L’amministrazione Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti abbandoneranno 66 organizzazioni internazionali, quasi la metà delle quali affiliate alle Nazioni Unite.
Molte di queste operano per il clima e l’energia, ma anche su lavoro, migrazioni e altri ambiti che il presidente Usa ha classificato come orientate alle iniziative “woke”, il termine dispregiativo utilizzato in alcuni ambienti repubblicani per descrivere il progressismo.
Il memorandum presidenziale ufficiale con cui la Casa Bianca ha comunicato la decisione il 7 gennaio parla esplicitamente di “organizzazioni internazionali, convenzioni e trattati contrari agli interessi degli Stati Uniti”.
Tra questi spiccano la convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (Unfccc), l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) e numerosi altri accordi sull’energia.
La lista attuale, destinata ad espandersi, è stata stilata dal segretario di Stato Marco Rubio, al quale Trump un anno fa aveva chiesto di rivedere tutti i trattati intergovernativi con le organizzazioni internazionali di cui gli Usa sono membri.
La decisione presa da Washington comporterà l’interruzione immediata della partecipazione e dei finanziamenti federali agli enti presenti nella lista, con il rischio che, senza l’appoggio americano, possano perdere peso e influenza a livello globale.
Tutte le organizzazioni nel mirino di Trump
Gli Usa sono la prima nazione ad uscire dall‘Unfccc, il forum di dialogo sul clima istituito nel 1992 che funge da struttura internazionale per gli sforzi di 198 Paesi volti a rallentare il tasso crescente di inquinamento globale. Va ricordato che furono il primo Paese industrializzato ad aderire al trattato dopo la sua ratifica sotto l’ex presidente George H.W. Bush.
Secondo i termini della convenzione, il ritiro entrerà in vigore un anno dopo che Trump avrà formalmente presentato alle Nazioni Unite una richiesta di uscita. A cascata, gli Usa usciranno anche dal relativo organismo scientifico Ipcc creato nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO) e dal programma ambientale dell’Onu (Unep).
Questa mossa segna un’intensificazione degli sforzi del tycoon per vanificare gli impegni sul clima rispetto al suo primo mandato, quando decise di non abbandonare il trattato.
Il memorandum della Casa Bianca impone poi l’uscita da UN Energy, il meccanismo di cooperazione Onu sull’energia creato nel 2004, e dal programma delle Nazioni Unite per la riduzione delle emissioni dalla deforestazione e dal disboscamento nei Paesi in via di sviluppo (UN Collaborative Programme on Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation in Developing Countries).
Coerentemente con l’ostilità mostrata a più riprese verso le fonti di energia rinnovabile (Trump frena eolico e fotovoltaico sulla rampa di lancio), il presidente Usa ha firmato anche l’abbandono dell’Irena, l’Agenzia internazionale per l’energia rinnovabile con sede ad Abu Dhabi. Tagliati i ponti anche con l’Ief (International energy forum) cui partecipano 69 Paesi produttori e consumatori di energia tra i quali l’Italia che, in collaborazione con Aie e Opec, produce il database Jodi su petrolio e gas.
La “black list” si completa con la Commission for Environmental Cooperation, l’Inter-American Institute for Global Change Research, l’Intergovernmental Forum on Mining, Minerals, Metals, and Sustainable Development, l’accordo di Google del 2021 per il 100% di elettricità da rinnovabili e nucleare “24/7 Carbon-Free Energy Compact” e Ren21, la rete mondiale di governi, industrie, Ong e istituzioni scientifiche nata nel 2004 per favorire un’economia basata sulle fonti rinnovabili.
Rubio ha sostenuto in una nota che tutti gli enti oggetto del memorandum “generano sprechi, sono inefficaci e dannosi”. “Queste istituzioni – ha aggiunto – sono ridondanti nella portata, mal gestite, inutili, dispendiose, in balia degli interessi di attori che perseguono i propri obiettivi contrari ai nostri, o una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità generale della nostra nazione”.
Tuttavia, va segnalato che una parte significativa delle politiche energetiche e ambientali negli Stati Uniti resta di competenza statale e locale, con Stati e grandi città che continuano a perseguire obiettivi di decarbonizzazione, efficienza energetica e sviluppo delle rinnovabili, spesso in coordinamento con varie reti internazionali.
