivi, un dato interpretato come possibile anticipo del picco emissivo.

Nonostante la Cina rimanga il maggiore emettitore mondiale di gas serra, l’energia pulita ha trainato oltre il 90% della crescita degli investimenti nel Paese lo scorso anno, come osservato sempre da Carbon Brief, sottolineando una notevole spinta nella transizione energetica.

Un impeto però non senza ombre: Pechino continua a costruire nuove centrali a carbone, spesso giustificate come riserva di sicurezza per la rete elettrica, e deve affrontare crescenti accuse mosse da osservatori internazionali sul lavoro forzato nella filiera del solare e sul controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici.

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