Cresce il numero di partecipanti con l’allargamento a nuovi settori (trasporti marittimi, dallo scorso anno), mentre continua a diminuire l’ammontare dei permessi di emissione disponibili, con conseguenti rialzi dei prezzi e maggiore volatilità.
Parliamo del mercato europeo della CO2 (Ets, Emissions Trading Scheme), al centro delle analisi presentate ieri, 22 ottobre, dall’Energy&Strategy – School of Management del Politecnico milanese.
Intanto, la partenza nel 2027 delle aste del mercato Ets 2 per gli edifici e i trasporti stradali, comporta nuove sfide e opportunità: ridurre l’uso di energie fossili e al contempo tutelare cittadini e imprese dai possibili rincari delle bollette e dei carburanti, sostenendo gli investimenti in tecnologie più efficienti, tra cui pompe di calore e veicoli elettrici.
Il Carbon Market Outlook 2025 parte da una considerazione di carattere generale: il sistema Ets, spiega una nota di sintesi dell’E&S, è uno strumento determinante per diminuire le emissioni di gas serra, perché attraverso l’assegnazione e lo scambio di permessi di emissione tra migliaia di “soggetti” (soprattutto impianti industriali), ne consente una riduzione progressiva efficiente e sostenibile dal punto di vista economico.
In Italia, a causa della progressiva diminuzione delle quote assegnate, i 216 milioni di permessi disponibili inizialmente, che coprivano ampiamente le emissioni verificate delle aziende, sono precipitati a circa 83 milioni nel 2024.
Pertanto, le imprese si sono trovate in difficoltà, dovendo ricorrere maggiormente al mercato per acquistare permessi aggiuntivi; in alternativa, hanno dovuto investire in soluzioni tecnologiche più efficienti volte ad abbattere consumi energetici ed emissioni.
“La continua evoluzione del mercato, l’ampliamento delle sue normative e l’introduzione di nuovi settori, come quello marittimo dal 2024, stanno cambiando profondamente il panorama del carbon pricing e delle politiche climatiche in Italia”, spiega Davide Chiaroni, vicedirettore di E&S e responsabile della ricerca.
Le emissioni italiane di CO2 dei settori Ets sono considerevolmente diminuite: da 226 milioni di tonnellate nel 2005 a circa 115 milioni nel 2024 (-49%).
Intanto è cresciuta l’attenzione europea agli aspetti sociali, come dimostrato dalla creazione del Social Climate Fund, che indirizza una parte dei ricavi delle aste alla transizione sociale.
Altra tendenza rilevata dall’analisi è che il mercato della CO2 sta diventando sempre più integrato, con la possibilità per le imprese di scegliere tra l’acquisto di permessi di emissione tradizionali Ets e crediti di CO2 derivati da azioni di compensazione, come progetti per la riforestazione o la cattura dell’anidride carbonica.
Le politiche mondiali di carbon pricing – si citano i sistemi vigenti ad esempio in California e Australia – insieme ad altri strumenti europei come il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), cioè la “tassa alle frontiere” sulla CO2 associata alle importazioni di determinati beni, stanno incentivando le aziende a utilizzare crediti di carbonio per bilanciare le loro emissioni.
Le novità sul Cbam
Riguardo al Cbam, ricordiamo che il 29 settembre il Consiglio Ue ha adottato ufficialmente le modifiche al regolamento originario 2023/956: ora manca solo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue.
La novità più rilevante è la nuova soglia di massa “de minimis”, che esenta dall’applicazione del Cbam le importazioni fino a 50 tonnellate/anno per ogni singola azienda. In sostanza, dovrebbe essere esentato circa il 90% degli importatori.
Obiettivo è semplificare il meccanismo di adeguamento della CO2 alla frontiera, in linea con il pacchetto “Omnibus I” presentato a febbraio, riducendo gli oneri normativi e amministrativi e i costi di conformità a carico delle piccole e medie imprese.
Tuttavia, secondo le istituzioni Ue, l’ambizione climatica del Cbam rimane invariata, poiché circa il 99% delle emissioni incorporate nei beni importati rimarrà coperto dal meccanismo.
Scopo della tassa è evitare che le industrie europee con elevate emissioni di CO2 correlate alla produzione di alcuni beni e materiali, tra cui acciaio, alluminio, fertilizzanti e cemento, delocalizzino le loro attività in Paesi in cui le norme sull’ambiente sono meno severe. La misura quindi interviene sulle importazioni di tali merci.
A ottobre 2023 è partita la fase transitoria del Cbam, con il solo obbligo per le industrie coinvolte di comunicare la CO2 “incorporata” nei prodotti importati nell’Unione europea.
Dal 2026, gli importatori dovranno acquistare certificati Cbam per pagare il costo delle emissioni di CO2 associate ai prodotti.
L’applicazione del meccanismo sarà graduale, tra 2026 e 2034, mentre saranno progressivamente eliminate le quote gratuite di CO2 assegnate alle industrie europee nell’ambito del sistema Ets.
Quali impatti del carbon pricing
Tornando ai possibili impatti economici e sociali di un’ulteriore espansione del mercato della CO2, Chiaroni sottolinea che “l’aumento dei prezzi dei crediti potrebbe far crescere il costo delle politiche ambientali per le aziende e influenzare la competitività di alcuni settori. È quindi cruciale sviluppare politiche che evitino squilibri o speculazioni (…), garantendo che la transizione avvenga in modo sostenibile ed equo”.
Quanto alle aste dei permessi di emissione, in Italia hanno visto un aumento significativo delle entrate negli ultimi anni, arrivando a 2,6 miliardi di euro nel 2024 (circa il 10,5% dei proventi andati ai Paesi Ue).
Il valore cumulato dal 2013 al 2024 è all’incirca di 226 miliardi di euro ed è utilizzato in gran parte per finanziare progetti legati alla decarbonizzazione e per supportare la transizione energetica.
Verso il mercato Ets 2: rischi e soluzioni
La destinazione di una parte dei proventi alle politiche climatiche e sociali è dunque un elemento cruciale per garantire una transizione giusta, capace di supportare anche le fasce della popolazione più vulnerabili. Ciò è determinante nel caso del mercato Ets 2.
Come abbiamo scritto, i prezzi della CO2 potrebbero toccare 122 euro per tonnellata nel 2030 con una media sui 99 euro/tonnellata tra il 2027 e il 2030, “il livello più alto tra tutti i mercati della CO2 su scala globale” secondo BloombergNEF.
Di conseguenza, i prezzi del gasolio e della benzina potrebbero aumentare rispettivamente del 22% e del 18% entro la fine di questo decennio, mentre gas naturale e gasolio da riscaldamento utilizzati negli edifici residenziali potrebbero subire incrementi del 24% e del 33% rispettivamente.
Il rischio, già rimarcato da diverse associazioni ambientaliste, è che i maggiori costi sostenuti dai fornitori si trasferiscano totalmente sui consumatori finali, con conseguenti rincari delle bollette e dei combustibili (si veda anche Ets 2 su edifici e trasporti stradali, quanto pagheremo di più?).
Perciò la Commissione europea ha istituito il già citato Fondo sociale per il clima, finalizzato a sostenere gli investimenti di famiglie e imprese vulnerabili in tecnologie e servizi più “puliti”, in modo da ridurre l’uso di energia da fonti fossili: veicoli elettrici, pompe di calore, impianti fotovoltaici, abbonamenti ai trasporti pubblici locali, come previsto anche dal Piano sociale per il clima italiano approntato ad agosto.


























