Le fonti fossili, per forza di cose di importazione, per quanto “diversificata”, non portano mai alla sicurezza energetica, anzi ci rendono più vulnerabili sul versante geopolitico.
Mentre crescono tensioni inimmaginabili solo un anno fa tra le due sponde dell’Atlantico – dalla competizione industriale alla questione Groenlandia – ce lo ricorda una nuova analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa) sulla crescente esposizione dell’Ue alle importazioni di gas naturale liquefatto dagli Usa.
Da una dipendenza all’altra
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’Unione europea ha compiuto una rapida e in larga parte efficace riduzione della dipendenza dal gas di Mosca.
Tra il 2021 e il 2025 le importazioni, includendo gasdotti e Gnl, sono calate di circa il 75%, mentre Bruxelles ha varato un bando progressivo e legalmente vincolante che porterà all’azzeramento dei flussi residui tra fine 2026 e il 2027.
Questo sforzo, però, ha avuto un contraltare: il crescente ricorso al Gnl statunitense: è qui che, secondo Ieefa, si annida una nuova fragilità strategica.
Il gas Usa, stima infatti l’analisi, potrebbe pesare nel giro di quattro anni per il 75-80% dell’import comunitario di Gnl e per il 40% di quello di gas.
Non il massimo, dato che, nel turbolento quadro geopolitico attuale, con relazioni transatlantiche a minimi inediti, è particolarmente rischioso legare una quota crescente della sicurezza energetica europea a un unico fornitore dominante.
L’accordo Ue-Usa del luglio 2025
Il punto di svolta è rappresentato dall’intesa raggiunta nel luglio 2025 tra la Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, e gli Usa di Donald Trump.
Come si ricorderà, nell’ambito di un compromesso per ridurre le tensioni commerciali e abbassare i dazi Usa al 15%, l’Ue ha accettato di aumentare in modo massiccio le importazioni di energia statunitense – Gnl, petrolio e combustibili nucleari – fino a un valore indicativo di 750 miliardi di dollari entro il 2028.
Fin dall’inizio, su QualEnergia.it, quell’accordo è stato letto come una mossa eminentemente politica, difficilmente sostenibile sul piano dei volumi e dei prezzi, e potenzialmente in contrasto con gli obiettivi di autonomia strategica e riduzione strutturale della domanda di gas.
Se l’accordo doveva dare dei frutti su questo versante, quello politico, è ora chiaro che non li ha dati.
Le ostilità Usa
Ancor prima di arrivare all’attuale offensiva sulla Groenlandia, negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha trasformato il rapporto con Bruxelles in una relazione apertamente transazionale e coercitiva: posizione ambigua sulla questione Ucraina e sui rapporti con la Russia, minacce di dazi e ritorsioni per piegare le politiche industriali e regolatorie europee su fronti strategici come digitale e decarbonizzazione, fino ad arrivare all’ingerenza diretta nelle dinamiche politiche interne europee, con la legittimazione di forze nazionaliste e anti-Ue.
La nuova politica Usa, d’altra parte, è quella teorizzata esplicitamente nella National Security Strategy 2025, pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025, che descrive per la prima volta l’Europa non come partner strategico da rafforzare, ma come alleato problematico, accusato di derive regolatorie, culturali e politiche incompatibili con gli interessi americani, del quale gli Usa hanno il diritto e il dovere di condizionare le scelte.
Un atto politico che chiarisce come, nel disegno dell’attuale amministrazione, l’energia, il commercio e perfino la politica interna europea siano ormai leve legittime di pressione, non ambiti di cooperazione tra pari.
I numeri Ieefa
L’analisi Ieefa quantifica appunto con precisione il potere che gli Usa potrebbero avere sul fronte energia. Nel 2025 l’Ue ha già importato dagli Stati Uniti circa 81 miliardi di metri cubi di Gnl, quasi quattro volte i volumi del 2021, arrivando a coprire il 57% delle importazioni europee di Gnl (link alla nota in basso).
Se tutti i contratti annunciati dovessero concretizzarsi e se gli sforzi di riduzione della domanda di gas dovessero rallentare, entro il 2030 gli Stati Uniti potrebbero fornire il 75-80% del Gnl importato dall’Ue.
In termini più ampi, questo significherebbe che fino al 40% delle importazioni totali europee di gas e Gnl potrebbe provenire da un solo Paese, contro il 27% del 2025.
Una concentrazione che, sottolinea Ieefa, contraddice apertamente la strategia REPowerEU, fondata su diversificazione, riduzione della domanda e contenimento dei costi energetici.
Gas caro, contratti rigidi e transizione a rischio
Il Gnl statunitense è anche il più costoso per gli acquirenti europei. Incentivarne l’importazione su base strutturale significa esporre il sistema energetico europeo a prezzi più elevati e a una maggiore volatilità.
Non solo: Ieefa evidenzia come i contratti di lungo periodo siglati negli ultimi mesi – anche in occasione di eventi come Gastech a Milano e il partenariato transatlantico per l’energia – rischino di bloccare l’Europa in un percorso incompatibile con il Green Deal.
Il think tank calcola che gli stessi 750 miliardi di dollari previsti per l’energia Usa, se investiti in rinnovabili, permetterebbero di installare circa 546 GW di nuova capacità eolica e solare, rafforzando la sicurezza energetica e riducendo i prezzi dell’elettricità.
Scelte sbagliate
Le conclusioni di Ieefa ricalcano molte delle criticità che QualEnergia.it aveva già sollevato nei mesi scorsi, quando abbiamo scritto dei massicci acquisti italiani di Gnl Usa, sottolineando come le principali utility e società oil&gas si stessero vincolando a volumi di gas che potrebbero non trovare sbocco in una domanda strutturalmente in calo (come da grafico sotto nel 2025 abbiamo importato il 12% del Gnl Usa arrivato in Ue).
Una scelta più politica che di mercato, che riduce la flessibilità del sistema e aumenta il rischio di stranded asset.
Già a ridosso dell’accordo Ue-Usa avevamo definito “fuori scala” l’impegno europeo ad acquistare 250 miliardi di dollari l’anno di energia americana, mostrando come i numeri semplicemente non tornassero, né dal lato della domanda europea né da quello dell’offerta statunitense.
Anche allora la conclusione era che l’intesa somigliasse più a una promessa politica utile a rinviare lo scontro sui dazi che a un piano energetico coerente.
Una lezione non ancora appresa
Il rischio, oggi reso esplicito dall’analisi Ieefa, è che l’Europa ripeta con gli Stati Uniti lo schema già sperimentato con la Russia: affidare la propria sicurezza energetica a un fornitore dominante, salvo poi scoprire che l’energia può diventare uno strumento di pressione geopolitica.
Se l’obiettivo dichiarato dell’Ue resta l’autonomia strategica, la competitività industriale e la sostenibilità sociale, la strada indicata dai dati appare un’altra: accelerare la riduzione strutturale della domanda di gas e investire in modo massiccio nelle rinnovabili, nell’elettrificazione dei consumi e nell’efficienza energetica, anziché consolidare una nuova dipendenza, per quanto “alleata”.































