Enea: Italia in “estrema difficoltà” nella transizione energetica

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Pesano diversi fattori, tra cui la scarsa incidenza delle rinnovabili nei trasporti, mentre la crisi attuale in Medio Oriente complica il quadro di prezzi e forniture. La nuova analisi trimestrale.

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Transizione energetica in “estrema difficoltà” con necessità di ridurre le emissioni a un tasso molto più rapido nei prossimi cinque anni, prezzi elettrici e del gas ancora elevati rispetto al 2022 mentre la seconda crisi energetica in pochi anni, innescata dalla guerra in Medio Oriente, sta complicando il quadro.

Questo lo scenario tracciato per l’Italia dall’analisi trimestrale Enea sull’intero 2025 (link in basso), caratterizzato da un andamento stazionario per emissioni e consumi di energia, fermi ai valori dell’anno precedente, in linea con quanto registrato nell’intera Ue.

Riguardo al conflitto Usa-Iran e alle sue conseguenze, Francesco Gracceva, che cura l’analisi Enea, stima che nel solo mese di marzo “il costo del gas importato possa superare ampiamente i 2 miliardi di euro, almeno mezzo miliardo in più” di quanto si sarebbe pagato con il prezzo medio dei precedenti dodici mesi”, mentre per il petrolio una valutazione “conservativa porta a un extra costo delle importazioni di oltre mezzo miliardo di euro”.

I dati preliminari del I trimestre 2026, si legge nella sintesi pubblicata dall’Enea, vedono emissioni di CO2 e consumi energetici in calo entrambi dell’1%.

Come evidenzia Gracceva, “i consumi finali di energia dell’Unione europea sono fermi ai livelli del 2023, mentre in Italia risultano leggermente superiori”.

Per raggiungere l’obiettivo della direttiva sull’efficienza energetica al 2030, a livello Ue i consumi dovrebbero calare in media del 3% l’anno. In Italia il Pniec fissa un obiettivo meno ambizioso della direttiva, che per essere centrato necessiterebbe di una diminuzione inferiore al 2% all’anno.

Riguardo alle fonti primarie, i consumi 2025 vedono in aumento quelli di gas (+2%), per le temperature più rigide e per una maggiore domanda da parte delle centrali elettriche, pur restando inferiori del 14% rispetto alla media 2017-2022.

Invariata la domanda di petrolio nei trasporti, mentre diminuisce nella petrolchimica. Crolla invece il carbone (-16%), tornato ai minimi termini nella generazione elettrica.

Pur in aumento di un punto percentuale, la quota delle fonti rinnovabili sui consumi finali si ferma a poco più del 20%, a fronte del 25% previsto dal Pniec.

La domanda di energia elettrica resta ferma ai livelli del 2024, a conferma della stazionarietà del grado di elettrificazione dei consumi.

Riguardo ai prezzi, appare consolidato sui massimi storici lo spread tra valore dell’elettricità sulla Borsa italiana (116 €/MWh la media annua) e quello dei principali mercati europei: 90 €/MWh in Germania, 65 €/MWh in Spagna, 61 €/MWh in Francia.

È poi tornata ad allargarsi la differenza tra il prezzo del gas sul mercato italiano e il principale hub europeo TTF.

Le difficoltà della transizione energetica

L’estrema difficoltà della transizione energetica italiana è infine confermata dal nuovo minimo storico dell’indice Ispred (Indice Sicurezza energetica, Prezzi, Decarbonizzazione), in calo del 30% rispetto al 2024, con forti criticità sul lato decarbonizzazione.

“Per raggiungere il target 2030 fissato dal Pniec, sarebbe necessario ridurre le emissioni del 6% per ciascuno dei prossimi cinque anni”, precisa Gracceva. “La transizione italiana risulta fuori traiettoria sia per il petrolio che per le rinnovabili, soprattutto nel settore dei trasporti, dove sono arrivate a coprire solo il 10% dei consumi contro il 15% atteso”.

L’analisi chiude con un focus sulle tecnologie low carbon, evidenziando una riduzione del deficit commerciale italiano che passa da oltre 5 a meno di 4 miliardi di euro nel 2025.

Il miglioramento è stato trainato dalla forte crescita delle esportazioni di veicoli ibridi plug-in, più che raddoppiate verso i mercati extraeuropei, in primis negli Stati Uniti.

Non migliora invece il saldo per il fotovoltaico e peggiora quello per i veicoli elettrici puri, per i quali il deficit supera 2,3 miliardi di euro, rendendo nel complesso il miglioramento ancora fragile e concentrato in pochi segmenti.

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