Durante il suo primo mandato alla guida della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha costruito le fondamenta del Green Deal; ora, al secondo mandato, i suoi alleati le stanno disfacendo.
Questa la sintesi politica delle ultime settimane, emersa anche dall’accordo informale raggiunto oggi (9 dicembre) tra i negoziatori del Parlamento e del Consiglio Ue sui nuovi obblighi di sostenibilità aziendale, che escono molto alleggeriti in confronto alle proposte iniziali di Bruxelles, con oltre l’80% delle imprese esentato, come riferisce il sito web Politico.
Sono cambiati gli equilibri tra le diverse forze politiche: il dato più rilevante è la rottura del cosiddetto “cordone sanitario”, ossia il patto informale tra i partiti centristi – popolari, socialdemocratici, liberali di Renew, verdi – finalizzato a escludere eventuali alleanze con l’estrema destra.
Al contrario, ci sono state convergenze di interessi e di voti tra il Partito Popolare Europeo e l’ultra-destra, in particolare con i Patrioti per l’Europa di Jordan Bardella.
In sostanza, i popolari stanno tessendo maggioranze differenti, a volte più centriste, altre volte più spostate verso destra, secondo la convenienza del momento.
La rottura del cordone sanitario è stata evidente nel dossier sulle due direttive CSRD/CSDD per la sostenibilità aziendale, sfociato a novembre nel voto del Parlamento in plenaria con il sostegno fondamentale dei Patrioti per l’Europa.
Ora, come detto, Parlamento e Consiglio, dopo aver definito singolarmente le rispettive posizioni, si sono accordati in via preliminare sulle modifiche a entrambe le direttive, nell’ambito del pacchetto “Omnibus” presentato da Bruxelles a febbraio:
- CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) sulla rendicontazione societaria della sostenibilità;
- CSDD (Corporate Sustainability Due Diligence) sugli obblighi di due diligence con cui promuovere le pratiche commerciali responsabili, ad esempio contro il lavoro forzato e la violazione dei diritti umani nelle catene di fornitura.
L’accordo provvisorio dovrà essere approvato definitivamente in via ufficiale dalle due istituzioni; intanto l’11 dicembre è previsto il voto della commissione Affari giuridici dell’Europarlamento per poi passare all’aula di Strasburgo.
Secondo lo svedese Jörgen Warborn, capo negoziatore dei popolari che ha guidato i colloqui per il Parlamento, “stiamo effettivamente realizzando il Green Deal. Prima, c’era il Green Deal ma non c’era l’accordo”, mentre “questa è una vittoria per la competitività e una vittoria per l’Europa”.
Diversa la lettura fornita dalla sua principale alleata sul dossier, la francese Pascale Piera dei Patrioti per l’Europa; come ha dichiarato all’agenzia Euractiv, eliminando l’obbligo per le aziende di adottare piani di transizione climatica, “siamo riusciti ad abbattere quello che era essenzialmente il simbolo chiave del Green Deal, e questo è inevitabilmente un impulso per l’economia”.
Le principali novità
Quanto al reporting sociale e ambientale, spiegano le note diffuse da Parlamento e Consiglio, sarà obbligatorio solo per le aziende con una media di oltre 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore ai 450 milioni di euro.
Va detto che la soglia votata in plenaria con l’appoggio dell’estrema destra era ancora più alta (1.750 dipendenti).
Le nuove norme limitano poi il “trasferimento di responsabilità”; in pratica, le aziende con meno di 1.000 dipendenti non potranno essere obbligate dalle grandi compagnie a comunicare informazioni aggiuntive rispetto a quelle previste dagli standard volontari.
Riguardo invece alla due diligence di sostenibilità, l’accordo prevede che interesserà solo le imprese con più di 5.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 1,5 miliardi di euro.
Queste aziende, si spiega, dovrebbero adottare un approccio basato sul rischio nelle loro attività, al fine di individuare e mitigare gli impatti negativi sulle persone e sull’ambiente; inoltre, dovrebbero astenersi dal richiedere informazioni non necessarie alle imprese escluse dal campo di applicazione della direttiva e non dovranno più preparare un piano di transizione per rendere il loro modello di business compatibile con l’accordo di Parigi.
La reazione di Bruxelles
Da parte sua, la Commissione Ue ha accolto “con favore” l’intesa raggiunta tra Parlamento e Consiglio.
In una nota di commento, Bruxelles sottolinea il “significativo passo avanti nell’alleggerire gli oneri amministrativi per le aziende”, precisando che “nel complesso, il pacchetto di semplificazione Omnibus I riduce la complessità e migliora l’efficienza”.
Le modifiche, prosegue la Commissione, “includono l’eliminazione degli obblighi di rendicontazione e due diligence per molte aziende, l’introduzione di maggiore flessibilità per le imprese che rimangono soggette ai requisiti obbligatori e la protezione delle aziende più piccole da eccessive richieste di informazioni da parte di compagnie più grandi, il tutto finalizzato a semplificare le operazioni commerciali, pur mantenendo gli obiettivi strategici originari delle direttive”.
Anche da queste dichiarazioni è chiaro come l’asse del Green Deal si stia spostando sempre più verso parole d’ordine come flessibilità, competitività, semplificazione, che prendono il sopravvento sulle tutele ambientali. Si è visto di recente su altri pilastri (ex pilastri?) del Green Deal: la revisione annunciata degli obiettivi sulle emissioni delle auto post 2035 e la consultazione sulle norme Ecodesign per le caldaie (Lobby opache dietro le retromarce Ue su leggi pro clima e ambiente).
Qui la parola chiave è “neutralità” tecnologica, con una decisa inversione a U rispetto al precedente orientamento del “tutto elettrico” per le auto e del “no gas” per le caldaie.



























