Investimenti cleantech, la nuova strategia Ue e le sue debolezze

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Bruxelles punta a mobilitare massicci investimenti privati nelle energie pulite, ma gli strumenti proposti rischiano di essere insufficienti e poco realistici. I punti principali del documento e alcune critiche alla strategia.

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Gli investimenti europei nei settori della transizione energetica dovranno quasi triplicare nei prossimi anni, con un ruolo trainante della Bei e soprattutto una mobilitazione molto più massiccia di capitali privati.

Occorre investire 660 miliardi di euro l’anno tra 2026 e 2030, per poi salire a quasi 700 miliardi nel decennio successivo, rispetto ai 240 miliardi destinati in media nel periodo 2011-2021 ai diversi settori della transizione (generazione elettrica, efficienza energetica, infrastrutture/reti).

Questo il quadro entro cui si muoverà la nuova strategia Ue per gli investimenti nelle energie pulite, la Clean Energy Investment Strategy. presentata il 10 marzo da Bruxelles assieme al pacchetto di misure dedicato ai cittadini e alla strategia per i piccoli reattori nucleari modulari (Smr).

Restano però diverse incertezze, come vedremo, legate soprattutto alle lacune nell’implementazione degli strumenti finanziari proposti e al rischio di disperdere risorse su tecnologie poco mature e dallo sviluppo molto incerto, tra cui i reattori nucleari Smr.

La strategia è il terzo anello della politica industriale Ue per rilanciare le attività manifatturiere “in casa”: prima il regolamento Net Zero Industry Act (Nzia) del 2024 ha definito il quadro normativo generale con target produttivi interni nelle cleantech; poi l’Industrial Accelerator Act (Iaa) dello scorso 5 marzo ha stabilito misure per accelerare la diffusione delle tecnologie Made in Europe sul mercato, mentre il provvedimento uscito il 10 marzo si concentra appunto sulle soluzioni di finanziamento.

Come detto, la Banca europea per gli investimenti destinerà più di 75 miliardi di euro di liquidità in tre anni per supportare l’iniziativa della Commissione.

Tuttavia, rimarca la stessa Commissione, l’entità delle risorse necessarie per la transizione energetica “supera di gran lunga la capacità di finanziamento pubblico dei bilanci nazionali, del quadro finanziario pluriennale e del Gruppo Bei”. Di conseguenza, si legge nel documento Ue, i fondi pubblici non devono essere utilizzati come fonte di finanziamento primaria, bensì come leva strategica per attrarre un mix più ampio di risorse dalle banche e dal mercato dei capitali.

I punti più importanti della strategia

In particolare, riguardo al supporto agli operatori delle reti, il Fondo strategico per gli investimenti in infrastrutture (SII Fund) fungerà da piattaforma per facilitare co-investimenti mirati insieme ad altri fondi settoriali. La Bei si impegnerà con un importo indicativo fino a 500 milioni di euro. Questo modello collaborativo punta a mobilitare capitali privati ​​nei segmenti più critici della rete energetica europea.

Inoltre, la Bei sosterrà gli investimenti delle utility regolamentate attraverso l’acquisto di obbligazioni “ibride”, ossia bond societari con determinate caratteristiche, tra cui lunga scadenza e cedole flessibili.

La strategia punta anche a ridurre i rischi legati ai progetti in tecnologie innovative per la produzione di energia pulita e lo stoccaggio a lungo termine.

Pertanto la Commissione, sempre in collaborazione con il Gruppo Bei, intensificherà il sostegno agli investimenti privati ​​in diversi settori, tra cui: sistemi di accumulo energetico a lunga durata (LDES, Long Duration Energy Storage), eolico e fotovoltaico galleggiante, energia marina (onde e maree), agrivoltaico, cattura e stoccaggio della CO2 (CCS, Carbon Capture and Storage), espansione di tecnologie consolidate, come la geotermia, in nuovi mercati con specifici rischi di sviluppo.

Ciò potrebbe includere il rafforzamento o l’estensione dei meccanismi esistenti, sottolinea la Commissione, come le operazioni di debito e capitale di rischio nell’ambito del programma InvestEU. La Commissione valuterà inoltre la possibilità di investire in fondi specifici sulle tecnologie pulite innovative.

