Letto ai tempi del coronavirus, “Le trappole del Clima” fa un certo effetto per le incredibili analogie fra la situazione che stiamo vivendo col virus e quello a cui può dare luogo il cambiamento climatico se non facciamo in fretta a prendere provvedimenti.

Emissioni che crescono, incendi estesissimi in Amazzonia, in Siberia e in Australia, ondate di calore in nord Europa, permafrost che si scioglie, tutta roba lontana, come le notizie che ricevevamo dalla lontana Cina, poche settimane fa, quando eravamo convinti che l’epidemia si sviluppasse solo lì. Notizie e immagini da incubo, ma che riguardavano altri e altri luoghi.

E ora, ora che è venuto il nostro turno, e intendo il turno del resto del mondo, possiamo continuare nell’analogia: sia per il coronavirus sia per il virus del cambiamento climatico non si può differire, ogni giorno di attesa è un giorno che accresce il potenziale catastrofico della diffusione. Dobbiamo da subito cambiare i nostri comportamenti, tutti insieme, anteporre la sopravvivenza di ciascuno di noi e del sistema sociale a qualsiasi altra priorità, e organizzarci per un dopo che non può essere come prima.

Ne “Le trappole del Clima” Silvestrini e Zorzoli ci guidano lungo un sentiero che attraversa paesaggi via via più drammatici, feriti da alluvioni, siccità, vegetazione spoglia, e che si biforca, poco avanti a noi, in due rami, lungo uno dei quali il paesaggio muta, e diventa sereno e piacevole, mentre nell’altro persiste anzi si amplifica la drammaticità di quello in cui siamo.

Dal pessimismo della ragione all’ottimismo della volontà

La prima parte del sentiero è quella che gli autori definiscono del pessimismo della ragione, che proseguirebbe senza esitazioni nel ramo catastrofico se non intervenisse il bivio, che offre la possibilità di imboccare l’altro ramo, quello dell’ottimismo della volontà.

Sull’approccio siamo nei guai ma con intelligenza e impegno possiamo farcela si basa tutto il ragionamento che si sviluppa nelle pagine del libro; approccio esplicitato nella premessa citando l’espressione (ahimè non di paternità gramsciana come ho sempre creduto, ma di Romain Rolland – che delusione): pessimismo della ragione e ottimismo della volontà.

Così, nei paesaggi che si vanno dipanando ai nostri occhi lungo il sentiero, tutta la complessità insita nella tematica ambientale, e la difficoltà di dominarla, viene mostrata senza nasconderci nulla, con crudo realismo.

Ci si fa notare che è inutile che ci illudiamo, ma anche se oggi, magicamente, azzerassimo le emissioni, la temperatura globale continuerebbe a crescere ancora per un bel po’ di tempo, e i mari a salire, e gli eventi meteorologi estremi a intensificarsi.

Ma solo riducendo prima e poi azzerando le emissioni, a un certo punto, come per i contagi da coronavirus, si arriverebbe a un picco e poi, gradatamente, i fenomeni catastrofici comincerebbero a diminuire. Dunque, dobbiamo ridurre le emissioni il più presto possibile.

Quale economia circolare?

E a proposito dell’economia circolare, che viene posta come elemento centrale del paesaggio mostrato dal sentiero che possiamo imboccare con l’ottimismo della volontà, si mette in guardia dalla comoda interpretazione secondo cui basta riciclare ed è fatta, perché l’economia circolare vera non è questa, ma quella in cui i prodotti sono fatti in modo da minimizzare l’uso di materia prima e le emissioni di gas serra, e sono pure caratterizzati dall’essere durevoli, riparabili, riusabili e solo alla fine di questa catena, riciclabili. Nell’economia circolare, quindi, non c’è spazio per l’obsolescenza programmata e per quella psicologica.

E qui viene messa in evidenza, senza equivoci e sfocature, la contraddizione fra economia circolare ed economia della crescita: l’economia circolare implica una riduzione del numero di prodotti e questo “fa a pugni con col paradigma costitutivo del capitalismo, la crescita della produzione per le imprese e del PIL per le nazioni”, citando le parole degli autori.

