Emissioni auto, l’Italia in prima linea contro lo standard Euro 7

Critiche anche alla proposta di regolamento Ue sulle emissioni dei camion. Scontro tra l’associazione europea dei costruttori e Transport & Environment sulle stime degli extra costi per adeguare i veicoli.

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Continua la battaglia italiana per “salvare” le auto tradizionali contro i più severi limiti alle emissioni di CO2 proposti da Bruxelles.

L’Italia è nel gruppo di otto Paesi – gli altri sono Repubblica Ceca, Bulgaria, Francia, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia – che hanno firmato un documento informale (non-paper) contro l’attuazione del nuovo standard Euro 7, inviato alla Commissione europea e alla presidenza svedese di turno della Ue.

Lo standard Euro 7, presentato dalla Commissione lo scorso novembre 2022, prevede limiti più stringenti per le emissioni di tutti i veicoli (auto, furgoni, camion, autobus), includendo alcune sostanze inquinanti non comprese nell’Euro 6, tra cui protossido di azoto e particolato ultra-fine (nella foto il Commissario europeo  Thierry Breton).

Previste anche nuove procedure per testare i veicoli in condizioni reali di guida e l’obbligo di installare sensori per monitorare le emissioni.

Queste misure dovrebbero essere applicate dal 1° luglio 2025 per le nuove auto e da luglio 2027 per i nuovi veicoli pesanti, con alcune esenzioni per i produttori di nicchia.

Nel documento inviato a Bruxelles dagli 8 Paesi, invece, si afferma che queste date non sono realistiche per soddisfare i nuovi requisiti e si chiede di concedere più tempo per adeguarsi alle regole, almeno tre anni per auto e furgoni e cinque anni per i camion, da quando sarà adottato l’intero pacchetto legislativo dell’Euro 7 (regolamento e atti di esecuzione).

Inoltre, secondo i firmatari, il pacchetto Euro 7 distoglierà i costruttori dai necessari investimenti per raggiungere l’obiettivo del 2035, vale a dire, l’azzeramento delle emissioni delle nuove auto.

Il target 2035, di fatto, è un bando alla vendita di nuovi veicoli con motori endotermici, con l’eccezione, concessa dietro spinta tedesca, per i carburanti sintetici di origine rinnovabile (e-fuel).

E l’Italia si è contraddistinta per la sua posizione contraria al “tutto elettrico”, cercando di salvaguardare i veicoli tradizionali con l’uso di biocarburanti, uscendo però sconfitta visto che questi sono rimasti fuori dal regolamento per il 2035.

L’Italia ha anche inviato a Bruxelles una risoluzione della Commissione Politiche Ue del Senato, in cui si critica la proposta di regolamento Ue per la riduzione delle emissioni dei camion; quest’ultima, prevede una riduzione del 15% dal 2025, poi -45% dal 2030, -65% dal 2035 e -90% dal 2040 (sempre in confronto ai livelli del 2019).

Si tratta, evidenzia la risoluzione, “di una misura sproporzionata, non correlata alla quantità modesta di emissioni di gas a effetto serra generata dai veicoli pesanti, rispetto al totale delle emissioni nell’Unione europea”.

Tornando all’Euro 7, l’Acea (l’associazione europea dei costruttori auto) sostiene che, stando ai dati di uno studio di Frontier Economics, commissionato dalla stessa Acea, il nuovo standard comporterà extra costi produttivi di circa 2mila euro per ogni singola auto e fino a 12mila euro per i mezzi pesanti con motori diesel.

Sono cifre, afferma l’associazione, 4-10 volte superiori a quelle stimate da Bruxelles e che spingeranno ancora più in alto i prezzi finali di vendita dei veicoli.

Ma questi numeri sono stati criticati da Transport & Environment (TE), l’associazione indipendente che promuove la mobilità sostenibile.

Su twitter afferma, citando altri dati, come quelli dell’associazione che riunisce i produttori di tecnologie per il controllo delle emissioni allo scarico, che lo studio Acea presenta pregiudizi e omissioni rilevanti.

Ad esempio, spiega TE, Acea include, nelle stime complessive sui costi aggiuntivi, delle tecnologie che non sono necessarie per raggiungere lo standard Euro 7.

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