Con una crisi energetica dentro casa, c’è chi lamenta il ritardo nelle installazioni di impianti a fonti rinnovabili e chi invece guarda all’occasione mancata di un nucleare nazionale.
Proviamo allora a fare qualche semplice considerazione e qualche conto partendo dalla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia, e come riferimento prendiamo un arco temporale di 12 anni, dal 2014 al 2025.
È un periodo che, secondo le ipotesi più ottimistiche dei sostenitori del nucleare, potrebbe bastare per mettere in esercizio una centrale convenzionale da 1.600 MW. In realtà, tra scelta del sito, autorizzazioni, costruzione, collaudi e connessione alla rete, sappiamo che ne servirebbero probabilmente molti di più, forse il doppio.
Nel frattempo, però, fotovoltaico ed eolico in Italia sono stati a lungo frenati da blocchi degli incentivi, ritardi autorizzativi, incertezze regolatorie e resistenze politiche.
Proprio a partire dal 2013-2014 e per gran parte degli otto anni successivi, almeno fino al 2021, la nuova potenza installata delle due fonti è rimasta su livelli molto modesti.
Fino a 12 GW in più di fotovoltaico ed eolico?
Per il fotovoltaico, in quegli otto anni, si sono connessi alla rete in media appena 550 MW all’anno.
Sul fronte eolico il quadro non è stato migliore: considerando il periodo 2017-2025, la nuova capacità installata è stata in media di circa 450 MW all’anno.
Eppure, senza misure straordinarie e senza costi eccessivi, si sarebbe potuto almeno evitare di ostacolare una loro più normale diffusione.
Se tra il 2014 e il 2021 il fotovoltaico, grazie ad agevolazioni fiscali chiare e minimi incentivi, avesse mantenuto un ritmo anche solo triplo rispetto a quello effettivamente registrato, oggi avremmo fra 8 e 9 GW aggiuntivi in esercizio: una capacità che invece ora dobbiamo installare in un solo anno, e non per uno soltanto, ma fino al 2030 e oltre.
Per l’eolico si può formulare un’ipotesi più prudente, ad esempio un incremento del 50-60% rispetto a quanto realizzato nel periodo considerato. Già così avremmo almeno 2-2,5 GW in più, senza nemmeno includere un contributo dell’offshore, che ancora oggi in Italia non è operativo.
Una crescita più graduale e continua avrebbe avuto anche altri vantaggi: meno picchi destabilizzanti come quelli vissuti dal fotovoltaico nel 2011-2012, una migliore valutazione degli impatti paesaggistici, una pianificazione più ordinata delle reti e una maggiore maturazione e consolidamento del comparto nazionale, invece di lasciarlo per anni in una condizione di incertezza.
A fine 2025, risultavano ufficialmente in esercizio 43,5 GW di fotovoltaico e 13,6 GW di eolico, per un totale di circa 57 GW. Con un orientamento politico e amministrativo anche solo minimamente più favorevole, oggi potremmo avere 10-12 GW in più. Un margine non trascurabile, che avrebbe dato al Paese uno slancio diverso nel percorso di transizione energetica. Ma in quel lasso di tempo avremmo potuto fare anche di meglio.
Oltre 15 TWh di elettricità pulita in più all’anno?
Vediamo allora cosa avrebbe significato questa maggiore capacità anche in termini di produzione elettrica. Con una crescita ragionevole, distribuita negli anni e tutt’altro che irrealistica, oggi avremmo a disposizione almeno 15-16 TWh annui in più di elettricità rinnovabile, considerando pressoché stabili idroelettrico, bioenergie e geotermico, nonostante le potenzialità di quest’ultima fonte. Il contributo delle Fer sulla domanda sarebbe arrivato intorno al 46-47%, anziché del 41% come avvenuto nel 2025.
Vale a dire più dei 12-13 TWh che potrebbe produrre una grande centrale nucleare. E questo in meno di dieci anni, mentre una centrale la cui realizzazione fosse stata avviata nel 2012-2013 difficilmente avrebbe prodotto il primo kWh prima dell’inizio del prossimo decennio. In uno scenario ottimistico, dunque, si parlerebbe comunque di circa vent’anni, ammesso che non intervengano opposizioni locali, ricorsi amministrativi e rallentamenti procedurali.
Naturalmente, la storia energetica di un Paese non si riscrive con i “se”. Ma vale la pena ricordare chi ha governato in quest’ultimo decennio, chi sedeva ai vertici dei ministeri competenti, delle partecipate pubbliche e delle principali organizzazioni industriali, quali scelte sono state compiute e quali posizioni sono state sostenute. Soggetti che ancora incombono sulle scelte di politica energetica.
Anche da lì nasce una parte delle responsabilità che oggi pesano sulla capacità del nostro Paese di affrancarsi dalla dipendenza dalle fonti fossili e dalla vulnerabilità alle crisi energetiche e geopolitiche.
Con una maggiore diffusione delle rinnovabili, l’Italia sarebbe stata un po’ più resiliente e avrebbe anche pagato meno l’elettricità. Alcune imprese avrebbero potuto contenere meglio il costo delle bollette, ricordando che nel nostro Paese oggi circa 7-10 TWh derivano da autoproduzione “dietro il contatore”: energia che non transita sulla rete, prodotta soprattutto da impianti FV di piccola e media taglia, come quelli residenziali, commerciali e industriali; una cifra che va sommata ai dati di generazione rilevati da Terna.
Elettricità rinnovabile aggiuntiva come da tre centrali nucleari
Senza indulgere nei rimpianti, meglio guardare ai risultati raggiunti. Nel 2025 il fotovoltaico ha prodotto 22,5 TWh in più rispetto al 2014, mentre l’eolico ha prodotto 6,3 TWh in più. In totale, sono quasi 29 TWh in più rispetto a dodici anni fa: un valore paragonabile alla produzione annua di tre grandi centrali nucleari (e chissà dove le avremmo mai realizzate!)
Oggi, inoltre, possiamo contare su tecnologie abilitanti sempre più mature e meno costose, a partire dagli accumuli elettrochimici, su prestazioni migliori degli impianti rinnovabili e su un’innovazione che continua a correre lungo tutte le filiere. In un solo decennio il cambiamento è stato profondo.
Tecnologie e sviluppi che ci consentiranno di fare un salto fino a quell’ultimo miglio, arrivando almeno al 90% della copertura del fabbisogno con fonti rinnovabili in tempi abbastanza rapidi. Quel restante divario ovviamente sarà più complesso da colmare, ma abbiamo il tempo per lavorarci.
Dunque, vale davvero la pena imboccare una strada come quella del nucleare, che per tempi, costi, rigidità e complessità industriale rappresenterebbe per l’Italia un percorso lungo, vincolante e ad alto rischio economico-finanziario?
A tal proposito consiglio la lettura di “L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili” di Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio, non trascurando la prefazione di G.B. Zorzoli e la postfazione di Luigi Moccia.




