Una strategia fossile fallimentare
Sapendo di muoversi in controtendenza rispetto alle tendenze globali sull’energia, Trump ha fatto più volte pressione su altri Paesi affinché abbandonassero le misure di riduzione delle emissioni. Questa mossa sembra essere il suo ultimo tentativo di destabilizzare la cooperazione globale sul clima.
Gli Stati Uniti non hanno inviato una delegazione in Brasile per i colloqui sul clima della COP30 alla fine dell’anno scorso. Al contrario, i funzionari dell’amministrazione Trump si sono impegnati a concludere accordi sui combustibili fossili con altre nazioni, arrivando, come sappiamo, perfino a impadronirsi delle loro risorse con la forza militare.
L’approccio Usa alle questioni energetiche pare sempre più centrato su una visione obsoleta e imperialista del mondo dell’energia.
La sua ossessione per il petrolio, iniziata con lo slogan “drill baby, drill” e conclusa (per ora) con l’azione muscolare in Venezuela (Petrolio venezuelano, perché il piano Trump è molto fragile), instrada gli Stati Uniti verso una risorsa in via di esaurimento o comunque sempre di minore qualità, la cui importanza tenderà gradualmente a diminuire.
Oggi la produzione di petrolio sta già superando i consumi e la Iea prevede che la domanda globale raggiungerà il picco entro la fine di questo decennio. Inoltre, negli ultimi 12 mesi il costo della materia prima è diminuito di oltre il 23%, rendendo sempre meno convenienti sul ulteriori esplorazioni e produzioni.
“Trump punta a diventare il più grande e ultimo petrostato del mondo”, osserva dalle colonne di Politico Ivo Daalder, ex ambasciatore statunitense presso la Nato.
Una strategia che in un certo senso avvantaggia Paesi che invece stanno puntando forte sulle rinnovabili, come la Cina. “Sfruttando l’energia del sole, la forza del vento e il calore della Terra, la Cina sta costruendo il suo futuro su risorse inesauribili. Mentre Pechino sta aprendo la strada, molti altri stanno seguendo le sue orme. Tutto questo, proprio mentre gli Stati Uniti tornano a fare affidamento su una riserva esauribile di combustibili fossili”.
Anche l’ex Segretario di Stato e inviato speciale degli Stati Uniti per il clima, John Kerry, ha criticato la decisione, definendola una mossa “attesa”, ma dannosa per gli interessi americani a livello globale, oltre che “un regalo alla Cina e un via libera per i Paesi inquinatori che vogliono evitare le proprie responsabilità”.
Ma gli sforzi collettivi proseguono
Le reazioni della comunità internazionale si sono concentrate sul rimarcare un concetto fondamentale: l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi su clima ed energia avrà un impatto, ma gli sforzi collettivi non si fermeranno.
In un tweet il commissario Ue al Clima, Wopke Hoekstra, ha assicurato che “continueremo a sostenere inequivocabilmente la ricerca internazionale sul clima e a impegnarci nella cooperazione internazionale”.
L’Unfccc in un comunicato ha fatto sapere che “continuerà a lavorare instancabilmente per aiutare tutti i popoli del mondo a condividere gli enormi benefici della cooperazione sul clima nell’ambito della Convenzione e dell’Accordo di Parigi”, lasciando le porte aperte per un ritorno degli Usa.
La rete globale Ren 21 ha invece sottolineato come “allontanarsi dalle piattaforme condivise per il dialogo, lo scambio di dati e conoscenze e il coordinamento delle politiche rischia di isolare gli Stati Uniti”. Tuttavia, si sottolinea in una nota, “questa mossa non altera la traiettoria globale verso le energie rinnovabili“. La transizione energetica è già in corso e continua ad accelerare, “guidata non dall’ideologia, ma dall’economia“.
Quella economica è la leva maggiormente citata per convincere gli Usa a un ripensamento. “L’energia rinnovabile offre una maggiore sicurezza energetica – spiega Rana Adib, direttrice esecutiva di Ren21 – protegge le economie dalla volatilità dei prezzi dei combustibili, crea posti di lavoro, riduce i danni ambientali e sostiene percorsi di sviluppo più pacifici ed equi”.
Argomenti che evidentemente non convincono l’attuale amministrazione americana, avulsa da questi principi e concentrata ora sullo spremere il più possibile le fonti tradizionali inquinanti, complicando il futuro compito dei successori di riportare gli Usa sulla via più vantaggiosa e necessaria di un mondo senza emissioni di gas serra.


























