I grandi progetti di eolico offshore in Italia non riescono a uscire dalla logica del Nimby e continuano a destare perplessità, dopo le contestazioni che hanno coinvolto il progetto di un impianto da 300 MW a Rimini.

Una recente interrogazione al Senato (primo firmatario Vincenzo Santangelo, M5S) ha sollevato dubbi sulla possibile realizzazione del super parco da 2,8 GW proposto da Renexia nel canale di Sicilia, chiedendo invece lo sviluppo di impianti più piccoli e diffusi.

Quel parco, ricordiamo, prevede l’installazione di 190 pale eoliche su piattaforme galleggianti.

Anche le associazioni ambientaliste, Greenpeace, Legambiente e WWF, si sono schierate a favore del progetto.

Tuttavia, i senatori M5S affermano che (neretti nostri nelle citazioni), “diversi esperti e amministratori locali lamentano l’inadeguatezza della documentazione finora fornita [da Renexia, ndr.] sulla base della quale sono state espresse stime e previsioni sull’impatto ambientale del parco eolico, manifestando la necessità di procedere a studi più approfonditi a supporto dei dati divulgati”.

Inoltre, si legge nell’interrogazione, “la collocazione geografica prescelta per la realizzazione di uno dei più grandi parchi eolici al mondo, segnatamente tra le isole Egadi e la Tunisia, rappresenta un tratto di mare dove si concentrano le maggiori attività del settore ittico. Sarebbe dunque necessario valutare con massima attenzione la concessione di questa smisurata porzione marina, per scongiurare il fatto che la realizzazione di questo impianto possa avere effetti devastanti per l’ecosistema, condizionare le rotte delle imbarcazioni civili e commerciali nonché restringere notevolmente il tratto di pesca disponibile”.

Studi attenti sull’impatto ittico presso gli impianti offshore dimostrano invece il contrario, e cioè che favoriscono la riproduzione delle specie, diventando, in questo senso, una sorta di area marina protetta.

In sostanza, si chiede al ministero della Transizione ecologica “se non ritenga […] di dover salvaguardare le caratteristiche e le peculiarità di ciascun territorio, preferendo una diffusione capillare degli impianti eolici, in luogo del maggiore impatto potenzialmente generabile da quelli di grande dimensione“.