Le generazione distribuita, leggasi le nuove rinnovabili più gli impianti in cogenerazione, incide ormai per un quarto dell’elettricità mondiale. Nel 2013 per la prima volta anche nei paesi ‘non OCSE’ si è installata più potenza da rinnovabili che da fonti convenzionali. Fino a qualche anno fa le grandi utility potevano permettersi di sottovalutare e ignorare i nuovi piccoli impianti, ora le grandi centrali nucleari e fossili sono in crisi per la concorrenza della generazione decentrata da fonti pulite.

“Le formiche invisibili si stanno mangiando i dinosauri”, sintetizza il fondatore del Rocky Mountain Institute (RMI), Amory Lovins, presentando su Forbes quanto emerge dal “Micropower generation database”, la raccolta di dati compilata dal Rocky Mountain Institute (scaricabile al link in fondo) sugli impianti a rinnovabili, escluso il grande idroelettrico, ma inclusi gli impianti di cogenerazione.

Quel che emerge dal database è sintetizzato nel grafico sotto: la generazione distribuita (nell’accezione estesa usata dal RMI) è cresciuta fino a pesare per poco meno del 25% della produzione elettrica mondiale. Parallelamente scende la produzione dei mammut come le centrali nucleari (nel grafico) e i grandi impianti a fossili.

Un’accelerazione, quella delle tecnologie del micropower, che si autoalimenta. Si “permette a individui, comunità, proprietari di immobili e industrie di produrre la propria elettricità, riducendo la dipendenza dagli impianti centralizzati, sporchi e inefficienti. Ciò rende più democratiche le scelte energetiche, promuove la competizione, accelera l’apprendimento e l’innovazione, e può ulteriormente accelerare lo sviluppo (delle tecnologie per la generazione distribuita, ndr), perché le tecnologie diffuse, accessibili da molti diversi attori sul mercato, anche piccoli, tendono a svilupparsi più velocemente che non le grandi unità produttive che richiedono istituzioni specializzate, autorizzazioni complicate, una logistica complessa e, dunque, tempi lunghi”, osserva Lovins.

Considerando che la cogenerazione a parità di energia prodotta comporta molte meno emissioni, dato che riesce a convertire il combustibile in energia con efficienze anche oltre il 90%, il RMI la include tra le forme di generazione low-carbon arrivando a stimare che ormai metà dell’elettricità mondiale è prodotta con basse o nulle emissioni di CO2: nel 2013 l’8,4% dalle nuove rinnovabili, il 10,2% dal nucleare, il 15,5% dalla cogenerazione e il 13,5% dal grande idroelettrico. Il nucleare in particolare è da catalogarsi tra i ‘dinosauri’ dal destino segnato: le nuove rinnovabili rispetto all’atomo, nel 2013 sono cresciute di 3,3 volte in quanto a potenza installata e 2,3 volte in quanto a produzione; si prevede così che supereranno già nel 2015 questa fonte costosa e pericolosa, in termini di contributo al mix elettrico mondiale.

Nel 2013 fa notare Lovins, si è installata più potenza da rinnovabili che da fossili e nucleare sommate assieme e – aggiungiamo noi – per la prima volta questo sorpasso è avvenuto anche nei paesi in via di sviluppo, i ‘non OCSE’. Ad esempio, secondo Bloomberg New Energy Finance, da qui al 2030 (vedi grafico sotto) si installerà 7 volte più potenza elettrica da rinnovabili che da tutte le altre fonti fossili.

“Microgenerazione, cellulari e personal computer sono testa a testa in quanto a velocità di diffusione – osserva il fondatore del RMI – ma a livello mondiale il fotovoltaico sta crescendo con una rapidità maggiore di quella dei cellulari. Chi pensa che le rinnovabili non possano fare molto senza un breakthrough nelle tecnologie per l’accumulo si prepari ad un brusco risveglio”.

Le grandi centrali a fonti fossili e i reattori nucleari, “sono ormai i dinosauri del sistema energetico: troppo grandi, lente, impacciate, costose”, rincara Lovins, citando il recente report della banca UBS che prevede che con il calo dei prezzi delle batterie già entro i prossimi 5 anni il solare, gli accumuli e le auto elettriche sconvolgeranno il sistema elettrico mandando sempre più in crisi la produzione centralizzata.

Per questi giganti in via d’estinzione, osserva il fisico americano, “il rischio non è tanto quello regolatorio, dato dalle prescrizioni (in materia di emissioni ed energia pulita, ndr), ma quello della sconfitta sul mercato da parte di una schiera di agili competitors dei quali i giganti nemmeno si rendono conto. Che triste epitaffio – conclude – ‘Divorati da formiche invisibili”.

Il “Micropower generation database” del Rocky Mountain Institute (archivio in formato .zip)