Ma allora bisogna uscire dalla logica che ha governato e governa il mondo, dominata dalla convinzione che l’uomo non ha nessun limite. Non è vero che la green economy sia la stessa economia di oggi, con la sola variante che mettiamo più rinnovabili e ricicliamo di più. No, perché dicono sempre gli autori, “la green economy richiede una trasformazione anche sociale, che investe processi produttivi, prodotti, politiche regolative, stili di vita, uso del territorio (smart cities e smart land). Non può quindi essere pensata come un nuovo settore economico, che si affianca a quelli esistenti, bensì come la trasformazione evolutiva dell’economia tradizionale, energivora e poco rispettosa dell’ambiente, in un’economia responsabile e ambientalmente compatibile”.

E per mettere in atto questo tipo di green economy, di economia circolare, “va realizzata una parallela trasformazione culturale, in grado di dare vita a una società sobria, i cui stili di vita, anche grazie a coerenti politiche regolatorie, inducano il modello di sviluppo capitalistico a incorporare il senso del “limite” (ambientale, sociale, produttivo) quale nuovo principio di accumulazione”.

E per i paesi in via di sviluppo ed emergenti?

E qui un altro problema. Se pure riusciamo a mettere in atto tutto questo nei paesi sviluppati, quelli in via di sviluppo o emergenti ci diranno: ora che hai fatto indigestione mentre noi, affamati, vi guardavamo gozzovigliare, vorresti che io fossi sobrio perché così ti conviene?

Occorre allora essere capaci di dare l’esempio e dimostrare che gli stili di vita e il modello economico, culturale e sociale che noi paesi sviluppati proponiamo oggi siano migliori di quelli di prima e che siano appetibili per tutti.

Molto a proposito Silvestrini e Zorzoli su questo punto citano Alexander Langer: “la conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”. Anche di questo è fatto il paesaggio che si vede dal sentiero dell’ottimismo della volontà, di desiderabilità sociale e individuale.

Ma non basta che sia desiderabile se poi comunque non è realizzabile in concreto, perché un’economia circolare vera nei paesi industrializzati genererebbe il tracollo di quelli in via di sviluppo ed emergenti, perché servirebbero meno materie prime e meno lavoro esternalizzato.

Dunque, troppo facile dire: sai con la globalizzazione abbiamo sbagliato, ora ci richiudiamo su noi stessi (la gioia dei sovranisti) e arrivederci. No, perché ormai il mondo è profondamente interconnesso e le conseguenze di tracolli politico-economici nei paesi in via di sviluppo o emergenti avrebbe comunque effetti disastrosi anche su di noi.

Quindi che fare? Un nuovo piano Marshall per i paesi in via di sviluppo, suggeriscono Silvestrini e Zorzoli, all’interno di economia circolare applicata in una visione globale e inclusiva. E avendo ben chiaro che la crisi climatica è strettamente intrecciata con la crescente disuguaglianza, e che se non si risolve l’una non si risolve l’altra. Da qui il riferimento all’enciclica “Laudato si’” quando si dice che i paesi sviluppati possono decrescere per fare crescere quelli in via di sviluppo.

Gli ostacoli davanti al ramo di sentiero dei paesaggi desiderabili, e che fanno parte di quello del pessimismo della ragione, non si fermano qui, e sono tutti puntualmente esaminati: dalla povertà energetica alle compagnie petrolifere e i loro interessi, dal ruolo della finanza a quello dell’informazione, dall’istruzione all’occupazione, dalle disuguaglianze alle migrazioni, dalla crescita demografica al decoupling, dai fenomeni meteorologici estremi alla salute, dalla mobilità all’e-commerce.

E poi viene pure discusso il tema della crescita e della decrescita, osservando che il PIL può crescere o decrescere; può crescere in una parte del mondo e decrescere in un’altra, può decrescere temporaneamente e poi ricrescere. Non è questo il punto. L’importante è che si tratti di un sistema economico in cui stiamo bene tanto noi quanto il pianeta, e quindi vanno usati altri indicatori.