Quanto al nuovo nucleare, la Bei supporterà la riduzione del rischio degli investimenti in linea con la strategia Smr, riguardo anche alle infrastrutture del ciclo del combustibile e della catena di approvvigionamento.

C’è anche un accenno al mercato della CO2 Ets (Emissions Trading Scheme), sotto attacco di diversi Paesi Ue perché starebbe minando la competitività delle industrie a causa degli extra costi delle emissioni, applicati in particolare alla produzione di elettricità da fonti fossili.

Al contrario, Bruxelles ritiene che “il sistema per lo scambio di quote di emissioni, rafforzato ed esteso, aumenterà gli incentivi economici per le tecnologie dell’energia pulita, riducendo così i requisiti di sostegno finanziario”.

Inoltre, il programma Horizon Europe e il Fondo per l’innovazione continueranno a fornire il relativo sostegno. Ad esempio, nell’ambito del programma di lavoro 2026-2027 di Horizon Europe, la Commissione lancia un bando da 600 milioni di euro per sostenere il Clean Industrial Deal e accelerare la “prontezza al mercato” delle tecnologie pulite.

Infine, Bruxelles istituirà il Consiglio per gli investimenti nella transizione energetica, composto da rappresentanti di istituzioni finanziarie (inclusi gli investitori istituzionali), Stati membri e alti funzionari della Commissione.

Il Consiglio fungerà da piattaforma dedicata al settore energetico per la raccolta di feedback strategici, contribuendo a garantire che le politiche e i finanziamenti dell’Ue siano in linea con le esigenze degli investitori.

I punti deboli della strategia

Tra i principali commenti alla strategia Ue, da segnalare quello dello Ieefa (Institute for Energy Economics and Financial Analysis), think tank indipendente americano focalizzato sulla transizione energetica.

La strategia, affermano gli analisti, “riconosce l’entità degli investimenti necessari, ma non quantifica in dettaglio le lacune di implementazione” e “non affronta i colli di bottiglia strutturali che impediscono questa espansione: ritardi nelle autorizzazioni, ricorsi giudiziari, fragilità della catena di approvvigionamento, carenza di manodopera”.

Sembra esserci uno scollamento tra obiettivi sulla carta e la concreta possibilità della loro realizzazione. Senza target espliciti e vincolanti per lo sviluppo delle energie rinnovabili o strumenti di applicazione, la strategia di investimento “potrebbe rimanere una mera illusione”, scrive il think tank.

Si parla poi di uno “squilibrio strutturale”: gli investitori sono cauti “perché la visibilità dei ricavi, la stabilità normativa e la struttura del mercato a lungo termine rimangono incerte in diversi Stati membri”.

Anche il previsto impegno della Bei – 75 miliardi in tre anni – è ritenuto insufficiente, ed è soltanto “una piccola frazione del fabbisogno di investimenti annuali di 660-695 miliardi di euro individuato dalla strategia stessa”.

Inoltre, “senza rapporti di leva finanziaria chiaramente definiti, strutture di condivisione del rischio o garanzie di ricavo, rimane incerto se gli strumenti proposti possano realisticamente colmare il divario di investimenti annuali di almeno 400 miliardi di euro”.

Infine, si osserva che la strategia “pecca di eccessiva ambizione tecnologica”, perché inserisce nello stesso quadro di supporto tecnologie che “differiscono enormemente in termini di maturità, traiettorie di costo, rilevanza per il sistema (elettrico)”.

Ad esempio, lo stoccaggio energetico a lungo termine “è fondamentale” per i sistemi con elevate percentuali di fonti rinnovabili, “mentre i piccoli reattori modulari rimangono commercialmente incerti in termini di costi, tempi di autorizzazione e accettazione sociale”.

Dello stesso avviso SolarPower Europe, che in una nota rileva “un’enfasi limitata sulla diffusione di tecnologie già pronte all’uso”, mentre “gli sforzi della Banca europea per gli investimenti (…) dovrebbero essere estesi al rafforzamento della resilienza della catena di approvvigionamento europea, in particolare per la produzione di inverter nell’Ue”.

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