La scarsità di offerta di materie prime “critiche”, come litio, cobalto, nickel, di fronte a una domanda in forte crescita, potrebbe diventare un collo di bottiglia per la transizione verso la diffusione di tecnologie pulite (rinnovabili, batterie).

Tanto da ripresentare il problema del controllo delle risorse anche in un sistema energetico a basse emissioni di CO2.

Queste, in sintesi, le considerazioni fatte dagli esperti Enea nella nuova analisi del sistema energetico italiano, in un focus dedicato al ruolo delle materie prime per lo sviluppo delle energie green, come eolico e fotovoltaico.

Che in futuro si possa avere una scarsa disponibilità di alcuni materiali, con relativi aumenti di prezzo e difficoltà per le catene di approvvigionamento, è un tema molto dibattuto. Si pensi, ad esempio, alla corsa delle case automobilistiche per stringere accordi di fornitura per il litio, in vista di un boom produttivo di veicoli elettrici e batterie.

Intanto la Commissione Ue sta cercando di favorire progetti e investimenti per grandi fabbriche di batterie con una particolare attenzione agli obiettivi di recupero e riciclo dei materiali, in modo da ridurre nel tempo la dipendenza dalle importazioni (si veda La scelta europea per batterie più green è anche per la sicurezza energetica).

Molto forte, sottolinea Enea (neretti nostri nelle citazioni) “appare la dipendenza dell’Ue dall’estero per terre rare, metalli del gruppo del platino e litio (100%), per il tantalio (99%) e per il cobalto (86%), con la prospettiva di non poter soddisfare la domanda di veicoli elettrici e di componenti per la produzione di energia eolica al 2030″.

Vediamo meglio qualche dato.

In generale, una materia prima è definita “critica” in base a diverse caratteristiche, spesso interdipendenti tra loro: ad esempio, è difficile da sostituire con elementi alternativi, i giacimenti sono concentrati in poche aree geografiche (rischio geopolitico), i processi di estrazione e produzione consumano elevate quantità di energia e/o risorse idriche con impatti ambientali negativi.

Guardando alla media ponderata di produzione, a livello mondiale, di 21 materie prime critiche per la transizione energetica (dati 2021 della United States Geological Survey), la Cina è nettamente al primo posto con il 44%, evidenziano gli esperti Enea.

Il dominio cinese, si spiega, è dato anche dall’ampiezza della gamma di materie prime a disposizione: gallio, germanio, indio, magnesio, grafite naturale, scandio, silicio metallico, titanio, tungsteno, vanadio, terre rare.

Al secondo posto troviamo il Brasile (12% del totale); da segnalare poi la Repubblica democratica del Congo, con il 5% di produzione media ponderata, grazie soprattutto alle vaste risorse di cobalto, che ne fanno il primo produttore globale.

Con quote intorno al 5% ci sono anche Russia, Stati Uniti e Sudafrica. Intorno al 3% è invece la quota dell’Australia con la sua produzione di terre rare, litio, bauxite, cobalto, afnio.

Qual è la situazione europea?

In Europa ci sono risorse minerarie di materie prime per le batterie, come grafite, litio, cobalto, nickel, in particolare in Spagna, Germania, Polonia, Austria e Repubblica Ceca.

Tali risorse, sono “situate in regioni che dipendono fortemente dalle industrie carbonifere o ad alta intensità di carbonio e in cui è prevista la costruzione di fabbriche di batterie”, sottolinea Enea, citando una comunicazione della Commissione Ue del 2020.

L’Unione europea poi possiede “una tradizione nel riciclo di metalli come ferro, zinco, platino, mentre per numerosi costituenti del novero delle CRM [Critical Raw Material, cioè le materie prime critiche, ndr] la percentuale di riciclo è ancora troppo bassa, o nulla”.

Ma anche la Cina potrebbe avere difficoltà.

“L’autosufficienza cinese per quanto riguarda nickel, litio e cobalto è un obiettivo ancora tutto da raggiungere, se è vero che per coprire il fabbisogno nazionale il paese si rivolge alle importazioni rispettivamente per il 93%, il 65% e il 98%, mentre presso le autorità una certa preoccupazione serpeggia guardando alle intenzioni europee e statunitensi di costruire una catena di approvvigionamento a circuito chiuso per la produzione di veicoli elettrici“, affermano gli autori del focus.

In ogni caso, proseguono, “la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di prodotti estrattivi impiegati nella transizione energetica è molto alta“.

La domanda di terre rare utilizzate nei magneti permanenti nella Ue, ad esempio, potrebbe decuplicare entro il 2050. Nel 2030 la stessa Ue avrebbe bisogno, rispetto a oggi, di una quantità di litio fino a 18 volte superiore e di una quantità di cobalto fino a 5 volte superiore, sempre secondo stime 2020 di Bruxelles.

L’Italia “importa modeste quantità di litio (intorno a 11 milioni di euro nel 2021), ma in compenso importa il prodotto finito che ne fa il maggiore impiego – gli accumulatori agli ioni di litio – per un ingente valore (oltre 1 miliardo € nel 2021)”.

Il punto è che per molte tecnologie green, il nostro Paese ha una politica industriale di tipo “Buy” incentrata sulle importazioni di prodotti finiti e componenti essenziali nel campo delle energie alternative; difatti, i dati di commercio estero (Enea, 2022), mostrano un passivo superiore a 2,3 miliardi di euro per il 2021.

In sostanza, il nostro Paese preferisce “importare dall’estero il manufatto industriale che contribuisce a un’economia low-carbon piuttosto che produrlo in proprio, anche se sussistono rilevanti eccezioni (come nel solare termico) ed esempi di produzioni nazionali (ad esempio nel fotovoltaico, o nei veicoli elettrici)”.

La soluzione, europea e italiana, per uscire dalla dipendenza dalle importazioni, è sviluppare un mix economico-industriale più orientato sul “Make”: stabilimenti produttivi Ue, tecnologie di riciclo, diversificazione delle forniture, investimenti diretti in Paesi esteri, risparmio energetico.

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