Nella corsa continua ad abbattere nuove barriere, l’amministrazione Trump si prepara a revocare il cosiddetto Endangerment finding del 2009, la determinazione con cui l’Epa, l’agenzia federale per l’ambiente, aveva stabilito che i gas serra sono una minaccia per la salute pubblica.
La notizia, anticipata dal Wall Street Journal e confermata da Reuters, segna un passaggio chiave perché colpisce non una singola misura, ma la base scientifica e giuridica che consente di regolamentare le emissioni climalteranti.
Il messaggio politico è chiaro: togliere di mezzo la lotta al cambiamento climatico. Ma il terreno su cui si muove l’operazione è tutt’altro che semplice, e gli effetti reali dipenderanno da una lunga sequenza di passaggi amministrativi e giudiziari.
Cos’è l’Endangerment finding
L’Endangerment finding, adottato nel 2009 dall’Environmental Protection Agency in seguito a una sentenza della Corte Suprema, non è una norma operativa in sé, ma il presupposto scientifico che consente all’Epa di trattare CO2 e altri gas serra come inquinanti ai sensi del Clean Air Act.
Da lì discendono gli standard sulle emissioni dei veicoli, le regole per le centrali elettriche e buona parte degli obblighi federali di monitoraggio e reporting. Revocarla significa, di fatto, svuotare di fondamento l’intera architettura climatica federale.
Secondo le ricostruzioni di Reuters, l’Epa intende avviare nei prossimi mesi una procedura formale per annullare la determinazione, sostenendo che le evidenze scientifiche non giustificherebbero più una regolazione dei gas serra.
Una tesi che ha immediatamente innescato la reazione del mondo scientifico. Ex dirigenti dell’Epa, climatologi e giuristi ambientali hanno parlato apertamente di un uso distorto della scienza, accusando l’amministrazione di selezionare in modo strumentale incertezze e margini di dibattito per giustificare una scelta eminentemente politica.
La National Academy of Sciences, ad esempio, continua a ribadire che il legame tra emissioni antropiche e impatti su salute, ecosistemi ed economia è supportato da un corpus di evidenze solido e convergente. Anche riviste scientifiche internazionali come Nature e Science hanno ospitato analisi che definiscono la mossa dell’amministrazione un arretramento rispetto a standard scientifici consolidati. In sostanza, non è la scienza a essere cambiata, ma il modo in cui viene utilizzata – o accantonata – nel processo decisionale.
Timeline e possibili effetti
Sul piano degli effetti concreti, l’impatto non sarebbe immediato. La revoca richiede una procedura amministrativa completa, con consultazione pubblica e motivazioni tecniche dettagliate, ed è quasi certo che venga impugnata in tribunale.
Nel breve periodo, gli standard esistenti resterebbero quindi in vigore. È nel medio termine che si aprono gli scenari più delicati.
Nel settore dei trasporti, una revoca confermata priverebbe l’Epa della base legale per imporre limiti federali alle emissioni di CO2 dei veicoli. Questo non significherebbe deregulation totale, ma una crescente frammentazione del mercato statunitense, con Stati come la California intenzionati a mantenere standard stringenti e altri pronti ad allinearsi al minimo federale. Per l’industria automobilistica, il risultato sarebbe un quadro meno prevedibile e più complesso, non necessariamente più permissivo.
Per le centrali elettriche e i grandi impianti industriali, l’effetto principale sarebbe il congelamento o il ritiro delle nuove regole sulle emissioni climalteranti. Resterebbero in piedi i limiti su inquinanti tradizionali, ma verrebbe meno la spinta federale alla decarbonizzazione del settore elettrico.
Anche in questo caso, il fattore più critico sarebbe l’incertezza regolatoria, che rischia di pesare più della norma stessa sugli investimenti di lungo periodo.
Un capitolo particolarmente sensibile riguarda il reporting e la compliance. Se i gas serra smettessero di essere considerati inquinanti regolabili a livello federale, parte degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni potrebbe essere ridimensionata. Tuttavia, le imprese non ne uscirebbero affatto alleggerite: resterebbero gli obblighi statali, quelli richiesti dai mercati finanziari e, per i gruppi multinazionali, le regole europee su disclosure e meccanismi come il Cbam. Il paradosso è che la deregulation federale potrebbe tradursi in una compliance più frammentata e costosa.
La timeline possibile è quindi tutt’altro che lineare. Nel 2026 si aprirebbe il procedimento amministrativo, senza effetti immediati sul campo. Tra fine 2026 e 2027 arriverebbe la regola finale, seguita quasi certamente da una raffica di ricorsi. Solo tra il 2027 e il 2028 si potrebbe arrivare a una decisione giudiziaria definitiva, capace di confermare o annullare la revoca. Nel frattempo, il sistema resterebbe sospeso in un limbo normativo.
Autolesionismo internazionale?
La possibile revoca della Endangerment finding non è un episodio isolato, ma, come noto, si inserisce in una strategia politica più ampia di disimpegno degli Usa dalla cooperazione internazionale su clima ed energia.
La decisione arriva infatti dopo l’annuncio del ritiro degli Usa da decine di organizzazioni multilaterali, incluse la Unfccc, l’Ipcc e l’Irenza e da altri forum e programmi di cooperazione energetica.
Questo doppio movimento – smantellamento della base scientifica interna e uscita dalle sedi multilaterali – esprime una scelta politica apertamente ostile alle politiche climatiche, coerente con l’enfasi dell’amministrazione su petrolio e gas e con la retorica del “drill baby, drill”.
Una strategia che, come osservato da diversi analisti ed ex funzionari statunitensi, rischia di indebolire la posizione geopolitica degli Usa e di lasciare spazio a Paesi che stanno investendo massicciamente nelle tecnologie pulite, a partire dalla Cina.
Sul piano internazionale, l’effetto più immediato sarebbe una perdita di credibilità degli Stati Uniti nei negoziati climatici e una frammentazione ulteriore della governance globale. Al tempo stesso, però, le reazioni di Unione europea, Nazioni Unite e reti internazionali sulle rinnovabili indicano che la traiettoria globale della transizione energetica non dipende più in modo determinante da Washington. Gli sforzi collettivi proseguono, spinti da dinamiche economiche e industriali che vanno oltre la politica climatica americana.
In questo quadro, la mossa di Trump rischia di tradursi in un vantaggio competitivo per altri attori e in un’eredità problematica per le future amministrazioni statunitensi. E riportare gli Usa su una traiettoria coerente con la decarbonizzazione globale potrebbe rivelarsi molto più difficile dopo aver messo in discussione, dall’interno, le basi scientifiche e istituzionali della politica climatica.



























