C’è un paese che si smarca dalla nuova politica “verde” di Bruxelles: è la Polonia, che per il momento ha chiesto e ottenuto di sedersi in panchina e far correre tutti gli altri.

Difatti, il Consiglio europeo nella sua ultima seduta di ieri, giovedì 12 dicembre, ha ufficialmente approvato il principale obiettivo del Green Deal appena proposto dalla Commissione Ue, quello di realizzare un’economia a impatto climatico zero entro il 2050.

Lasciando però fuori uno Stato membro (la Polonia) che, si legge nelle conclusioni del vertice, in questa fase “non può impegnarsi ad attuare tale obiettivo per quanto lo riguarda”.

D’altronde, la Polonia ha sempre guidato il fronte dei paesi più contrari a un’accelerazione delle politiche per combattere i cambiamenti climatici, perché il mix energetico polacco dipende ancora in massima parte dal carbone e gli investimenti in fonti rinnovabili sono rimasti indietro.

Varsavia e altri paesi dell’est hanno sempre chiesto a Bruxelles di ricevere più soldi per finanziare l’uscita dai carburanti fossili verso le energie rinnovabili; transizione che, si legge nel documento del Consiglio europeo, dovrà essere (neretti nostri in tutte le citazioni) “efficiente in termini di costi, giusta, socialmente equilibrata ed equa, tenendo conto delle diverse situazioni nazionali in termini di punti di partenza”.

In sostanza, la Polonia ha chiesto e ottenuto più tempo: l’argomento tornerà a essere discusso con il Consiglio europeo a giugno 2020, dopo che Bruxelles avrà presentato la sua prima “legge climatica” e il “meccanismo per una transizione giusta” che dovrebbe mettere sul piatto 100 miliardi di euro con cui favorire gli investimenti in tecnologie pulite.

E la Polonia si aspetta di ricevere una fetta generosa di quei fondi.

Ma come saranno valutati esattamente gli investimenti “verdi”? Quali criteri dovranno soddisfare?

Intanto è bene chiarire che il Consiglio europeo, nelle sue conclusioni, ha dovuto scendere a patti con Francia, Ungheria e Repubblica Ceca in tema di nucleare e più in generale di composizione dei mix energetici nazionali.

A qquesto proposito, si legge ancora nel documento, il Consiglio “riconosce la necessità di garantire la sicurezza energetica e rispettare il diritto degli Stati membri di decidere in merito ai rispettivi mix energetici e di scegliere le tecnologie più appropriate”.

Arriviamo così a un altro nodo difficile da sciogliere, quello sulla “tassonomia”, la classificazione degli investimenti secondo nuovi criteri di sostenibilità ambientale.

La scorsa settimana, era stata raggiunta un’intesa preliminare tra i negoziatori dell’Europarlamento e la presidenza finlandese del Consiglio Ue; tuttavia, un blocco di paesi tra cui Francia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Romania e Bulgaria, si è opposto all’accordo, mettendo nuovamente in discussione la tassonomia, su cui si sta lavorando da oltre un anno.

In sostanza, i paesi dell’est, grazie anche alla sponda diplomatica francese, vorrebbero mantenere i loro piedi nella scarpa nucleare e temono che i criteri della tassonomia renderanno molto più difficile ottenere un’impronta “verde” per gli investimenti nell’industria dell’atomo.

La tassonomia, infatti, non esclude esplicitamente il nucleare, ricorda l’agenzia EurActiv, ma si fonda su un forte principio di protezione ambientale “no-harm principle” che, di fatto, dovrebbe mettere l’atomo fuori dei giochi.

La partita sul Green Deal, insomma, resta tutta da giocare.

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