Margini di incertezza su prezzi, sicurezza energetica, costi e finanza pubblica.
Nella memoria trasmessa alla Camera sul Ddl delega AC 2669, la Banca d’Italia conferma un approccio prudente al ritorno dell’atomo e rimanda ai decreti attuativi la vera partita su tecnologie e modalità di finanziamento.
Il documento inviato il 23 febbraio a Palazzo Montecitorio (allegato in basso) riconosce che il nucleare “può fornire un contributo sostanziale al processo di decarbonizzazione” e che, affiancando le rinnovabili, “può correggerne i limiti, con emissioni di gas serra significativamente più basse rispetto a quelle delle fonti fossili”.
Ma sul terreno economico e industriale ha un approccio a dir poco cauto, che peraltro l’istituto aveva già espresso in un dossier pubblicato a giugno scorso.
Beneficio incerto e nodo sussidi
Bankitalia scrive chiaramente che “gli effetti sulla sicurezza e indipendenza energetica e sui prezzi finali per i consumatori sono (…) soggetti a margini di incertezza; essi dipendono dalla tecnologia adottata, con alcune opzioni ancora in fase di sviluppo, e dalle modalità di finanziamento degli investimenti prescelte”.
Anche ammesso che l’introduzione del nucleare “possa comprimere i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica, è difficile valutare l’entità dell’impatto”.
Il contenimento dei prezzi all’ingrosso non si traduce poi automaticamente in bolletta. “Tale contenimento potrebbe riflettersi solo in parte sugli utenti finali, se si mantenesse l’attuale sistema di formazione dei prezzi al dettaglio”, si ricorda da via Nazionale, sottolineando che oltre alla materia energia pesano tariffe di rete, oneri generali di sistema, accise e tasse. Nel 2024, per i clienti non domestici, la materia energia rappresentava circa il 38% del prezzo finale.
C’è poi il nodo dei sussidi: “Qualora si decidesse di sussidiare la realizzazione degli impianti nucleari e di far ricadere l’onere del sussidio sulle bollette (…) questo potrebbe vanificare l’effetto sui prezzi finali della riduzione della spesa per la materia energia”.
Un passaggio non neutro, se si considera che il nuovo nucleare deve avere un sostegno pubblico, come dichiarato dallo stesso Ddl e ribadito in audizioni precedenti, ad esempio quella di Edison, che ha chiesto esplicitamente CfD, garanzie pubbliche e coperture per eventuali extra-costi nella fase di costruzione, o del Gse, che nella propria memoria ha aperto alla possibilità di estendere al nucleare strumenti come contratti per differenza, Ppa con garanzia di ultima istanza e altre forme di stabilizzazione dei ricavi.
Costi e ritardi: precedenti poco incoraggianti
Un altro punto critico riguarda l’esperienza internazionale recente. “Negli ultimi 15 anni la costruzione di reattori nei paesi avanzati è stata caratterizzata da ritardi rilevanti e da costi finali ben superiori a quelli preventivati”, osserva Bankitalia.
Vengono citati i casi di Flamanville 3 in Francia, Olkiluoto in Finlandia e Hinkley Point C nel Regno Unito, con costi finali anche triplicati rispetto alle stime iniziali e ritardi di oltre un decennio.
Il Ddl prefigura la possibilità di un sostegno pubblico, ma “non è stimato l’aggravio sulle finanze pubbliche imputabile” a queste misure, rinviando la quantificazione ai decreti attuativi, si osserva.
E oltre agli incentivi alla produzione, la Banca d’Italia ricorda che potrebbero generare oneri anche “la promozione delle sperimentazioni, il reperimento di siti idonei, l’indennizzo dei territori, la formazione e l’attività di ricerca”.
Tecnologie ancora immature
La memoria insiste poi sull’incertezza tecnologica. Il Ddl non indica una scelta precisa, ma rimanda alle “migliori tecnologie disponibili”, incluse quelle modulari e avanzate.
Eppure, “tutte le tecnologie citate sono prevalentemente in fase di studio o in quella prototipale. Risultano pertanto incerti sia i tempi di realizzazione sia i costi degli investimenti necessari”, osserva Bankitalia.
Small modular reactor, advanced modular reactor e micro-reattori ad alta temperatura non sono ancora disponibili su scala commerciale. Le stime della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile vengono richiamate, ma “non sono tuttavia disponibili informazioni sulle ipotesi sottostanti le stime” dei risparmi di costo rispetto a uno scenario senza nucleare, si fa notare nella memoria.
Già nel dossier di giugno 2025 (“L’atomo fuggente”), la banca parlava della necessità di “adottare un approccio prudente” e metteva in dubbio la possibilità che il nuovo nucleare avesse “significativi impatti” sui prezzi elettrici, evidenziando l’elevata sensibilità dei costi al capitale e ai ritardi, oltre alla difficoltà di finanziare impianti di questo tipo senza un coinvolgimento diretto dello Stato.
Dipendenze estere e filiera assente
Sul fronte della sicurezza energetica, il contributo del nucleare è definito ambivalente.
Per Palazzo Koch, se da un lato “può contribuire a una riduzione delle importazioni di energia elettrica e dei combustibili fossili utilizzati per produrla”, dall’altro “potrebbe però contestualmente aumentare le importazioni di tecnologia e di materie prime necessarie alla realizzazione degli impianti”.
I paesi con maggiore esperienza recente nella costruzione di centrali sono la Cina e la Russia, ricorda la memoria. Inoltre, in molte tecnologie innovative si utilizza uranio ad alto arricchimento (haleu), la cui produzione è oggi fortemente concentrata proprio in Cina e Russia.
“In Italia la filiera del ciclo di produzione di combustibile risulta al momento deficitaria”, si legge nel documento.
Il Paese “non dispone di miniere di uranio attive né di riserve accertate” e non ha impianti operativi per arricchimento, processamento e fabbricazione delle barre di combustibile. Si tratterebbe quindi di sviluppare una filiera ex novo o di dipendere integralmente dalle importazioni.
Tutto rinviato ai decreti
Nelle conclusioni la Banca d’Italia ribadisce che “il contributo che la reintroduzione del nucleare potrà fornire alla riduzione dei costi, alla sicurezza e all’indipendenza energetica del Paese è soggetto a margini di incertezza”.
Molto dipenderà dalle tecnologie adottate e dalle modalità di finanziamento, “che potrebbero includere un intervento pubblico”. Saranno i decreti attuativi a “chiarire questi aspetti e consentire una valutazione più accurata dei costi e dei benefici del programma”.
Un richiamo che suona come un invito alla cautela. Anche perché, come già sottolineato nel report di giugno, l’ampliamento del dibattito al nucleare “offre potenziali vantaggi a condizione che non ostacoli né rallenti il progresso di altre strategie”, in particolare lo sviluppo delle fonti rinnovabili.
- La memoria (pdf)



























