Non sono bastati gli avvertimenti della Banca d’Italia sugli effetti “incerti” del ritorno al nucleare in termini di sicurezza energetica e prezzi finali per i consumatori.
Non sono bastate le continue notizie che arrivano dalla Francia sul peso esponenzialmente crescente dei nuovi reattori per le casse di Parigi.
E non sono bastati neanche i molti studi che dimostrano come la fissione di nuova generazione possa avere delle implicazioni sulla salute e sul rallentamento della transizione energetica sostenibile.
Niente da fare, il Governo tira dritto per la sua strada, come ribadito il 13 maggio al Senato, anche perché “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.
In altre parole, prendendo in prestito quelle più volte pronunciate dal ministro Gilberto Pichetto Fratin, una cosa è governare in una fase in cui si costruisce “il quadro giuridico per il ritorno al nucleare”, un’altra sarà farlo tra molti anni, quando un Esecutivo dovrà prendersi la responsabilità concreta di collocare fisicamente sul territorio gli impianti.
Secondo le ipotesi più ottimistiche dei sostenitori del nucleare, dodici anni potrebbero bastare per mettere in esercizio una centrale convenzionale da 1.600 MW. In realtà, tra scelta del sito, autorizzazioni, costruzione, collaudi e connessione alla rete, sappiamo che ne servirebbero probabilmente molti di più, forse il doppio.
In questo modo siamo già virtualmente arrivati a ventiquattro anni, ai quali dobbiamo sommare i ritardi che inevitabilmente sopraggiungeranno per le proteste locali nei luoghi dove si deciderà di installare le centrali.
Al netto di tutta la campagna di comunicazione che si ripromette di fare il Governo, è quantomeno utopistico pensare di superare con agilità le proteste dei residenti in un Paese dove non si riesce nemmeno a realizzare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, per non parlare di tutto il fenomeno Nimby sulle rinnovabili.
Dunque, è proprio il caso di dirlo, “ai posteri l’ardua sentenza”; peccato che nel frattempo la crisi energetica è adesso e servirebbe una soluzione più che a breve termine, praticamente su due piedi.
Il Ddl nucleare alla Camera e la premier al Senato
“Entro l’estate sarà approvata la legge delega” e successivamente “saranno adottati i decreti attuativi per il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare in Italia”.
Questa l’indicazione data ieri dalla presidente del Consiglio rispondendo a delle interrogazioni al Senato, durante quello che è stato giornalisticamente ribattezzato il “Meloni-time”.
Il breve passaggio sull’atomo rappresenta in realtà un tentativo della premier di far rassegnare le opposizioni all’idea che l’ostruzionismo in corso sul Ddl Nucleare al vaglio della Camera è sostanzialmente inutile.
Il disegno di legge n. 2669, in particolare, è stato assegnato in sede referente alle commissioni Ambiente e Attività produttive di Palazzo Montecitorio, dove transita in prima lettura.
L’esame è cominciato già a gennaio, mentre la fase degli emendamenti è partita ad aprile e prosegue con lentezza.
Fino ad oggi, infatti, sono state approvate solo due proposte di modifica della maggioranza riguardanti i decreti attuativi che dovrà varare il Governo.
Secondo gli emendamenti che hanno ricevuto via libera ieri, tali atti dovranno disciplinare “la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile nel territorio nazionale” tenendo conto della Tassonomia europea e dovranno interessarsi anche della fabbricazione e del riprocessamento del combustibile nucleare.
Un tema, quello della Tassonomia, su cui aveva già messo in guardia Enrico Cappelletti del M5S nei giorni scorsi: in tale ambito “il nucleare è considerato sostenibile solo a determinate condizioni, tra cui la disponibilità di piani e siti idonei per la gestione dei rifiuti radioattivi, condizioni che allo stato non risultano soddisfatte”.
Ancor più netto il pentastellato Stefano Patuanelli: “Io sento parlare del nucleare pulito, sicuro e conveniente e poi sento parlare degli small modular reactor, che hanno bisogno di un capex da un miliardo ogni 300 MWh, che producono trenta volte di più le scorie prodotte dalle grandi centrali, che noi non faremo, che hanno un costo atteso dell’energia tra i 120 e i 140 euro a MWh, cioè quattro o cinque volte più delle rinnovabili”.
L’esame degli emendamenti prosegue oggi, 14 maggio, nelle due commissioni congiunte della Camera.
- Il Ddl nucleare alla Camera (pdf)
- Gli emendamenti approvati (pdf)


