Nessun tema rilevante viene tralasciato, con uno stile semplice ed efficace che quasi sempre parte dalle radici storiche di ciò di cui si parla.

Fattori connessi al global warming

L’ampio respiro del libro supera i confini del cambiamento climatico e tratta anche fattori ad esso connessi, che ne amplificano gli effetti negativi.

Uno di questi, il più importante, è la produzione di cibo. È un altro elemento di complessità introdotto per correttamente completare il paesaggio che si vede dal sentiero del pessimismo della ragione, nel tratto in cui siamo ora, prima della biforcazione.

Infatti, l’attuale modello di produzione agricola impatta su uso e degrado dei suoli, fertilizzanti e uso dell’acqua, oltre che sul cambiamento climatico. Dunque, pure sulla produzione di cibo occorre intervenire applicando i principi dell’economia circolare, anche perché si intreccia con la produzione di energia rinnovabile a causa della competizione sugli usi dei suoli.

Quella della produzione agricola è una delle tante interconnessioni che Silvestrini e Zorzoli mettono in evidenza e che ci fanno capire come il problema non possa essere affrontato per parti, ma occorre cambiare modo di operare, e affrontarli in modo sistemico. E soprattutto occorre aver chiaro che i fenomeni fisici e biofisici sono inscindibilmente legati a quelli sociali, politici e psicologici, oltre che economici.

Agire dal basso

Molte sono le azioni che l’ottimismo della volontà deve avviare per frenare il riscaldamento globale, e si tratta di azioni che devono venire tanto dal basso quanto dall’alto. Non basta la buona volontà dal basso, con il cambiamento degli stili di vita, occorrono anche delle iniziative politiche, per indurli, sostenerli, facilitarli, renderli possibili.

E qui un severo monito, che condensa tutti gli elementi del pessimismo della ragione: “tenuto conto dell’ampiezza della sfida e degli interessi in gioco, l’attuale sistema economico risulta decisamente inadeguato per gestire la crisi climatica”.

E per farci capire, e coinvolgerci emotivamente, gli autori provano a fare qualche passo nel ramo del sentiero che prosegue sulla stessa traiettoria di quello in cui ci troviamo ora.

Ci fanno vedere un paesaggio distopico, che si richiama sia a Huxley, il mondo nuovo, sia a Harper, il destino di Roma, che descrive la caduta dell’Impero Romano dovuta alla combinazione di cambiamento climatico ed epidemia (certamente non prevista anticipazione, mentre scrivevano, del COVID-19). Riferimenti uniti a qualche riflessione su regimi politici e dittatura cinese.

Un tuffo in un possibile futuro da evitare teso a rendere più drammatica la necessità di fare presto a imboccare il sentiero della intelligenza della ragione.

Infine, la lettura – sempre scorrevole, piacevole e intrigante – induce una riflessione: mentre il paesaggio del percorso del pessimismo della ragione si può anticipare, sia pure a grandi linee, attraverso il passato o attraverso le distopie, quello dell’ottimismo della ragione è molto meno definito, e una buona ragione c’è.

La ragione è che il percorso del sentiero dell’ottimismo non è prevedibile, perché per l’evoluzione dei sistemi complessi quali quello ambientale e quello sociale a valle di una biforcazione che diverge dal percorso storico si apre una successione di altre biforcazioni che costellano un periodo di incertezza e di instabilità, come ci ha mostrato Prigogine.

Più che a un sentiero, sia pure con tante curve o tornanti, ma tracciato o tracciabile, somiglia alla rotta di una barca a vela: sai quale è il punto di arrivo, a quello tendi, ma il percorso dipende dal capriccio mutevole del vento e del mare. E può anche esserci il naufragio. Molto dipende anche dall’abilità del nocchiero.

Tutto questo non deve scoraggiare, però, perché le difficoltà si possono superare, ma solo se si ha un quadro completo del problema, cioè se è soddisfatto il pessimismo della ragione, ed è per questo che “Le trappole del clima” va letto, specie in un momento come questo della pandemia, discrimine fra un prima e un dopo di sicuro profondamente diversi; e il dopo può, deve, essere sostenibile.